È fuggita dall’Iran con il figlio di otto anni per sottrarsi a un marito violento, che aveva già minacciato di portarglielo via. Durante la traversata, sfinita e stordita dal mal di mare, ha dovuto subire molestie da uomini che volevano abusarne e quando lei si è sottratta, per ripicca l’hanno accusata di essere parte dell’equipaggio. Ma ha dovuto aspettare quasi due anni – durante i quali ha fatto mesi di carcere lontano dal suo bambino, poi i domiciliari - perché fosse riconosciuta la sua innocenza.
Assolta con formula piena
Il Tribunale di Locri ha assolto Marjam Jamali con formula piena. Come già successo nel caso di Maysoon Majidi, l’attivista e regista curdo iraniana assolta dopo più di un anno di carcere dall’accusa di essere una scafista, per i magistrati fatto non sussiste, non c’è mai stato un motivo valido per essere sbattuta in carcere. Per Amir Babai, iraniano anche lui e unico uomo che in quella notte di orrore l’abbia difesa, i giudici hanno invece deciso sei anni di c…
È fuggita dall’Iran con il figlio di otto anni per sottrarsi a un marito violento, che aveva già minacciato di portarglielo via. Durante la traversata, sfinita e stordita dal mal di mare, ha dovuto subire molestie da uomini che volevano abusarne e quando lei si è sottratta, per ripicca l’hanno accusata di essere parte dell’equipaggio. Ma ha dovuto aspettare quasi due anni – durante i quali ha fatto mesi di carcere lontano dal suo bambino, poi i domiciliari - perché fosse riconosciuta la sua innocenza.
Assolta con formula piena
Il Tribunale di Locri ha assolto Marjam Jamali con formula piena. Come già successo nel caso di Maysoon Majidi, l’attivista e regista curdo iraniana assolta dopo più di un anno di carcere dall’accusa di essere una scafista, per i magistrati fatto non sussiste, non c’è mai stato un motivo valido per essere sbattuta in carcere. Per Amir Babai, iraniano anche lui e unico uomo che in quella notte di orrore l’abbia difesa, i giudici hanno invece deciso sei anni di carcere. Nonostante in aula abbia testimoniato il vero capitano, l’egiziano Faruk, già condannato insieme al suo secondo, così come una famiglia che era a bordo di quel veliero, il Tribunale ha scelto di credere alla ricostruzione della pubblica accusa.
La condanna del suo difensore
“Sono innocente, sono innocente, perché non mi credete?”, ha urlato lui alla lettura del dispositivo, prima di iniziare a sbattere con violenza la testa contro il muro. “Leggeremo le motivazioni per capire come sia stato possibile, ma siamo certi che la sentenza potrà essere ribaltata in appello – dicono i legali - questa condanna non ha senso”.
Procedure ingiuste
E non si tratta dell’unica criticità di un procedimento che ha condannato Marjam oltre a mesi di sofferenze, anche a un nome che non ha mai avuto: Miriam Qaderi. Così il mediatore l’ha trascritto quando, appena dopo lo sbarco, l’ha di fatto interrogata. Peccato che lui fosse iracheno, lei iraniana, lui parla arabo, lei farsi. Idiomi diversissimi. E così Marjam non ha capito perché, improvvisamente, dopo lo sbarco sia stata separata dal figlio, portata in carcere e lì abbandonata. Senza un legale, senza un mediatore a cui raccontare la propria storia.
Solo dopo mesi, quando finalmente ha potuto parlare con un mediatore e nominare un legale, l’avvocato Giancarlo Liberati, ha saputo che contro di lei c’era l’accusa infamante di aver fatto parte dell’equipaggio e che a muoverla erano stati gli stessi uomini che hanno tentato di violentarla e dopo lo sbarco sono spariti.
Le molestie
Un incubo conosciuto per Marjam. Dall’Iran è scappata per fuggire da un marito violento, che ne abusava fisicamente e psicologicamente. Lei lo ha raccontato, le cicatrici sul suo corpo lo confermano. Così come una conversazione con lo zio, intercettata dopo l’arrivo in Calabria racconta le molestie ricevute durante la traversata. “Uno di loro – ha confidato Marjan Jamali all’avvocato Giancarlo Liberati – nei giorni precedenti all’agguato di quella notte si era insistentemente proposto e per tentare di convincerla a stare con lui aveva favoleggiato di una vita da gran signora in Italia”. Lei l’aveva respinto più volte. Lui aveva giurato di fargliela pagare.
Lontana dal figlio
E Marjam, oggi tornata in pieno possesso della sua storia e del suo nome, lo ha fatto. Per mesi è rimasta chiusa in una cella senza che nessuno le spiegasse il perché, con in mano fogli che la accusavano in una lingua di cui a stento comprendeva l’alfabeto, così disperata da tentare più volte il suicidio. Per quasi un anno non ha potuto neanche vedere il suo bambino, se non nell’aula in cui veniva processata, qualche minuto prima dell’inizio dell’udienza. Il Tribunale di Reggio Calabria lo aveva affidato a una famiglia afghana residente a Camini, una delle comunità modello per l’accoglienza. Lei ha potuto riabbracciarlo solo pochi mesi fa, quando il tribunale del Riesame le ha concesso i domiciliari, solo dal marzo scorso da donna libera da obblighi e prescrizioni come il braccialetto elettronico.
Verso una nuova vita e la verità
Adesso vuole solo dimenticare, ricostruirsi una visita insieme a quel bambino con cui ha attraversato il mare pur di salvargli la vita e combattere per avere giustizia. Contro quei tre uomini ha presentato denuncia, il fascicolo è a Reggio Calabria, dove le indagini sono in corso. E lei vuole che la verità emerga.