“Io in cella con l’accusa di essere una scafista. Mi hanno assolta, ma vivo ancora nella paura”
di Alessia Candito“Sono stata assolta e sono ovviamente felice di questo. Ma la Marjam di oggi non è più quella di prima. C’è un dolore che mi accompagna, la paura – insensata, lo so – che mi portino via mio figlio di nuovo”. Iraniana, fuggita da Teheran per sottrarsi a un marito violento, vittima di molestie durante la traversata, Marjam Jamali è stata assolta con formula piena dall’accusa di essere una scafista. Contestazione insensata, hanno stabilito i giudici, affermando che il fatto non sussiste. E adesso lei chiede tempo, quiete, per ricostruire la sua vita e ricostruirsi lei, che in Italia cercava la libertà per sé e per suo figlio ed è precipitata nel suo peggiore incubo. In carcere senza sapere perché, senza avere contatti con un legale o un mediatore in grado di spiegarle la situazione, separata dal figlio. “Nessuno mi diceva dove fosse, avevo paura che lo avessero riportato in Iran dal padre”.
Adesso che l’incubo è finito come si sente?
“Sono ovviamente felice, ma a metà. Amir Babai, l’uomo…
“Sono stata assolta e sono ovviamente felice di questo. Ma la Marjam di oggi non è più quella di prima. C’è un dolore che mi accompagna, la paura – insensata, lo so – che mi portino via mio figlio di nuovo”. Iraniana, fuggita da Teheran per sottrarsi a un marito violento, vittima di molestie durante la traversata, Marjam Jamali è stata assolta con formula piena dall’accusa di essere una scafista. Contestazione insensata, hanno stabilito i giudici, affermando che il fatto non sussiste. E adesso lei chiede tempo, quiete, per ricostruire la sua vita e ricostruirsi lei, che in Italia cercava la libertà per sé e per suo figlio ed è precipitata nel suo peggiore incubo. In carcere senza sapere perché, senza avere contatti con un legale o un mediatore in grado di spiegarle la situazione, separata dal figlio. “Nessuno mi diceva dove fosse, avevo paura che lo avessero riportato in Iran dal padre”.
Adesso che l’incubo è finito come si sente?
“Sono ovviamente felice, ma a metà. Amir Babai, l’uomo che mi ha difesa durante la traversata dagli uomini che volevano abusare di me, è stato condannato a sei anni. Io lo so che è innocente, è un migrante come me, non aveva nulla a che fare con i capitani. E poi quello che è successo in questi due anni, è ancora difficile da elaborare”.
Qual è stato il momento più difficile?
“I mesi in cui sono stata separata da mio figlio, senza poterci parlare, poterlo vedere, senza sapere nulla di lui. Tu sei lì, in una cella di un Paese che non conosci, non sai perché, non conosci la lingua e non c’è nessuno che parli la tua. Mi sembrava di impazzire”.
Dopo quanto tempo ha capito il motivo per cui era in cella?
“Sono passati mesi. Solo quando ho incontrato l’avvocato ho compreso la situazione e non mi capacitavo. ‘Non è possibile’, mi ripetevo. Ripensavo ai momenti dello sbarco, ai poliziotti che mi hanno chiesto il telefono e hanno iniziato a guardare le foto che avevo. Mi dicevano a gesti: ‘Stai tranquilla’. Lo stesso ha fatto il mediatore, che parlava pochissimo la mia lingua: ‘Domani si chiarisce tutto’, diceva. E invece sono finita in carcere”.
Cosa pensava in quei momenti?
“All’assurdità della situazione. Sono scappata dall’Iran per salvare mio figlio da un padre violento che avrebbe potuto pretenderne la custodia esclusiva, pensavo di arrivare in un Paese tranquillo, libero, in cui potessimo entrambi vivere in pace e invece me lo hanno tolto. Nessuno può immaginare i giorni che ho passato. Nei primi mesi in carcere non riuscivo a fermare i pensieri, erano sempre lì: cosa sarebbe successo, cosa sarebbe potuto succedere, perché? Pensieri senza risposta, senza soluzione. Per questo ho preso tutte quelle pillole in una volta. Ero disperata”
Cos’è successo dopo quel tentativo di togliersi la vita?
“Mi hanno trasferita al carcere di Barcellona Pozzo di Gotto (struttura specializzata in detenuti con disturbi mentali). E finalmente ho potuto parlare con mio figlio”.
Cosa vi siete detti in quella prima telefonata?
“Ho provato a rassicurarlo, a dirgli che la mamma sarebbe tornata presto, che si trattava di un errore, che gli uomini con cui avevo litigato in barca mi avevano accusata ingiustamente, ma di stare tranquillo perché tutto si sarebbe chiarito”.
Ci credeva?
“Dovevo sperarlo”.
Adesso suo figlio come sta?
“È sereno, viviamo a Camini, in Calabria. Il sindaco e tutto il paese ci hanno aiutato molto anche nei mesi difficili in cui ero ai domiciliari. Il bambino qui è contento, può giocare in strada e a Teheran non gli era permesso, è una grande città ed è troppo pericoloso. È la prima volta che vivo in un piccolo paese, sono cresciuta in una metropoli. Ma per adesso non penso di muovermi da qui, voglio trovare un lavoro, costruire un futuro per me e mio figlio”.
Teheran in questi giorni è sotto attacco israeliano. Come la fa sentire?
“Il primo giorno, quando ho saputo dell’uccisione di tutti quei generali, non ero scontenta. Hanno ammazzato tanti ragazzi, giovanissimi, molti dei miei amici. Ma adesso si stanno bombardando le città, i palazzi, gli ospedali, stanno morendo tantissimi civili penso che questo fosse il loro reale obiettivo e tutto questo mi fa orrore”.
Ha ancora famiglia in Iran?
“I miei genitori sono a Teheran. Li ho pregati di andare via dalla città, di cercare rifugio in campagna ma anche parlarsi è difficile, spesso non c’è connessione. Vivo nell’angoscia, non riesco a dormire, spero solo che la smettano”.