Il poeta da giovane la luna immobile e il corso della Storia
In Pasolini ventenne si trova già il nucleo più autentico della sua visione del mondo. Impegno civile e coscienza politica convivono con la percezione di un tempo ciclico di un mondo sempre cangiante e uguale, fuori dalla Storia. Gramsci incontra gli studi di Eliade sul sacro. La poesia scritta in italiano e legata alle estati di Casarsa (dove aveva esordito con versi friulani) si compone di un ottonario iniziale e diciotto endecasillabi irregolari (il verso dantesco, che “racconta”, più vicino a una linea antinovecentista che all’ermetismo). La luna è più pascoliana che leopardiana o foscoliana, un poco “stinta”, estenuata e decadente. Due punte espressive: una sinestesia (“la stanca luce”) e il mondo che “assonna” (il verbo assonnare è impersonale e di solito chiede la terza persona singolare). Il poeta, diviso tra adolescenza e maturità, si trova sulla linea d’ombra che le separa.
La luce della vita — accecante e feroce —…
Il poeta da giovane la luna immobile e il corso della Storia
In Pasolini ventenne si trova già il nucleo più autentico della sua visione del mondo. Impegno civile e coscienza politica convivono con la percezione di un tempo ciclico di un mondo sempre cangiante e uguale, fuori dalla Storia. Gramsci incontra gli studi di Eliade sul sacro. La poesia scritta in italiano e legata alle estati di Casarsa (dove aveva esordito con versi friulani) si compone di un ottonario iniziale e diciotto endecasillabi irregolari (il verso dantesco, che “racconta”, più vicino a una linea antinovecentista che all’ermetismo). La luna è più pascoliana che leopardiana o foscoliana, un poco “stinta”, estenuata e decadente. Due punte espressive: una sinestesia (“la stanca luce”) e il mondo che “assonna” (il verbo assonnare è impersonale e di solito chiede la terza persona singolare). Il poeta, diviso tra adolescenza e maturità, si trova sulla linea d’ombra che le separa.
La luce della vita — accecante e feroce — arde la campagna e ogni cosa. Ma la luna nuova allude alla possibilità di un nuovo ciclo, pur dentro un’eternità immobile.
Lo svolgersi delle stagioni, il divenire del tutto è accompagnato dal canto antico dei grilli: mutevolezza della natura e impassibile eternità del cosmo (in essa ci si può forse “salvare”, non dentro l’illusione della Storia). (Filippo La Porta)
Quella finestra aperta sul mondo del Gattopardo
Gattopardo coincide con le stanze in cui è stato scritto, una in particolare, che si trova in casa dei cugini di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la famiglia Piccolo di Calanovella, il poeta Lucio, l’occultista e fotografo Casimiro, la botanica Agata. Sulle colline di Capo d’Orlando, provincia di Messina, nella casa oggi museo di questa bizzarra famiglia, nella stanza degli ospiti, dove Giuseppe soggiornava lungamente, c’è una finestra, e da quella finestra si vede il mare delle Eolie, e in particolare il profilo di Salina: è facile immaginare Tomasi sostituire il nome di un’isola con un altro, Lampedusa con Salina, e forse scegliere così il cognome della famiglia protagonista del romanzo che prende forma. Per via di questo sospetto, di questa immagine che non riesco a togliermi dalla testa, quando penso al Gattopardo penso al legame misterioso e fortissimo che stringe i libri ai luoghi dove nascono.
Consiglio agli studenti il fortunato volume di Maria Antonietta Ferraloro, Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo, pubblicato qualche anno fa, per sentire questo romanzo contemporaneo e riconoscibile nei paesaggi, nelle case e nelle strade che il suo autore aveva presente con tanta chiarezza. È anche così che la letteratura resta viva. (Nadia Terranova)
Treni, aerei, navi, auto usurano l’ambiente ma la Terra è solo una
Ma quante sfere ci sono? Il guaio è che ce n’è una sola, così come c’è una sola Terra, un solo pianeta abitabile. Se dunque, per abitare il mondo, lo stipiamo di cose, di edifici e strade e «treni aerei navi auto» e ogni altro manufatto, di spazio per noi altri, per gli esseri umani e per le specie viventi tutte, ne rimane pochino: sempre meno.
Di qua la tecnosfera, sempre più pesante, sempre più ingombrante, di là la straordinaria varietà di una biosfera sempre più fragile, sempre più a rischio, perché si tratta, in realtà, della medesima sfera, dello stesso globo terracqueo. E il diametro, c’è poco da fare, rimane sempre lo stesso.
Che nel giro di pochi decenni il progresso materiale sia riuscito a fare epoca, a imprimere addirittura un’impronta geologica — quello che la natura fa in decine di migliaia di anni — dà il segno di quale usura conosca oggi l’ambiente.
Un vicolo cieco, dice Pievani, e da un vicolo cieco non si può che tornare indietro.
Forse, però, si può anche immaginare non di percorrere la stessa strada a ritroso, ma di imboccarne una diversa, a una diversa velocità.
Per andare ancora avanti, ma non con la stessa sciocca insensibilità verso la consumazione della Terra, l’occupazione del suolo, il dispendio delle risorse naturali. (Massimo Adinolfi)
Roosevelt, la crisi del ’29 e l’obiettivo comune come ambizione
Il passo è tratto da un libro del 2000 (prima edizione italiana Carocci 2002), un affresco dedicato agli anni ’30 del Novecento. Il brano proposto offre diverse chiavi di lettura, presuppone una frequentazione non episodica degli argomenti e dei riferimenti storici indicati. Una traccia impegnativa.
Il primo aspetto riguarda la centralità del sistema bancario statunitense e la scelta di Roosevelt di intervenire con una vera e propria legislazione di emergenza. Lo Stato si fa garante del sistema puntando a creare le condizioni per “pompare denaro nel circuito” dopo la crisi del 1929. Il secondo aspetto che risalta nella traccia proposta chiama in causa un tratto più generale e costitutivo della presidenza Roosevelt. Un presidente che comunica, trasmette informazioni, rende partecipe delle scelte che si compiono. L’alto e il basso, il vertice delle istituzioni e il tessuto della società entrano in una relazione non episodica. Infine le parole dello slogan incoraggiante “Insieme non possiamo fallire” che tratteggiano un orizzonte comune di responsabilità e obiettivi. Si muovono così nell’arco del decennio le speranze diffuse di una possibile rinascita, del rilancio per uscire insieme dalle strettoie dell’emergenza. Un messaggio diretto, efficace che mette in relazione diversi angoli del pianeta. (Umberto Gentiloni)
Contro la mafia che tutto può il rifiuto dei giovani
Nel testo proposto agli studenti per il tema di attualità, Paolo Borsellino non celebra, non commuove. Spiega. Palermo è la sua lente: città ferita, resa alla mafia non solo con le bombe, ma con l’assenso. La mafia, dice, è cultura distorta: silenzio, forza, privilegio. E può essere rifiutata. Con parole ferme, racconta la passività di una generazione e l’unica speranza: i giovani. Non li idealizza, ma li riconosce capaci di dire “mafia” senza paura, di rompere l’ambiguità. Racconta anche un dolore personale (due ragazzi uccisi da un’auto della scorta), e il segno che riceve: i giovani capiscono. Non giudicano, restano. Proporre questo testo di Borsellino a un diciottenne, nel giorno in cui è chiamato a scrivere, a pensare, a misurarsi con l’idea stessa di cittadinanza, non è solo una scelta didattica.
È un modo per dire che la scuola, quando vuole, può ancora essere presidio di senso. Può educare non solo al sapere, ma alla coscienza. Perché la legalità non si insegna per decreto, ma con esempi.
E questo testo è uno. Non c’è retorica: solo la denuncia lucida di un potere che si fa complice, che costruisce alleanze. È un invito a scegliere.
A capire che la mafia non è storia passata, ma presente da disinnescare. Una coscienza alla volta. Una scelta alla volta. (Lirio Abbate)
Stare al mondo senza cancellare l’altro. E pensando a Aretha
Formula educativa di un tempo, spero anche di oggi, “non mancare di rispetto” descrive un modo di stare al mondo, una posizione relazionale. Rispettosa, non ossequiosa.
Si rispettano le persone, le regole, l’ambiente. Si rispettano i confini dei luoghi e dei corpi. Non si manca di rispetto solo con le parole, c’è un intero vocabolario non verbale della svalutazione.
Rispetto è riconoscimento nella reciprocità, principio di tutte le convivenze: con noi stessi, l’altro, gli altri. Mancanza di rispetto non è la poca gentilezza, è una forma specifica di cancellazione dell’altro. Le microaggressioni, spesso inconsapevoli, che tutti i giorni rivolgiamo a chi classifichiamo come “troppo” altro, sono mancanze di rispetto. Vi sembrerà woke, ma penso alle donne (abbiamo dimenticato il Respect di Aretha Franklin in una canzone del 1967 che sarebbe diventata inno femminista?) e a tutte le persone a cui la storia patriarcale ha mancato di rispetto.
Per l’orientamento sessuale, per l’identità di genere.
Una maestra della psicoanalisi, Luciana Nissim Momigliano, ci ha regalato il concetto di “ascolto rispettoso”.
È quello che praticano gli psicoanalisti quando ascoltano le vite degli altri, ma può essere un bene di tutti. (Vittorio Lingiardi)
Esasperati di internet e indifferenti di Gramsci: così lontani, così vicini
Correva l’11 febbraio 1917 e, su La città futura, Antonio Gramsci scriveva Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani... L’indifferenza è abulia, parassitismo, vigliaccheria, non è vita. L’indignazione sui social — seguendo la traccia proposta per l’esame di maturità dall’articolo di Meldolesi e Lalli su 7 del Corriere della Sera, il 13 dicembre scorso — somiglia all’indifferenza che Gramsci veementemente sanzionava. Odio gli indifferenti.
L’indignazione social è vigliacca perché resta dietro uno schermo, è parassitaria, perché vive su volti e vite di persone che non siamo noi, ed è anche parassitata dagli algoritmi perché noi, gli esseri umani, siamo rimasti l’unica risorsa naturale del pianeta ampiamente disponibile. L’indignazione social somiglia all’abulia, cioè alla mancanza di volontà perché dopo aver lasciato un commento di ingiuria, offesa, violenza — o anche un like — i nostri gesti si fermano, e il corpo si svela per ciò che non è e non dovrebbe mai essere e cioè un mero contenitore di sentimenti. I corpi si muovono, occupano spazio, si danno piacere e fastidio, si accomodano l’uno accanto all’altro, talvolta con difficoltà, i corpi stanno. Se il corpo è solo un contenitore linguistico allora è facile — e forse un sollievo — essere sostituiti dalle macchine. L’indignazione social è la palestra per la nostra scomparsa perché ci abitua a non muovere il corpo, ma solo — si fa per dire — lo spirito. (Chiara Valerio)