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Mario Amato, storia di un omicidio: 45 anni fa moriva il giudice assassinato dai Nar

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Il 23 giugno 1980 a Roma veniva ucciso il magistrato
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C'è una pistola. È una Colt modello Cobra, calibro 38 special. Un'arma compatta, maneggevole, letale. Non è un dettaglio. È un indizio. È una firma. È la stessa, o dello stesso modello, che il 6 gennaio 1980 uccide a Palermo Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, uomo della Dc di Aldo Moro in lotta contro la ragnatela del compromesso criminale, è il fratello del presidente della Repubblica. Ed è ancora lei a fare fuoco, qualche mese dopo, il 23 giugno, in una Roma già svuotata dall’afa estiva, su un uomo solo, a piedi, in cammino verso l’ufficio: il sostituto procuratore Mario Amato. Una traiettoria che attraversa lo stivale, dalla Sicilia dei poteri intrecciati alla capitale delle eversioni nere.

Omicidi collegati da un filo

Due omicidi distanti, certo, m…

C'è una pistola. È una Colt modello Cobra, calibro 38 special. Un'arma compatta, maneggevole, letale. Non è un dettaglio. È un indizio. È una firma. È la stessa, o dello stesso modello, che il 6 gennaio 1980 uccide a Palermo Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, uomo della Dc di Aldo Moro in lotta contro la ragnatela del compromesso criminale, è il fratello del presidente della Repubblica. Ed è ancora lei a fare fuoco, qualche mese dopo, il 23 giugno, in una Roma già svuotata dall’afa estiva, su un uomo solo, a piedi, in cammino verso l’ufficio: il sostituto procuratore Mario Amato. Una traiettoria che attraversa lo stivale, dalla Sicilia dei poteri intrecciati alla capitale delle eversioni nere.

Omicidi collegati da un filo

Due omicidi distanti, certo, ma cuciti da un filo. La pistola, per cominciare. È una coincidenza così precisa da sembrare un messaggio. Eppure, non basta. Le pallottole recuperate dalla scena dell’omicidio Mattarella a distanza di quarant’anni sono troppo deteriorate, dicono, per una comparazione decisiva. Ma la traccia resta lì, ostinata. Come una briciola di pane sul cammino della Repubblica. La stessa arma, lo stesso disegno della morte. Due obiettivi che non si toccano, ma disturbano: l’uno combatte il compromesso con la mafia, l’altro indaga sulle trame oscure dell’estrema destra e sui suoi fiancheggiamenti invisibili.

Oggi Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, ricorda Amato come un eroe di Stato. "La memoria del vile omicidio di cui fu oggetto - sottolinea - ci esorta alla recisa condanna della violenza diretta contro i principi del nostro Stato costituzionale e i suoi servitori”.

Le inchieste di Amato

Mario Amato era solo. Non una metafora. Era proprio solo. A Roma, dentro il palazzo di giustizia, era il solo magistrato a occuparsi delle indagini sui Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, l’ala più feroce e sregolata dell’eversione nera di cui era parte attiva anche Massimo Carminati. Le inchieste di Amato avevano nomi e cognomi, legami e complicità. Aveva preso il testimone del sostituto procuratore Vittorio Occorsio, anche lui ucciso, nel 1976, mentre cercava di smascherare la galassia neofascista. E come Occorsio, anche Amato era diventato bersaglio. Perché, con metodo e pazienza, ricostruiva quella rete informale e feroce fatta di “camerati”, trafficanti, uomini dell’ordine deviato, pezzi di criminalità organizzata. Aveva capito che l’eversione nera non era più solo un drappello di reduci ideologici. Era sistema. Era struttura. Era alleanza, per quanto paradossale, con frange di estrema sinistra e con mondi criminali comuni. Lo dice davanti al Csm il 13 giugno 1980, dieci giorni prima di morire: «Sto arrivando alla visione di una verità d'assieme...». Una frase che è testamento e condanna. Perché quella verità globale è la cosa che il sistema non può tollerare.

L’omicidio

Mario Amato muore in una mattina di sole. Cammina sul marciapiede, in via Monte Rocchetta. Un uomo vestito di beige lo segue. Lo raggiunge. Si avvicina. Lo fredda con un solo colpo alla nuca. Non c'è scorta. Non c'è protezione. Non c'è apparato. Un magistrato abbandonato alla sua responsabilità. Ha 42 anni. Lascia una moglie, due figli, una casa vuota e un'istituzione in imbarazzo. Il piccolo Sergio, sei anni, sente la madre piangere. Pensa a un incidente. Scoprirà presto la verità: «Papà l'hanno ucciso con la pistola», gli dirà la sorella. Un'infanzia amputata. Chi lo ha ucciso si firma con un volantino lasciato in una cabina telefonica: «Abbiamo eseguito la sentenza di morte... Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo». Firmato: i Nar. L’odio è quasi burocratico. La fraseologia, da caserma malata. La freddezza, militare. Ma dietro quella prosa sgangherata c’è una cultura della morte che ha studiato le sue vittime. Che sa cosa colpire. È un altro magistrato ucciso dal terrorismo politico in Italia.

Di nuovo i Nar

Tre mesi prima, sono morti i magistrati Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini. Un bollettino di guerra. Il fronte si chiude con Mario Amato. Poi verrà Bologna, la strage del 2 agosto. La stazione saltata in aria. Una bomba fascista. Di nuovo loro. Di nuovo i Nar. Di nuovo l’eversione nera che si fonde e si confonde con il ventre molle della Repubblica. Amato l’aveva detto: «Sono ragazzini che sono come i nostri figli... travolti da vicende di questo tipo». Sapeva che dietro le pistole, dietro il fanatismo, dietro le frasi urlate, c’era un disegno. Non un delirio, ma una strategia. Non un'impennata di follia, ma un'organizzazione. Cercava i mandanti, non solo gli esecutori. Per questo l’hanno ucciso. Per questo era solo. Mario Amato era originario di Palermo, aveva lavorato per anni a Rovereto, la città dove nascerà Valerio Fioravanti, uno dei suoi futuri assassini. Fioravanti, che davanti al grande giornalista Sergio Zavoli confesserà in tv, con l’aria svagata di chi racconta una gita: «Non fu un’azione particolarmente difficile...». Parole che fanno male. Per la leggerezza. Per la disumanità. Per l’assenza totale di memoria morale.

L’intervento di Pertini

Dopo il delitto, il Presidente Pertini rompe la compostezza istituzionale: «Sarebbe fuori luogo fare un necrologio. I morti si onorano custodendone il ricordo, cercando di imitare l'onestà della loro vita». Ma lo Stato ha fatto poco per proteggerlo in vita. E anche dopo, ha lasciato che si oscurasse la memoria. Resta oggi, a 45 anni di distanza, quella pistola. La Colt Cobra. Come un segnale, un anello mancante. Come una domanda ancora senza risposta. Chi forniva quelle armi? Chi ne decideva il bersaglio? È possibile che Palermo e Roma non siano poi così lontane? Che ci può essere un filo che lega l’agguato a Mattarella a quello di Amato? Il magistrato faceva il suo lavoro. Cercava la verità. È per questo che è morto. E per questo, ancora oggi, il suo nome dovrebbe inquietare.

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