“Io, signora delle camelie, pianto colonne di alloro e salvo gli abeti secolari”
di Laura SerloniGaleotto fu un Lemon Kiss. Un geranio irresistibilmente profumato che incanta i sensi. Poi il marito botanico, la laurea in conservazione dei beni culturali e una famiglia di vivaisti alle spalle hanno fatto il resto. Nunzia Petrecca è la signora dei giardini italiani che con piglio sicuro e calore napoletano dirige oltre cento tra architetti paesaggisti, giardinieri d’arte, botanici e agronomi.
In gioco ci sono aree verdi preziose e delicatissime: portano la sua firma i restauri del Real Bosco di Capodimonte e del parco della Villa Floridiana a Napoli, di Pompei, di Villa Adriana e Villa D’Este a Tivoli, di Palazzo Farnese a Caprarola, degli Orti Farnesiani al Palatino a Roma, dei giardini del Quirinale e del futuro Bosco dello Sport a Venezia. E i progetti di riqualificazione affidati alle sue società, Euphorbia, Minerva Restauri e Delizie Reali, che quest’anno compiono 30 anni, sono in gran parte legati ai fondi del Pnrr.
Lei cura il verde più pregiato d’Italia, a quale giardino è …
Galeotto fu un Lemon Kiss. Un geranio irresistibilmente profumato che incanta i sensi. Poi il marito botanico, la laurea in conservazione dei beni culturali e una famiglia di vivaisti alle spalle hanno fatto il resto. Nunzia Petrecca è la signora dei giardini italiani che con piglio sicuro e calore napoletano dirige oltre cento tra architetti paesaggisti, giardinieri d’arte, botanici e agronomi.
In gioco ci sono aree verdi preziose e delicatissime: portano la sua firma i restauri del Real Bosco di Capodimonte e del parco della Villa Floridiana a Napoli, di Pompei, di Villa Adriana e Villa D’Este a Tivoli, di Palazzo Farnese a Caprarola, degli Orti Farnesiani al Palatino a Roma, dei giardini del Quirinale e del futuro Bosco dello Sport a Venezia. E i progetti di riqualificazione affidati alle sue società, Euphorbia, Minerva Restauri e Delizie Reali, che quest’anno compiono 30 anni, sono in gran parte legati ai fondi del Pnrr.
Lei cura il verde più pregiato d’Italia, a quale giardino è più legata?
«Il Bosco di Capodimonte ha un posto speciale nel mio cuore. È stato oggetto della mia tesi di laurea, prima ancora che decidessi di fare questo lavoro. Ha 200 anni di storia ed è un concentrato di energia silenziosa, che permette di riconnettersi con la natura».
Se dovesse descrivere i “suoi” giardini, quale sarebbe la parola più adatta per il Bosco di Capodimonte?
«Reale. È un’area con 400 specie, ci sono vere e proprie gemme, come il giardino anglo-cinese creato a imitazione della natura. Si susseguono praterie e alberi secolari come quello della canfora alto più di 20 metri con una corteccia che sprigiona un profumo balsamico unico. C’è il Giardino Torre con numerosi alberi da frutto come lo era nel Settecento. Ancora oggi vi si coltivano piante esotiche come ananas, ribes, lamponi»
Per Villa Adriana?
«Imperiale. Qui abbiamo fatto una ricostruzione filologica degli ambienti: il perimetro della vasca del Pecile, l’agorà greca che Adriano aveva visto in uno dei suoi viaggi, è stata ricostruita con una siepe di rosmarino, il colonnato lo abbiamo fatto rivivere inserendo alberi di alloro e poi dandogli la forma allungata e maestosa delle colonne».
Tra i gioielli ci sono anche il parco della Villa Floridiana e l’Orto Farnesiano al Palatino?
«Il primo è un giardino romantico dominato dalle camelie dal 1830, piantate secoli fa da chi gestiva i siti reali borbonici. Invece nell’Orto Farnesiano ho avuto per la prima volta una sensazione di soggezione nei confronti di un luogo che trattiene tutto il fascino della Roma Antica. Il giardino lo abbiamo restaurato nel 2020, ricostruendo la pavimentazione e il labirinto di bossi. Qui la sfida è stata la tutela dell’acacia farnesiana, pianta rara introdotta nel 1580: la fioritura è profumata e avviene più volte l’anno ed è tenuta quasi sacralmente in vaso».
Come avviene la ricerca di queste specie rare?
«Tra i collezionisti vivaisti, poi con il mio team coltiviamo anche alcune specie rare».
Fanno da cornice a Palazzo Farnese i giganteschi abeti bianchi.
«Sì, vennero importati nel 1584 e ormai sono arrivati alla fine del loro ciclo vegetale biologico. Gli dedichiamo molta attenzione, non aspettiamo che muoiano ma integriamo dei giovani esemplari e cerchiamo di avvicinarli al loro portamento per creare quei coni ottici unici che caratterizzano il luogo e che non possono assolutamente essere persi».
La prossima sfida è il Bosco dello Sport a Venezia. Cosa farete?
«Siamo pronti a piantare centomila nuovi alberi, lo scopo è di ricreare delle zone umide, corridoi verdi di aria pulita sui cento ettari della cittadella dello sport».
Qual è l’abc di un progetto di restauro?
«Tutto inizia con le ricerche in biblioteca perché la parte storica è essenziale. Poi c’è la programmazione dell’intervento perché non si può intervenire sempre, bisogna seguire le stagioni anche se sono sempre più imprevedibili. Poi si decide quali piante produrre per realizzare l’atmosfera migliore: alcune come lecci, mirti e bossi li facciamo nascere nel nostro vivaio».
Le piante per i giardini reali devono avere un pedigree?
«Tutte hanno un libretto sanitario con provenienza, età, salute. Sono certificate perché se hanno delle patologie possono anche contaminare gli altri sistemi. Guardando gli elenchi floristici del Settecento facciamo una scelta di tipo estetico ma che deve anche essere sostenibile. Cerchiamo piante che sopravvivono con meno acqua, meno trattamenti chimici: una sorta di autoecologia».
Cosa la emoziona di più dei suoi giardini?
«La convivenza tra piante che arrivano da diverse parti del mondo. A Capodimonte c’è l’albero del Thule, specie messicana, quello della melaleuca della carta che è australiano, quello della canfora dell’oriente, la magnolia del Nord America e la cycas dell’Indocina. Così si crea un melting pot bellissimo».
Il patrimonio italiano è molto ricco, ma c’è qualche giardino che invidia all’estero?
«I giardini giapponesi dove si respira una spiritualità forte. Ecco, mi piacerebbe realizzarne uno anche qui».