Fatemeh: “Ho salvato mio figlio dalle bombe, ora piango per chi è lì”
dalla nostra inviata Maria Novella De LucaA diciotto mesi il piccolo E. dorme quieto nel letto matrimoniale, protetto da una barriera di cuscini. Luce, piante, silenzio, le finestre affacciate su una strada tranquilla e alberata. «Ecco, questo è il suono della pace. Nella mia testa invece continuo a sentire il frastuono delle bombe. Boato, sirene, morte. La prima notte a Teheran, quando Israele ha attaccato, per un attimo ho pensato che fosse soltanto un tuono, un tuono spaventoso. Un’illusione. Sono nata il giorno in cui Khomeini è morto e il conflitto con l’Iraq appena finito: in Iran diventi grande sapendo che prima o poi una guerra ricomincerà. Così i miei primi pensieri sono stati: è una bomba, devo salvare mio figlio, i miei genitori e avvertire Salvatore, il mio compagno».
Fatemeh Sakhtemani, 37 anni, parla velocemente, con un italiano quasi perfetto, da tre giorni è finalmente a casa, a Parma, dopo essere scappata dall’Iran bombardato con un bambino tra le braccia e uno zaino sulle spalle. Rimpatriata dall’unità di cr…
A diciotto mesi il piccolo E. dorme quieto nel letto matrimoniale, protetto da una barriera di cuscini. Luce, piante, silenzio, le finestre affacciate su una strada tranquilla e alberata. «Ecco, questo è il suono della pace. Nella mia testa invece continuo a sentire il frastuono delle bombe. Boato, sirene, morte. La prima notte a Teheran, quando Israele ha attaccato, per un attimo ho pensato che fosse soltanto un tuono, un tuono spaventoso. Un’illusione. Sono nata il giorno in cui Khomeini è morto e il conflitto con l’Iraq appena finito: in Iran diventi grande sapendo che prima o poi una guerra ricomincerà. Così i miei primi pensieri sono stati: è una bomba, devo salvare mio figlio, i miei genitori e avvertire Salvatore, il mio compagno».
Fatemeh Sakhtemani, 37 anni, parla velocemente, con un italiano quasi perfetto, da tre giorni è finalmente a casa, a Parma, dopo essere scappata dall’Iran bombardato con un bambino tra le braccia e uno zaino sulle spalle. Rimpatriata dall’unità di crisi della Farnesina, con un fortunoso viaggio tra i monti di Elburz fino ai confini dell’Azerbaigian. «Ho salvato mio figlio, ho riabbracciato Salvatore, ma ho dovuto abbandonare tutto il resto della mia famiglia che ogni giorno rischia la vita. Piango per loro».
Fatemeh, perché il 5 giugno scorso, quando erano già forti i venti di guerra, lei è partita per l’Iran?
«Era molto tempo che non tornavo a Teheran e volevo far conoscere il nipote ai miei genitori. La mia vita è qui, sono arrivata in Italia per specializzarmi in architettura a 24 anni, ho vissuto da sola a Firenze, a Milano. Ma tutta la mia famiglia è in Iran. Quando sono partita non sembrava che ci fosse una guerra imminente pur in un paese dove la guerra è sempre un’eventualità. Avevo anche bisogno di un ultimo documento per ottenere, finalmente, la cittadinanza italiana».
Le prime bombe sono cadute su Teheran il 13 giugno. Cosa avete fatto in quei giorni?
«Siamo stati fermi, dentro casa, fissi davanti alla televisione, terrorizzati. Ho azzardato dopo 24 ore una piccola passeggiata con E. che era sempre più nervoso. Mentre tornavamo ci è passato sopra la testa un missile, caduto vicinissimo al nostro quartiere. Scappavano tutti, rischiavamo di morire, ci siamo messi in viaggio verso la nostra casa di campagna».
Siete sfollati insomma. Lei però era sempre in contatto con Salvatore Politi, il suo compagno, che fa il medico al policlinico di Parma.
«Siamo riusciti a parlarci fino a che le linee non si sono interrotte. Salvo era sconvolto, disperato. Con i cieli chiusi sembrava impossibile che tornassi a Parma. L’unica strada, pericolosissima, era mettersi in viaggio via terra, da soli. Quando Salvatore ha saputo che non avevo più né latte né pannolini per E. ha deciso di lanciare appelli tramite i giornali e le tv, perché si mobilitasse il ministero degli Esteri. Un grande aiuto è arrivato dal sindaco di Parma, Michele Guerra che ha tenuto i contatti con l’unità di crisi. E ha dato conforto a Salvatore».
Poi sono venuti a prendervi.
«Sì, il 20 giugno. Ero a pezzi, per la guerra, per la mia famiglia e mi sentivo in colpa per aver portato mio figlio in Iran, esponendolo al rischio della vita. Lo abbiamo tanto voluto e aspettato con Salvatore, è il nostro amore più grande. Con Salvatore ci siamo conosciuti un pomeriggio a Milano, in una libreria, lui di Catania, io iraniana, allora lavoravo come architetta sui set fotografici. Abbiamo girato l’Italia, poi abbiamo messo radici qui, a Parma».
Torniamo al viaggio. Quanto è durato?
«Un tempo infinito. Il 20 giugno un pullman dell’ambasciata è venuto a prenderci, eravamo un gruppo di venti persone, anche un’altra mamma con un bimbo piccolo. Dopo sette, forse otto ore, siamo arrivati al confine con l’Azerbaigian. E lì ho davvero avuto paura. Perché avevano tutti il passaporto italiano, compreso mio figlio. Tutti tranne me».
Quindi gli altri sono riusciti ad entrare e lei è rimasta al confine.
«Il mio bambino e io. C’era bisogno di un visto che non arrivava. Eravamo soli, era sera, in una condizione sospesa. Guardavo il fiume che divide i due stati. Oltre quel fiume c’era la nostra libertà. Ho tenuto in braccio mio figlio per giorni e giorni, cercando di non fargli sentire la paura. Quando sarà grande gli racconterò del nostro viaggio e di come ci siamo salvati. Grazie alla mediazione dell’ambasciatore italiano che è venuto personalmente a prendermi. la situazione si è sbloccata. A Baku abbiamo riabbracciato Salvatore».
Fatemeh, perché ha lasciato l’Iran?
«Come tanti mie coetanei volevo essere libera. Volevo respirare. Però l’Iran sta cambiando, ho fiducia. Spero. Ho una famiglia che vive a Teheran. Genitori che vogliono restare dove sono nati. Il popolo iraniano supererà anche questa crisi. Da sempre viviamo con il rischio della guerra».
Le manca il suo paese?
«Come a tutti coloro che emigrano. In Italia sono felice, qui ho costruito la mia famiglia. Però sento la nostalgia. Mi manca il profumo delle nostre arance. Non esiste in nessuna altra parte del mondo quel profumo, soltanto nei giardini della mia infanzia».