Maria Rita Barbera: “I miei abiti da Bellocchio a Golino, vestire gli attori è l’arte della gioia”
di Brunella GiovaraC’è un momento magico, nel magico mondo del cinema, ed è quando si fa la prova dei costumi. «Quando per la prima volta l’attore si veste, e comincia a entrare fisicamente nel personaggio». Lì si capiscono molte cose, ad esempio «se l’attore ci sta bene dentro, quel certo abito. Perché se non lo porta volentieri, poi si noterà, nel film». Di questi concreti problemi, e anche di certe impensabili raffinatezze — talvolta impalpabili come uno chiffon — si ragiona con Maria Rita Barbera, costumista di fama e di molti premi (esordio come assistente ne Gli occhi, la bocca di Bellocchio, era il 1982). Cinque sue creazioni sono esposte da domani a “Cinecittà si Mostra”, e così si entra nella Sicilia di inizio Novecento, e precisamente gli anni dal 1908 al 1919, raccontati nella miniserie tv L’arte della gioia (su Sky e NOW), con Valeria Golino regista, tratta dal romanzo di Goliarda Sapienza. Tre sono della protagonista Modesta, che era Tecla Insolia e ci ha vinto il David di Donatello. Uno, d…
C’è un momento magico, nel magico mondo del cinema, ed è quando si fa la prova dei costumi. «Quando per la prima volta l’attore si veste, e comincia a entrare fisicamente nel personaggio». Lì si capiscono molte cose, ad esempio «se l’attore ci sta bene dentro, quel certo abito. Perché se non lo porta volentieri, poi si noterà, nel film». Di questi concreti problemi, e anche di certe impensabili raffinatezze — talvolta impalpabili come uno chiffon — si ragiona con Maria Rita Barbera, costumista di fama e di molti premi (esordio come assistente ne Gli occhi, la bocca di Bellocchio, era il 1982). Cinque sue creazioni sono esposte da domani a “Cinecittà si Mostra”, e così si entra nella Sicilia di inizio Novecento, e precisamente gli anni dal 1908 al 1919, raccontati nella miniserie tv L’arte della gioia (su Sky e NOW), con Valeria Golino regista, tratta dal romanzo di Goliarda Sapienza. Tre sono della protagonista Modesta, che era Tecla Insolia e ci ha vinto il David di Donatello. Uno, da novizia, un severo abituccio con il colletto piccolo, e cuffia rigida.
Un modello in esposizione a Cinecittà, è uno degli abiti di scena indossati da Valeria Bruni Tedeschi nella serie Sky
«Inventato, cioè non filologico, ecco. Così come i costumi delle suore e della badessa, che non sono quelli di un vero ordine di suore. Ma neri, e con l’interno del velo bianco… Le novizie le avrei anche vestite di nero, ma poi sarebbe diventato tutto troppo scuro, così ho scelto un grigio-azzurro».
Quindi, si è tenuta libera, nel racconto di quel mondo.
«Ma la base del lavoro è sempre la realtà dell’epoca. Quindi, la documentazione raccolta, i film già fatti, le fotografie, e per fortuna dell’inizio Novecento c’è molto materiale. Per L’arte della gioia mi sono ispirata a un libretto di Gesualdo Bufalino che si intitola Il tempo in posa, e ad altri, sempre di Sellerio, Gli Interguglielmi, e Il caso Alfano di Mario Genco. E gli Alinari, che hanno molto fotografato quell’Italia rurale».
E il Gattopardo di Visconti? Che era un maniaco del dettaglio sartoriale, e voleva gli armadi pieni di vere stoviglie, vere lenzuola.
«Di traverso, e più per la parte “contadina” del film, il popolo, i gabellotti. Ma quello è un mondo povero e non è mai molto cambiato. I contadini non seguono le mode, i ricchi sì, e quei siciliani di fine Ottocento si facevano fare gli abiti a Parigi. Per loro mi sono ispirata a certe immagini della dinastia Florio, questo sì. Poi, Valeria voleva anche che venisse fuori un ambiente sociale che si era fermato nel tempo, basta guardare la principessa Brandiforti».
Dunque, la Sicilia dei miserabili, e quella dei potenti. Gli stracci e i merletti. È vero che alcuni pezzi sono autentici?
«Sì. Avevo delle cose d’epoca, delle camicette di pizzo vero, e per fortuna Tecla Insolia e Alma Noce hanno delle misure da bambola, perché negli anni le forme delle donne sono cambiate, allora erano tutte più piccole. Così le ho potute usare, le mie antiche camicette, con delle gonne nuove. È sempre bello usare materiali autentici, tutto ha un altro sapore. È anche molto difficile. Ma la buona stoffa si vede, e poi la macchina da presa è come una lente di ingrandimento, che non sai mai dove si posa, quale dettaglio può inquadrare».
Ci faccia un esempio, allora.
«Un piccolo abito di Beatrice, con un corpetto rosa e una gonna plissettata bianca, alla maniera di Mariano Fortuny, che abbiamo plissettato noi, come si faceva una volta. Beh, quel raso di seta ce l’avevo io, era vecchio ma sano, bellissimo, esattamente del tono di rosa che volevo. Ma la sarta tagliatrice, Angela Angelici, non era d’accordo: troppo fragile, troppo difficile. Invece l’ha fatto. Ha intelaiato la stoffa e l’ha fatto. Ecco, l’importanza di avere una équipe affiatata».
E com’è difficile, vestire un personaggio? Perché deve essere ben difficile.
«Io penso che il costumista è uno psicologo, che si mette al servizio del regista e degli attori. Legge la sceneggiatura, studia i documenti, poi pensa all’idea che si è fatta dei personaggi da vestire. Sempre partendo da una base storica, per poi magari cambiare, e a volte stravolgere. Modesta comincia poverissima, ed è davvero vestita di stracci. Entra in convento, e si mette una divisa (ma è una ribelle), poi finalmente arriva nella Villa Brandiforti, e qui nasconde l’ambizione, è modesta anche nei fatti. Non ho voluta farla sfarzosa, ma finalmente borghese. L’abito del monologo è blu, con le maniche di pizzo. Inventato, cioè fuori dal tempo. Teatrale, simbolico. Come voleva Valeria».
E come ci si è trovata, la Insolia, dentro quell’abito?
«Bene. Come dentro una corazza. Era l’abito giusto per le cose che avrebbe detto nel monologo».
Uno come Mastroianni detestava i costumi d’epoca.
«Ma poi se li metteva, se doveva. Lo ricordo nell’Enrico IV di Bellocchio, dove io ero assistente costumista. All’inizio del film era magro, poi era ingrassato e gli avevamo allargato il costume, perché non ci stava più dentro. Ma non si lamentava, perché era un uomo adorabile».