Ammazzato e fatto sparire, condanna annullata per il killer. La madre: “Mattarella mi aiuti”
di Alessia Candito“Speravo di avere finalmente giustizia, che il suo assassino venisse finalmente condannato, che io, mio marito e i miei figli potessimo chiudere un capitolo e trovare la forza di andare avanti. Invece tocca ricominciare da capo”. Nel giorno in cui la Cassazione ha ribaltato le precedenti condanne e rispedito in appello il processo per l’omicidio del figlio, Elsa Tavella ha la voce stanca impastata di rabbia sorda, indignazione e stanchezza. “Mi sembra di tornare indietro, rivivere il momento della sua scomparsa”. Nella notte fra il 9 e il 10 ottobre 2018 suo figlio Francesco Vangeli è “uscito per un momento” e non è tornato più. Ma non è fuggito, né si è allontanato. È una vittima di “lupara bianca”.
Significa che è stato ammazzato, il suo corpo nascosto o distrutto, ogni traccia cancellata, con familiari costretti a piangere davanti a un loculo vuoto. Gli spariti, li chiamano in Calabria. E sono numero imprecisato. E’ cosa di ‘ndrangheta, lo fanno gli uomini dei clan come massimo olt…
“Speravo di avere finalmente giustizia, che il suo assassino venisse finalmente condannato, che io, mio marito e i miei figli potessimo chiudere un capitolo e trovare la forza di andare avanti. Invece tocca ricominciare da capo”. Nel giorno in cui la Cassazione ha ribaltato le precedenti condanne e rispedito in appello il processo per l’omicidio del figlio, Elsa Tavella ha la voce stanca impastata di rabbia sorda, indignazione e stanchezza. “Mi sembra di tornare indietro, rivivere il momento della sua scomparsa”. Nella notte fra il 9 e il 10 ottobre 2018 suo figlio Francesco Vangeli è “uscito per un momento” e non è tornato più. Ma non è fuggito, né si è allontanato. È una vittima di “lupara bianca”.
Significa che è stato ammazzato, il suo corpo nascosto o distrutto, ogni traccia cancellata, con familiari costretti a piangere davanti a un loculo vuoto. Gli spariti, li chiamano in Calabria. E sono numero imprecisato. E’ cosa di ‘ndrangheta, lo fanno gli uomini dei clan come massimo oltraggio per un nemico o quando un omicidio sarebbe troppo complicato e poco giustificabile agli occhi di altre famiglie o delle strutture dell’organizzazione. O ancora quando si tratta di affari personali, ammantati da perverse e imbastardite da logiche di onore.
Esattamente quello che è successo a Francesco, ha rivelato un’inchiesta. E oggi si sa – ha ricostruito l’indagine della procura antimafia di Catanzaro – che è stato attirato a casa dei suoi assassini con un tranello, ammazzato a colpi di arma da fuoco, chiuso in un sacco e buttato nel fiume Mesima. La sua colpa? Stare con una donna che un nipote di boss, Antonio Prostamo, voleva e che con lei aveva iniziato una relazione parallela, non piegarsi a chi considera cose e persone come semplice “roba”.
Lo hanno sussurrato, intercettati gli uomini dei clan, lo hanno detto i pentiti, lo si capisce facilmente dalle centinaia di messaggi intimidatori che Vangeli ha ricevuto. Ma solo uno dei responsabili, Giuseppe Prostamo, considerato l’ideatore di quel barbaro omicidio, è stato condannato definitivamente. Il fratello Antonio, per i magistrati l’esecutore, dopo due condanne in primo grado e in appello a 29 anni e sei mesi, in Cassazione ha strappato un annullamento con rinvio a un altro processo. E Prostamo è tornato in libertà. “Io non so più cosa fare, cosa pensare – mormora la madre - Voglio solo giustizia e invece da sei anni questa storia si trascina. Vorrei chiedere aiuto al presidente Mattarella, ma forse neanche lui può fare nulla”.
Qual è la richiesta?
“A mio figlio è stata tolta la vita e la dignità, a noi anche la possibilità di piangerlo. Ci siamo affidati alla magistratura, ma qual è il risultato? Io voglio solo che abbia giustizia, che il suo assassino sconti la sua pena. E invece non solo dovremo affrontare ancora un processo, ma lui lo farà da uomo libero”.
Teme l’esito di un nuovo giudizio?
“Ho assistito a ogni singola udienza e ogni volta è stato un calvario. Prima hanno fatto cadere la premeditazione. Poi hanno definito quello di Francesco un “omicidio passionale”, avvenuto “per una questione d’onore”, ma no, non lo è: è stato un omicidio di ‘ndrangheta. Vorrei solo capire se ci si rende conto che esistono persone dietro le carte giudiziarie”.
Prostamo non vive molto distante da voi. Le fa paura saperlo libero?
“Io non ho paura, sono solo stanca. Temo per i miei figli, ho paura di quello che potrebbe succedere se lo dovessero incontrare. Questa persona, è emerso dai processi, ha organizzato un omicidio mentre era ai domiciliari. Da libero, cosa potrebbe fare?”
Quando ha capito che Francesco non sarebbe più tornato?
“Dentro di me, probabilmente la sera stessa. Con la sua ragazza, Alessia Pesce, si erano scambiati messaggi fino alle 23.30, poco dopo mezzanotte lei ci ha chiamati per chiedere se Francesco fosse rientrato. L’ultimo messaggio che le aveva mandato diceva: “Sto salendo da Giuseppe (Prostamo)”. Da lì non è più tornato”.
Con la sua ragazza dell’epoca avete ancora rapporti?
“Lei non ci ha mai cercati, solo una volta ha contattato mio marito per chiedere di partecipare a una delle manifestazioni che abbiamo organizzato per Francesco, ma le abbiamo detto che non era la benvenuta”.
Per quale motivo?
“Quello che è successo è anche colpa sua. Sapeva chi era Prostamo, ma è sempre stata ambigua, non ha mai scelto cosa fare, con chi stare. Noi siamo una famiglia onesta, mio figlio era tornato in Calabria per lei, quando è rimasta incinta, le ha detto che non gli importava sapere di chi fosse la bambina, che l’avrebbe comunque considerata figlia sua. E forse è questo che l’ha condannato”.
E lei non ha la curiosità di sapere se ha una nipote?
“Aspettiamo da anni l’esame del Dna, ma deve essere la procura per i minorenni a muoversi. In teoria c’è un procedimento in corso, ma noi non sappiamo nulla”In questi anni qualcuno vi è stato vicino?“Libera ci ha dato un supporto, abbiamo organizzato delle manifestazioni. Ma nessun politico, sindaco o consigliere comunale o regionale ci ha mai sostenuto”.
Ha mai pensato di andare via?
“Da qui non mi muoverò prima di sapere che fine ha fatto mio figlio. E poi, perché dovrei farlo io? Non ho fatto nulla di male, non ho niente di cui vergognarmi. Loro sì, eccome. Ma non hanno idea di cosa sia la vergogna”.