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“Anche io all’estero con mia madre Sibilla. Lo Stato? È ingiusto”

Sibilla Barbieri e Vittorio Parpaglioni Barbieri 

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Parla Vittorio Parpaglioni, figlio della regista Barbieri suicida nel 2023: “Orribile farla morire lontana da casa, non cambia mai nulla”
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Quanto è difficile avere 25 anni e accompagnare la propria madre a morire? Vittorio Parpaglioni Barbieri risponde diretto, franco, senza una parola di troppo: «È stato terribile, straziante, ma anche dolce e necessario». Vittorio fa lo sceneggiatore, oggi di anni ne ha 27: il 6 novembre del 2023 sua madre, la regista Sibilla Barbieri, malata terminale di cancro, moriva a Zurigo con il suicidio assistito che le era stato negato in Italia. Accanto a lei, nell’ultimo viaggio, il figlio Vittorio e Marco Perduca, dell’Associazione Coscioni. Sibilla aveva 58 anni.

Vittorio, anche Martina Oppelli è dovuta emigrare.

«Ogni volta penso: possibile che non cambi nulla? Mia madre per sopravvivere dipendeva dall’ ossigeno e da un’assistenza continua. Aveva sofferenze terribili. Ma lo Stato ha detto: no. E siamo dovuti partire».

Cosa ricorda di quei giorni?

«Per la prima volta nella mia giovane vita sentivo che lo Stato faceva qualcosa di ingiusto contro mia madre che soffriva, contro la mia fam…

Quanto è difficile avere 25 anni e accompagnare la propria madre a morire? Vittorio Parpaglioni Barbieri risponde diretto, franco, senza una parola di troppo: «È stato terribile, straziante, ma anche dolce e necessario». Vittorio fa lo sceneggiatore, oggi di anni ne ha 27: il 6 novembre del 2023 sua madre, la regista Sibilla Barbieri, malata terminale di cancro, moriva a Zurigo con il suicidio assistito che le era stato negato in Italia. Accanto a lei, nell’ultimo viaggio, il figlio Vittorio e Marco Perduca, dell’Associazione Coscioni. Sibilla aveva 58 anni.

Vittorio, anche Martina Oppelli è dovuta emigrare.

«Ogni volta penso: possibile che non cambi nulla? Mia madre per sopravvivere dipendeva dall’ ossigeno e da un’assistenza continua. Aveva sofferenze terribili. Ma lo Stato ha detto: no. E siamo dovuti partire».

Cosa ricorda di quei giorni?

«Per la prima volta nella mia giovane vita sentivo che lo Stato faceva qualcosa di ingiusto contro mia madre che soffriva, contro la mia famiglia. Ma avevo le mani legate. Ero molto fragile e vulnerabile. E l’unica risposta delle istituzioni era il silenzio».

Lei la accompagnò. Scelta non facile per un ragazzo giovane.

«Per me era stato naturale. Volevo essere con lei, fino all’ultimo. Però vorrei parlare del viaggio: i malati affrontano una vera e propria odissea per andare in Svizzera. Perché sottoporli a questa condanna? Ore e ore in auto, chi con l’ossigeno, chi costretto a viaggiare disteso, con dolori pazzeschi, quando c’è una legge che permetterebbe di morire in pace e a casa propria. Proprio come ha raccontato Martina Oppelli, anche per Sibilla il viaggio era stato, fisicamente, una tortura. Per tutto il tragitto però abbiamo parlato, ricordato, anche riso insieme. È stato un tempo prezioso che mi porto dentro».

E Sibilla?

«Era serena, eravamo sereni, pur con un enorme dolore. Mia madre aveva un grandissimo coraggio. Aveva trasformato la sua malattia in una mobilitazione civile che potesse servire a tutti. Non aveva più una vita da vivere, noi figli lo sapevamo bene. Il suo era un cancro terminale, non c’erano più cure».

Cosa pensa della legge sul suicidio assistito?

«Una brutta legge. Ingiusta, così come è stato ingiusto negare la morte assistita in Italia a mia madre. Lei resta un esempio e io continuo la sua battaglia».

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