Amazon, più robot che umani, ma nulla potrà sopraffare il nostro estro
di Massimo AdinolfiFa sensazione, certo: più robot che uomini nei magazzini Amazon. Ma anche nella cucina di casa mia ci sono più elettrodomestici che esseri umani, e siamo solo in due a farli funzionare. L’ultima arrivata è la friggitrice ad aria, ma anche lei non riuscirà, nemmeno con l’aiuto del robot da cucina multifunzione di ultimissima generazione, nonché di un prontuario di ricette per ogni tipo di preparazione, a scalzare le magie dell’arte culinaria.
Probabilmente non c’è limite all’automazione, è vero; oppure, se c’è, di sicuro non è alle viste. È comprensibile, per altro, la soddisfazione del novello sposo, Jeff Bezos, nello snocciolare i numeri della sua ipertecnologica forza-lavoro. È comprensibile anche la preoccupazione per il futuro del lavoro umano: …
Fa sensazione, certo: più robot che uomini nei magazzini Amazon. Ma anche nella cucina di casa mia ci sono più elettrodomestici che esseri umani, e siamo solo in due a farli funzionare. L’ultima arrivata è la friggitrice ad aria, ma anche lei non riuscirà, nemmeno con l’aiuto del robot da cucina multifunzione di ultimissima generazione, nonché di un prontuario di ricette per ogni tipo di preparazione, a scalzare le magie dell’arte culinaria.
Probabilmente non c’è limite all’automazione, è vero; oppure, se c’è, di sicuro non è alle viste. È comprensibile, per altro, la soddisfazione del novello sposo, Jeff Bezos, nello snocciolare i numeri della sua ipertecnologica forza-lavoro. È comprensibile anche la preoccupazione per il futuro del lavoro umano: se Gunther Anders poteva considerare l’uomo «antiquato» già 75 anni fa, e accusare la «vergogna prometeica» con cui ci muoviamo in un orizzonte tecnologico in cui siamo ampiamente sopravanzati dalle nostre stesse macchine, figuriamoci oggi cosa possiamo pensarne, quando i bracci meccanici sono in grado, in perfetta autonomia, di prendere, trasportare, imballare, smistare, confezionare, impilare, caricare e non so cos’altro fare, mentre l’algoritmo monitora tutte le fasi delle operazioni.
Però sono bracci, non braccia. Forse la grammatica ci viene in aiuto. Chi ha deciso, infatti, che le parti meccaniche del robot si chiamano bracci — come quelli della gru che vediamo nei cantieri — e non invece braccia, come quelle attaccate al tronco di un essere umano? Ovviamente non c’è una risposta precisa, ma si può suggerire l’idea che è pur sempre la comunità umana — la sua cultura, il suo linguaggio e la sua storia — a decidere quale dignità dare al robot (mero mezzo meccanico: bracci) e all’uomo o alla donna (essere vivente, animale razionale o bipede implume che sia, comunque una cosa diversa, per cui: braccia).
Tutti i timori, tutte le paure sono legittime: che saremo travolti da ondate di disoccupazione di massa; che un giorno diverremo schiavi dei robot; che cresceranno le disuguaglianze e il lavoro perderà qualunque significato; ma una sola è la linea difensiva su cui dovremmo attestarci: che a decidere chi avrà bracci e chi braccia sarà non Jeff Bezos o, putacaso, Elon Musk (peggio mi sento) ma una libera comunità politica, nelle forme della deliberazione democratica. Non c’è da fare né da pensare ad altro. Poi saranno l’estro e l’inventiva dell’uomo a trovare le nuove forme in cui lavorare, agire, essere se stessi.