L’obiettivo rimane ambizioso: tagliare entro il 2040 del 90% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. La Commissione Ue non ha fatto marcia indietro e ieri ha confermato i contenuti della sua proposta in tema di lotta ai cambiamenti climatici. D’altra parte, se il bersaglio grosso è raggiungere la neutralità climatica nel 2050 (previsto dalla Legge europea sul clima del 2021) non si vede come lo si potrebbe centrare senza una accelerazione della decarbonizzazione da qui alla metà del secolo.
Ma il contesto geopolitico dal 2021 a oggi è mutato. Ed è per questo che l’esecutivo dell’Unione ha introdotto una maggiore flessibilità, riguardo agli strumenti da usare per raggiungere il 90% di tagli entro i prossimi 15…
L’obiettivo rimane ambizioso: tagliare entro il 2040 del 90% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. La Commissione Ue non ha fatto marcia indietro e ieri ha confermato i contenuti della sua proposta in tema di lotta ai cambiamenti climatici. D’altra parte, se il bersaglio grosso è raggiungere la neutralità climatica nel 2050 (previsto dalla Legge europea sul clima del 2021) non si vede come lo si potrebbe centrare senza una accelerazione della decarbonizzazione da qui alla metà del secolo.
Ma il contesto geopolitico dal 2021 a oggi è mutato. Ed è per questo che l’esecutivo dell’Unione ha introdotto una maggiore flessibilità, riguardo agli strumenti da usare per raggiungere il 90% di tagli entro i prossimi 15 anni. Tra questi, il ricorso, a partire dal 2036, a crediti di compensazione internazionale del carbonio nel computo delle emissioni: la Ue potrà acquistare “crediti” da azioni green svolte all’estero fino a una quota massima del 3% delle emissioni nette dell’Ue nel 1990 (equivalente a circa 145 milioni di tonnellate di CO2).
Inoltre, la Commissione propone, all’interno dell’Emission Trading System (Ets), in cui le singole aziende possono vendere o acquistare “quote di emissione”, dei meccanismi per aiutare i settori difficili da decarbonizzare.
Misure che non hanno risparmiato al governo europeo le critiche di una parte del mondo politico e produttivo. A cominciare da quella, al solito felpata, del ministro italiano per l’Ambiente e la sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin: «La priorità dell’Italia è evitare che la definizione di nuovi obiettivi climatici riproponga impostazioni ideologiche, target e scadenze che non siano sostenibili dalle famiglie e dalle imprese europee che devono essere competitive nel mondo… L’Italia ha già avanzato proposte concrete: dall’uso dei biocarburanti al dare maggior peso alla contabilizzazione delle iniziative sulla decarbonizzazione che i Paesi europei realizzano in Paesi terzi».
Una linea condivisa dall’intero Partito popolare europeo, che aveva sollevato non poche perplessità sull’obiettivo del 90%. La flessibilità introdotta dal commissario europeo al clima, il popolare Wopke Hoekstra, dopo consultazioni con i Paesi membri, dovrebbe servire proprio a incassare il via libera del Ppe. Tanto che ieri nel presentare il piano Hoekstra ha messo le mani avanti: «Siamo ambiziosi, ma anche pragmatici e flessibili. È una transizione enorme e quindi è della massima importanza essere non dogmatici su come raggiungere il successo». E sulle misure ha precisato: «Consentiremo una quantità limitata di crediti di carbonio, di alta qualità e verificabili, al di fuori dell’Unione europea. In secondo luogo, integreremo le rimozioni permanenti di carbonio europee nel sistema Ets. Ad esempio, una cartiera europea che immagazzina CO2 per la bioenergia può effettivamente generare e vendere quote, ricavando così profitti dall’Ets». Chi si oppone al provvedimento fa leva sulla possibile crisi produttiva e occupazionale. «Per tagliare le emissioni del 90% entro il 2040 occorrerebbe una vera rivoluzione industriale in soli 15 anni. Ma non ci sono le condizioni», è la reazione di Eurofer, l’associazione degli industriali siderurgici europei. E secondo la Confederazione europea dei sindacati «è estremamente irresponsabile fissare un obiettivo così elevato senza un piano per le sue conseguenze sulle nostre industrie e sulla sua forza lavoro».
In Italia la presidente della Commissione Ursula von der Leyen finisce nel mirino della Lega, che in una nota la accusa di voler «distruggere l’industria italiana ed europea». Il piano viene definito «l’ennesima follia di questa Ue, che prosegue sulla strada che ha messo in ginocchio imprese, lavoratori e famiglie di tutto il continente». Alle critiche risponde Teresa Ribera, socialista spagnola e vicepresidente della Commissione con delega alla Transizione green: «La codardia politica sta ostacolando gli sforzi europei per affrontare gli effetti della crisi climatica», ha detto ieri in una intervista al Guardian. «Non si può dire alla gente che il cambiamento climatico è il grande problema esistenziale della nostra generazione e poi aggiungere: “Mi dispiace, non faremo nulla”».