Quell’esperienza di Prevost in Perù nel 1985 tra teologia della liberazione e comunità missionarie
di Iacopo ScaramuzziCredenti organizzati in piccole comunità per vivere la fede quotidianamente e non solo la domenica a messa. Laici e donne in posizioni di responsabilità nella diocesi. Parrocchie irraggiungibili che si organizzano anche senza un sacerdote. La preghiera e la vita spirituale che si intrecciano con l’impegno per risolvere i problemi materiali delle persone, in particolare dei poveri, dall’istruzione alla sanità. E’ questo il modello di Chiesa che papa Leone XIV ha frequentato nei suoi primi anni da missionario in Perù.
In viaggio con Prevost
Poco dopo l’ordinazione sacerdotale a Roma, nel 1985 Robert Francis Prevost, allora trentenne, partì alla volta del Perù insieme ad un professore dell’Augustinianum, padre Vittorino Grossi. “Lui doveva andare in missione, io dovevo andare per un congresso, partimmo insieme”, racconta a Repubblica l’agostiniano che quest’anno ha compiuto 90 anni. “Andammo a Lima, da lì a Cuzco, la città da dove si sale alle Ande. Gli agostiniani italiani lì hanno crea…
Credenti organizzati in piccole comunità per vivere la fede quotidianamente e non solo la domenica a messa. Laici e donne in posizioni di responsabilità nella diocesi. Parrocchie irraggiungibili che si organizzano anche senza un sacerdote. La preghiera e la vita spirituale che si intrecciano con l’impegno per risolvere i problemi materiali delle persone, in particolare dei poveri, dall’istruzione alla sanità. E’ questo il modello di Chiesa che papa Leone XIV ha frequentato nei suoi primi anni da missionario in Perù.
In viaggio con Prevost
Poco dopo l’ordinazione sacerdotale a Roma, nel 1985 Robert Francis Prevost, allora trentenne, partì alla volta del Perù insieme ad un professore dell’Augustinianum, padre Vittorino Grossi. “Lui doveva andare in missione, io dovevo andare per un congresso, partimmo insieme”, racconta a Repubblica l’agostiniano che quest’anno ha compiuto 90 anni. “Andammo a Lima, da lì a Cuzco, la città da dove si sale alle Ande. Gli agostiniani italiani lì hanno creato un piccolo villaggio, c’è la chiesa dedicata a Santa Rita, le scuole, un ambulatorio. Trascorremmo una settimana al Machu Picchu, poi ci dividemmo. Io andai a visitare i miei confratelli della missione dell’Apurimac, lui si diresse a Chulcanas, dove c’è la missione degli agostiniani americani in Perù. Ancora ricordo l’immagine, lui che si gira per andare a prendere il bus”.
Tre periodi
Prevost è andato per tre volte come missionario in Perù: da ultimo a Chiclayo come amministratore apostolico e come vescovo (2014-2023), prima a Trujillo come superiore di comunità, direttore di seminario e professore (1988-1998), ma i primi due anni li trascorse come cancelliere della diocesi e vicario parrocchiale a Chulcanas (1985-1986).
Un viaggio in Perù
Nel paese latino-americano ora potrebbe tornare da Papa. Non c’è ancora nulla di ufficiale ma Leone XIV si recherà probabilmente in Perù, ma anche in Argentina e Uruguay, la prossima primavera. “Sicuramente dopo le elezioni presidenziali del Perù programmate ad aprile”, spiega un vescovo peruviano.
Un vento troppo forte
A raccontare l’epopea della missione di Chulcanas è stato l’agostiniano statunitense John McNabb (1925-2016), che, in un libro di memorie uscito anni fa solo negli Usa (Led where I did not pla to go, guidami dove non progettavo di andare, editore iUniverse), ricostruisce i suoi anni dapprima come prelato e poi come primo vescovo della neonata diocesi. Il giovane Prevost (“father Bob”) vi compare in un episodio in cui accompagna il vescovo McNabb ad una messa a Huancabamba presieduta da quattro ore di confessioni e cresime. Spira un vento forte, monsignor McNabb se ne lamenta, e Prevost ci scherza su: “John, ricordati che a Pentecoste c’era un vento così”.
Creare una diocesi
Tra le pagine del libro di memorie emerge il tipo di Chiesa che McNabb, figura alla quale Prevost è rimasto legato fino all’ultimo, plasmò dopo aver preso parte, per volontà di papa Paolo VI, al Concilio vaticano II. “Prima”, scrive l’agostiniano statunitense, “pensavamo che come missionari eravamo chiamati a portare Cristo nei luoghi che ci venivano assegnati. Il Concilio ci ha però insegnato che questo non è vero. Afferma, invece, che ‘Veniamo come missionari per scoprire il Cristo che è presente tra la gente che vive nelle nostre terre di missione. Dobbiamo aiutarli a elaborare ulteriormente e sviluppare quel Cristo che è in loro”. Con questa filosofia, McNabb mise in piedi da zero una nuova diocesi, puntando sulle “comunità di base", ossia gruppi di famiglie impegnate quotidianamente in una vita evangelica, una “nuova immagine della parrocchia”, delineata in sintonia con il movimento per un Mondo migliore del gesuita italiano Riccardo Lombardi, la formazione dei laici, maschi e femmine, e l’assegnazione a loro di ministeri specifici per svolgere molti servizi essenziali della diocesi (“Quando sono andato in pensione nel 2000”, scrive McNabb, “c’era un solo prete ogni 14mila persone ma un laico ogni 23, perché c’erano 23mila laici preparati e attivi con i loro pastori nel lavoro di evangelizzazione”). Sono anni politicamente complessi, in Perù c’è un colpo di Stato, viene fuori il gruppo terroristico di ispirazione marxista Sentiero luminoso. L’agostiniano statunitense si occupa del bene spirituale dei suoi fedeli senza dimenticare quello materiale: fa costruire un ambulatorio, che poi diventa ospedale, apre scuole, impegna la Chiesa a fianco dello Stato nella costruzione di strade, invia gli aiuti alle zone colpite da alluvioni. Tutte attività che, come ormai è noto, Robert Francis Prevost replicherà anni dopo come vescovo di Chiclayo.
Il ruolo di Gutierrez
Un personaggio-chiave in quegli anni è il domenicano Gustavo Gutierrez, teologo peruviano che coniò il concetto di teologia della liberazione e che il giovane Prevost conobbe proprio al suo arrivo in America latina. “Il primo anno in cui lavorai in Perù nel progetto pastorale della diocesi, in quel momento prelatura, di Chulucanas, lui mi diede un certo appoggio”, raccontò a Repubblica l’allora cardinale Prevost il giorno successivo alla morte di Gutierrez, mettendo in particolare in rilievo il suo impegno per la “creazione di piccole comunità per vivere la fede” e poi l’impegno a “cercare Dio nella sofferenza del povero”.
Senza sacerdoti
Padre Vittorino Grossi ricorda quel frangente: “La teologia della liberazione in realtà è nata da piccole comunità presenti un po’ in tutta l’America Latina che portavano avanti la lettura del Vangelo e la sua realizzazione: si domandavano, se noi leggiamo questo brano, che attuazione può avere?”, racconta l’agostiniano. “Queste erano le comunità. Spesso non avevano un prete, perché lì ce n’erano pochi, erano comunità di soli laici. Nelle immense distese peruviane, che non sono sovraffollate, ci sono piccoli villaggi, la gente è vissuta ereditando il Vangelo che aveva ricevuto quando gli spagnoli arrivarono in Perù. Successivamente molti ordini religiosi si sono mossi per dare una mano a queste popolazioni che spesso non avevano un prete”. E’ così che, nel corso dei secoli, sono arrivati gli agostiniani e altri ordini.
La comunità agostiniana
Quanto a Gustavo Gutierrez, la congregazione per la Dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger, lo convocò in Vaticano con l’accusa che la teologia della liberazione utilizzava categorie marxiste e non bibliche. A svolgere i colloqui con il teologo peruviano fu l’agostiniano Prosper Grech, futuro cardinale, il confronto si tenne all’Augustinianum (la sede centrale dell’ordine religioso del quale Prevost è stato per dodici anni priore) a pochi passi dal palazzo del Santo Uffizio (dove Prevost al momento risiede). Dopo quel “processo” a Gutierrez, un missionario agostiniano spagnolo organizzò un convegno in Perù, con teologi di tutta l’America latina, per riportare un po’ di pace tra Roma e la teologia della liberazione. E’ lì che padre Vittorino Grossi si recò quando partì da Roma insieme al giovane Prevost. Che tipo era? “Un normale studente agostiniano”, risponde padre Grossi, “noi agostiniani siamo educati alla comunione fraterna che portiamo anche alle famiglie che la vita ci mette accanto nel nostro ministero, una comunione da coltivare sempre e non solo quando va tutto bene. Una cosa molto semplice – ma è questo il fascino della vita agostiniana”.