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La sfida delle majorettes: “Non solo bastone e lustrini, questo è un vero sport”

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A Monza migliaia di atlete si contendono il titolo europeo: “La nostra è una disciplina inclusiva, le taglie non contano”
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Monza – Prevale il lamè, per il resto è sangue sudore lacrime, come in tutti gli sport. Poi, «la majorette non è più quella che sgambetta davanti alla banda», e serviva soprattutto a catturare gli sguardi dei maschi. Ma vera atleta, infatti stava per entrare nel Coni (poi non è successo). Nel frattempo, 4500 majorettes di 13 Paesi partecipano al ventesimo Campionato europeo MWF a Monza, in un palasport che non ce la fa a contenerle tutte, e molte provano all’esterno, nel parcheggio a 40 gradi, eppure son tutte contente.

E oltre al solleone, su di loro pesa il pregiudizio antico, che il loro sia una specie di circo, spettacolino da strapaese, zum-pa-pà che poteva piacere solo a Federico Fellini, che era di Rimini. Loro, così orgogliose, se ne fregano. «Il pregiudizio resiste», dice Monica Rizzi. «Ma è vero che le nostre radici sono nei paesi, e che le majorettes sono legate alle bande musicali. Poi, negli ultimi anni c’…

Monza – Prevale il lamè, per il resto è sangue sudore lacrime, come in tutti gli sport. Poi, «la majorette non è più quella che sgambetta davanti alla banda», e serviva soprattutto a catturare gli sguardi dei maschi. Ma vera atleta, infatti stava per entrare nel Coni (poi non è successo). Nel frattempo, 4500 majorettes di 13 Paesi partecipano al ventesimo Campionato europeo MWF a Monza, in un palasport che non ce la fa a contenerle tutte, e molte provano all’esterno, nel parcheggio a 40 gradi, eppure son tutte contente.

E oltre al solleone, su di loro pesa il pregiudizio antico, che il loro sia una specie di circo, spettacolino da strapaese, zum-pa-pà che poteva piacere solo a Federico Fellini, che era di Rimini. Loro, così orgogliose, se ne fregano. «Il pregiudizio resiste», dice Monica Rizzi. «Ma è vero che le nostre radici sono nei paesi, e che le majorettes sono legate alle bande musicali. Poi, negli ultimi anni c’è stato un grande miglioramento tecnico e coreografico, soprattutto da quando abbiamo la partnership con la Majorette Sport World Federation», che è una potenza con sede in Croazia, governa su un universo di ragazze europee in stivaletti e gonnellina, e se la batte ai mondiali con il competitor americano. Tutto è nato là, con le parate, le “pom-pon girls” ai bordi dei campi da football e da basket, perché tutte le università hanno i corsi per diventare cheerleaders di una squadra. Anche quelle della Ivy League, anche il Massachusetts Institute of Technology.

Rizzi è responsabile del settore majorettes di Anbima, l’associazione nazionale delle bande musicali, e racconta di «100 gruppi in Italia, 3500 atlete, perché sono quasi tutte femmine, solo da poco abbiamo alcuni “twirling boys”, ma nel resto del mondo è normale». La cosa più importante, in tutto questo luccichio di brillantini, è che «non c’è selezione. Non la facciamo proprio. Siamo inclusivi». Grasse e magre, alte e basse, piatte o di sesta misura, purché disposte a duri allenamenti, a imparare a marciare, saltare, a essere attrici, in equilibrio tra ginnastica artistica, ritmica, danza, Accademia di Modena.

Intanto, sul campo comincia la gara “mini formation baton seniors”, e bisogna vedere come roteano-lanciano il loro baton, che talvolta cade, nella musica martellante e negli ululati del pubblico, che sono atlete in attesa, madri e padri soprattutto dall’est Europa, talvolta in furgone. Ma si capisce che una vera majorette non ha paura di niente, quindi recupera l’attrezzo e procede. Sempre sorridendo (poi forse piange nello spogliatoio, ma dopo).

E le bande? Non ci sono. Ma già così si sta stretti, per forza si devono usare le basi registrate, sennò si finiva tutti a San Siro. «In tutta Italia, la banda è socialità, perciò è così importante», spiega il maestro Giampaolo Lazzeri, presidente di Anbima (1500 bande musicali, 70mila associati). «I paesi si stanno svuotando. Dove c’è una banda, il fenomeno si attenua. È un punto di riferimento della comunità, che comprende anche tre generazioni, e spesso il bambino suona con il nonno. Poi magari finisce al conservatorio, come è successo a me». Ma la banda senza majorettes è orfana. Senza queste ragazze capaci di danzare, marciare, piroettare, lanciare bandiere, roteare bastoni e fare la spaccata, se serve. Per strada, non solo sul parquet.

E com’è il livello? «Molto alto», risponde Camilla Ludovisi, trainer e giudice (da Lariano, provincia di Roma). Chi vincerà questi Europei? «Repubblica Ceca e Slovacchia. Sempre loro». Quelle vanno a colpo sicuro, incassano ovazioni, trombe da stadio, grida (tipo Nikoleta Paleshova, che appare in corona di piume verdi in testa, poi esegue il suo numero con ben 2 baton). E da dove arriva Nikoleta? Da Malacky, cittadina slovacca di 18mila abitanti. E da dove arriva Valentina Saturni (stessa specialità, coreografia “Witch”, strega)? Da Pianello Vallesina, frazione di Monte Roberto, provincia di Ancona. Non è che ci sia molto, ma c’è il gruppo Majorettes Pianello Vallesina. «Le città sono più dispersive, in provincia c’è più comunità», dice Lazzeri.

Martina, da Villaverla, provincia di Vicenza: «Mi piace la squadra, le amiche… E sono un’atleta, ma anche una ballerina». Sa marciare e fare la ruota, e indossa un costume rosa e nero con paillettes. È una orgogliosa majorette di 10 anni. La sua trainer, Angelisa Vindramin, del club Majorettes Palladio Dance di Dueville: «Anche io ho cominciato bambina. Mi piaceva la divisa, gli ottoni della banda che suonavano…». Intanto, si esibisce Enea, della società Ferentum di Viterbo (coreografia “Pirati”). Gli cade il baton, ma lui non fa una piega, pur avendo 8 anni.

Poi, tocca a gruppi (si va avanti fino a domani, una specialità dopo l’altra) di ragazze in costumi stravaganti, compaiono anche cappelli texani ma rosa, abiti da torero, creste punk. Ma sempre molto castigate, queste majorettes moderne: «Le regole sono: stivaletto con i lacci», spiega Monica Rizzi, come è la tradizione del can can, «la gonnellina corta, ma sotto sempre la culotte. La spalla coperta, le calze color carne», rare le eccezioni, e comunque la ragazza o donna non deve essere mai provocante, «ma elegante. Mai volgare». Poi, ciascuna si sbizzarrisce, nello stile hostess con bustina anni Cinquanta, o cameriera del drive in anni Sessanta, o alla moda originale, militare con alamari e chepì. Che bellezza. I pulitori del palasport raccoglieranno molti lustrini, per mesi.

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