“Un chicco bonsai, il nostro primo passo per il risotto spaziale”
di Elena DusiL’emozione dello spazio, d’accordo. Una cosa soprattutto mancava però all’astronauta Samantha Cristoforetti: l’insalata fresca, arricchita magari con i pomodori. «Se vogliamo affrontare missioni di lunga durata dobbiamo imparare a coltivare cibo nello spazio» conferma Marta Del Bianco, che ha studiato biologia delle piante e lavora per l’Asi, l’Agenzia Spaziale Italiana. Con altri scienziati italiani studia insalate, cavoli, broccoli e crescione che potranno nutrire gli astronauti. Oggi alla conferenza annuale della Società di Biologia Sperimentale ad Anversa, in Belgio, presenterà l’ultima pianta spuntata nell’orto spaziale: il riso.
Nello spazio ci sono già tante difficoltà. Perché complicarsi la vita con un orto?
«Primo per ragioni logistiche: non è pensabile stivare in un’astronave il cibo necessario per mesi. Secondo perché agli astronauti servono v…
L’emozione dello spazio, d’accordo. Una cosa soprattutto mancava però all’astronauta Samantha Cristoforetti: l’insalata fresca, arricchita magari con i pomodori. «Se vogliamo affrontare missioni di lunga durata dobbiamo imparare a coltivare cibo nello spazio» conferma Marta Del Bianco, che ha studiato biologia delle piante e lavora per l’Asi, l’Agenzia Spaziale Italiana. Con altri scienziati italiani studia insalate, cavoli, broccoli e crescione che potranno nutrire gli astronauti. Oggi alla conferenza annuale della Società di Biologia Sperimentale ad Anversa, in Belgio, presenterà l’ultima pianta spuntata nell’orto spaziale: il riso.
Nello spazio ci sono già tante difficoltà. Perché complicarsi la vita con un orto?
«Primo per ragioni logistiche: non è pensabile stivare in un’astronave il cibo necessario per mesi. Secondo perché agli astronauti servono vitamine, antiossidanti e fibre che solo le verdure fresche forniscono. E poi c’è una ragione psicologica. Come sa chi ama il giardinaggio, accudire le piante ha un effetto rilassante. Fa stare bene anche in una situazione stressante come un lungo viaggio spaziale».
Le vostre piante possono crescere su un’astronave ma anche su un altro pianeta?
«L’obiettivo più raggiungibile è far crescere le piante in serre chiuse, sia su un’astronave che su altri pianeti. Il suolo di Luna e Marte è poco adatto, sia perché è carico elettricamente sia, nel caso di Marte, perché è ricco di perclorati, sostanze tossiche per le piante».
Sulle astronavi che suolo userete?
«Non usiamo terra. Sono tutte colture idroponiche o aeroponiche. Usiamo tessuti spugnosi, o plastici o naturali come le fibre di cocco, all’interno dei quali l’acqua riesce a scorrere per capillarità e distribuirsi in modo uniforme lungo le radici. L’acqua viene arricchita con sostanze nutrienti come fosfati o potassio».
A bordo manca il sole. Come rimediate?
«La ricerca della luce migliore è un filone impegnativo. Ogni lunghezza d’onda, cioè ogni colore, favorisce infatti la produzione di un determinato nutriente. Si stanno mettendo a punto vere e proprie ricette di luce per far crescere al meglio ogni specie. Alle piante basterebbero mix di led bianchi, rossi e blu. Noi aggiungiamo anche il verde per appagare lo sguardo degli astronauti coltivatori e per consentirgli di notare eventuali problemi di crescita. Senza il verde vedrebbero foglie grigie o bluastre e non avrebbero modo di rendersi conto della salute delle piante».
Come mai ora vi dedicate al riso?
«Siamo a buon punto con le piante che forniscono vitamine e antiossidanti, come i vegetali a foglia: insalate e la famiglia di cavoli e broccoli. Ma per le missioni molto lunghe, soprattutto se pensiamo di costruire basi permanenti su Luna o Marte, abbiamo bisogno anche di calorie, quindi di cereali o legumi. Le piante di cereali che usiamo sulla Terra hanno però dimensioni eccessive per lo spazio. Siamo in grado di rimpicciolirle manipolando un ormone che si chiama gibberellina, ma le rese ne risentono. Con i colleghi delle università di Milano, Napoli e Roma abbiamo cercato i geni giusti da manipolare per ottenere piante nane ma produttive. Dopo il riso, potremmo adattare allo spazio anche altri tipi di cereali».
Ma a lei piacciono di più le piante o lo spazio?
«Mi è sempre piaciuta l’astronomia. Sono cresciuta in campagna e montavo sempre il mio telescopio in un campo vicino casa. Poi però all’università mi sono iscritta a biologia, innamorandomi dello sviluppo delle piante. Appena ho saputo che l’Asi cercava esperti di botanica ho visto due sogni realizzarsi contemporaneamente».
Il riso spaziale sarà anche buono di sapore?
«Ecco, c’è una difficoltà di cui non abbiamo parlato. Stiamo imparando a coltivare il riso nello spazio, ma al momento non abbiamo modo di far bollire una pentola d’acqua su un’astronave. La cucina resta un problema da risolvere, se vogliamo che gli astronauti assaggino il risotto».