La fotografia delle prove Invalsi alla scuola italiana anche quest’anno, purtroppo, è venuta sfocata. Dai risultati presentati ieri alla Camera dei deputati appare sempre più evidente lo scollamento tra una popolazione scolastica e una società che cambiano molto rapidamente e dei livelli di apprendimento che restano più o meno sempre uguali.
La metodologia usata, prima di tutto, è rimasta immutata nel corso degli anni, nonostante sia stata oggetto di critiche proprio da parte di molti docenti, che non apprezzano questo tipo di valutazione meramente quantitativa, basata perlopiù sui classici test “a crocette”. Le Invalsi misurano infatti abilità di comprensione del testo e di risoluzione di problemi matematici con risposta chiusa o multipla favorendo una valutazione “quiz oriented”.
Non riescono invece a cogliere competenze fondamentali come espressione scritta, ragionamento creativo, capacità argomentativa. Questo ha prodotto in alcuni casi una sorta di paradosso docimologico che ha i…
La fotografia delle prove Invalsi alla scuola italiana anche quest’anno, purtroppo, è venuta sfocata. Dai risultati presentati ieri alla Camera dei deputati appare sempre più evidente lo scollamento tra una popolazione scolastica e una società che cambiano molto rapidamente e dei livelli di apprendimento che restano più o meno sempre uguali.
La metodologia usata, prima di tutto, è rimasta immutata nel corso degli anni, nonostante sia stata oggetto di critiche proprio da parte di molti docenti, che non apprezzano questo tipo di valutazione meramente quantitativa, basata perlopiù sui classici test “a crocette”. Le Invalsi misurano infatti abilità di comprensione del testo e di risoluzione di problemi matematici con risposta chiusa o multipla favorendo una valutazione “quiz oriented”.
Non riescono invece a cogliere competenze fondamentali come espressione scritta, ragionamento creativo, capacità argomentativa. Questo ha prodotto in alcuni casi una sorta di paradosso docimologico che ha indotto alcune scuole a “preparare al test”, invertendo la logica della rilevazione: non valutare lo studio ma far studiare in vista della valutazione, con il rischio che le prove diventino finalità e non strumento.
Ma l’insegnamento non è una categoria merceologica e la “riuscita” scolastica delle alunne e degli alunni non si può evidentemente quantificare solamente in numeri. La trasmissione del sapere è un processo complesso e articolato che ha a che fare con molte variabili, non tutte computabili. Il contesto sociale, la provenienza familiare, la situazione di partenza, le abilità specifiche di ciascuno studente, i progressi fatti rispetto alle capacità individuali.
La rilevazione, insomma, dovrebbe essere fatta “in orizzontale” piuttosto che “in verticale”. Le prove dovrebbero tenere conto di intelligenze multiple e di competenze e requisiti di partenza differenti, piuttosto che tradurre in punti percentuali le risposte azzeccate o sbagliate.
La scuola, è utile ripeterlo per i più distratti, non è una gara. Non è una competizione sportiva dove bisogna saltare sempre più in alto senza far cadere l’asticella. Il successo scolastico non si può interpretare solo con i numeri. E poi, anche quelli bisogna leggerli bene. Che cosa ci raccontano i risultati relativi al 2024-2025?
Nel documento Invalsi di quest’anno si legge ad esempio che i lievi peggioramenti in alcune fasce d’età sono ascrivibili a un “cambiamento strutturale della popolazione scolastica”: mettendo insieme studenti eterogenei per provenienza, statisticamente si abbassa la media. È vero. Ma è anche vero che non possiamo parlare di miglioramento di sistema se non si adottano vere strategie di inclusione.
Un altro dato rilevante dell’indagine è il calo della dispersione scolastica esplicita, che si attesta al 9,8%, centrando in anticipo l’obiettivo del Pnrr: sempre più studenti arrivano al diploma. Tuttavia, ciò che si guadagna in termini di accesso, si rischia di perderlo in termini di apprendimento: i risultati delle prove, infatti, sono sostanzialmente stabili o in lieve flessione, con segnali di insufficienza soprattutto nei cicli iniziali e finali.
Questo non significa necessariamente che la scuola peggiori, ma che sta cambiando il profilo degli studenti: più eterogenei, più fragili, più esposti al rischio educativo. E questo cambiamento mette in crisi la capacità delle prove Invalsi di fornire una lettura profonda della qualità scolastica.
La forza di questi test risiede nella regolarità e nella standardizzazione, ma questo è anche il loro limite poiché valutano ciò che può essere codificato, ma restano ciechi di fronte a dimensioni educative essenziali ma non misurabili, come la creatività, l’argomentazione, il pensiero divergente, l’intelligenza emotiva, la relazione educativa.
Inoltre, per quanto riguarda i deficit che le prove mettono in luce, non basta sapere quanti studenti non ce la fanno: occorre capire perché, dove, come aiutarli. E per farlo serve una scuola che non si limiti a produrre risultati e a guardare al “merito” come unico orizzonte, ma che sappia interrogare i propri processi. Restano evidenti e ormai cronicizzate le disparità tra Nord e Sud del paese, che sono la cartina di tornasole di una questione meridionale che non si è mai risolta e che con l’autonomia differenziata rischia di incancrenirsi sempre più.
La scuola italiana, insomma, resiste con quello che ha, poco, in termini di strumentazione, di innovazione metodologica, di edilizia scolastica. Ma resiste sulle spalle di chi la fa: insegnanti, dirigenti e personale ausiliario, che vanno avanti nonostante lo stato di abbandono in cui spesso si sentono.
Per sperare in risultati migliori bisogna uscire dalla logica della misurazione e avere il coraggio di puntare sul presente degli studenti e delle studentesse e sul loro futuro. Investire di più sul sistema scolastico italiano: sarebbe questo il vero cambiamento.