Condannato il boss Bidognetti a 18 mesi per le minacce a Saviano: “Mi ha rubato la vita”
di Conchita Sannino“La Corte conferma". In un altro Palazzo di giustizia, dentro un'altra Italia, ormai diciassette anni dopo. Troppi. Ma di fronte a quelle tre parole che significano sconfitta su tutta la linea per il boss di camorra e il suo avvocato, cede Roberto Saviano, vittima insieme alla giornalista Rosaria Capacchione di quella lettera di minacce pronunciata a Napoli, durante il maxiprocesso Spartacus, nella primavera del 2008. L'ex ragazzo del successo planetario di Gomorra è un uomo che ieri, in aula, in mezzo ad amici, scorta, legali, si mette le mani sul volto, si piega in avanti, si aggrappa al legale Antonio Nobile, che lo stringe a lungo, e singhiozza.
Il padrino in videocollegamento
Una scena a cui assiste calmo e impassibile in videocollegamento, il padrino Francesco Bidognetti, per la mafia casalese Cicciotto ‘e mezzanotte. Vestito di scuro, fa un gesto lento della mano, come a dire, mi posso alzare ora, possiamo chiudere? È più vecchio dei suoi 74 anni, 32 dei quali già trascorsi al regime del carcere duro. Un clic, nero, scompare sotto il peso di un'altra condanna.
«Ma non è una vittoria per me, non può esserlo”, scuote la testa Saviano, poco dopo. “Mi hanno rovinato la vita. Altri lo hanno usato contro di me. Ma oggi abbiamo la prova che la camorra ha paura dell'informazione”. E Capacchione: “Facevo il mestiere di giornalista, non ho più potuto, intanto un avvocato come Santonastaso, inseguito da condanne di primo grado per mafia e riciclaggio, continua a fare il professionista”.
Bidognetti condannato in appello per le minacce di morte a Saviano: lo scrittore in lacrime in aula
La matrice mafiosa
Un verdetto atteso. È la Corte d'Appello di Roma, prima sezione, presidente Maria Teresa Covatta, a ribadire la condanna di primo grado: un anno e mezzo per il padrino dei casalesi Bidognetti, quattordici mesi per il suo avvocato-complice Michele Santonastaso. È riconosciuta la matrice mafiosa di quella minaccia che, travestita da istanza tecnica di "rimessione", per ricusare i giudici napoletana, fu letta contro Saviano e contro la giornalista Capacchione il 18 marzo del 2008.
Parole “improprie e violente”
Avvenne durante il maxiprocesso d'appello Spartacus. Parole "improprie e violente”, ha già accertato, a Roma, la condanna di primo grado. Parole come queste: “Sarebbe da invitare il buon Saviano a non raccogliere solo notizie presso la Procura o presso i Pm”; oppure: «Vorremmo conoscere dal signor Saviano da dove ha attinto le notizie riportate nel suo romanzo”.
“Zittire e basta”
Stesso tenore di intimidazioni per le inchieste di Capacchione. Era il modo con cui la mafia dei casalesi diceva: è colpa loro se fioccano ergastoli e condanne. Frasi, insomma, scriveva già il Tribunale di Roma nel maggio 2021, che “non avevano l'intento di rivendicare presunti danni da diffamazione ma piuttosto quello di ‘zittire’ il giornalista Saviano".
"Una vita rubata”
Lo scrittore adesso prova a spiegare il perché di quel crollo. “Stanchezza. Anche rabbia, tanta. Come se mi fossi visto passare davanti tutta la vita, e avessi visto la mia latitanza. Il mio dover scappare o giustificarmi. Solo per aver raccontato un'organizzazione criminale”, racconta a Repubblica, più disteso, pochi amici al suo fianco, Manuela, l'avvocato Nobile, la scrittrice Teresa Ciabatti. Troppo tempo passato da un grado all'altro di giudizio e in mezzo insinuazioni, fango, attacchi sulla scorta come privilegio. Un clima tornato solo tre settimane fa, sempre a piazzale Clodio, dinanzi al tribunale monocratico dove Saviano è trascinato dal vicepremier Salvini, definito dallo scrittore “ministro della malavita”.
“La retorica antimafia di Meloni”
“Salvini ha diffuso menzogne, più o meno consapevolmente, su di me", aggiunge. “E Meloni? La premier aveva una pretesa antimafia, ha permesso che il racconto diventasse solo retorica, puro strumento di attacco politico. Sono sicuro che un giorno Meloni si vergognerà di come ha ridotto la lotta antimafia a pura propaganda: non affrontando, non proteggendo con veri programmi politici chi si espone. Lo capirà, credo. E comunque Salvini e Meloni hanno contribuito a distruggere il racconto antimafia: il che direttamente o indirettamente ha favorito il capitalismo mafioso, e porteranno lo stigma di questa responsabilità”.
L’amarezza di Capacchione
È serena, ma amara anche Capacchione, a lungo firma de Il Mattino di Napoli, poi fino al 2018 senatrice del Pd. Che oggi misura il tempo "inaccettabile" che c'è voluto perché il processo avesse il suo corso. “Siamo il Paese in cui Falcone e Borsellino parlavano quarant'anni fa di borghesia mafiosa, di professionisti fiancheggiatori, ma poi il sistema consente mille rinvii e cavilli a un tecnico che si comporta, secondo i giudici, come un mafioso”.