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Università, negli ultimi 10 anni i ricercatori precari sono cresciuti di otto volte

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Indagine Adi sui dottori di ricerca: negli atenei tre donne su quattro hanno il contratto a tempo determinato. I post-laureati italiani sono i meno pagati nell’Europa avanzata
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ROMA – C’è una sostanziale contrazione di ricercatori in Italia, e questo lo dice la dodicesima edizione dell’Indagine Adi, l’associazione dei dottorandi e i dottori di ricerca, coloro, cioè, che intraprendono una strada di ulteriore qualificazione pubblica dopo essersi laureati. La diminuzione di teste post-laurea è un problema per la ricerca stessa, architrave del futuro di ogni Paese.

Secondo i dati ministeriali, dall’anno accademico 2013-2014 all’anno accademico 2023-2024, dieci stagioni analizzate, quindi, nelle università italiane e negli enti di ricerca sono continuate le progressioni di carriera da ricercatore a professore ordinario (+16 per cento), da ricercatore ad associato (+64,7 per cento), mentre sono sensibilmente diminuiti ricerca…

ROMA – C’è una sostanziale contrazione di ricercatori in Italia, e questo lo dice la dodicesima edizione dell’Indagine Adi, l’associazione dei dottorandi e i dottori di ricerca, coloro, cioè, che intraprendono una strada di ulteriore qualificazione pubblica dopo essersi laureati. La diminuzione di teste post-laurea è un problema per la ricerca stessa, architrave del futuro di ogni Paese.

Secondo i dati ministeriali, dall’anno accademico 2013-2014 all’anno accademico 2023-2024, dieci stagioni analizzate, quindi, nelle università italiane e negli enti di ricerca sono continuate le progressioni di carriera da ricercatore a professore ordinario (+16 per cento), da ricercatore ad associato (+64,7 per cento), mentre sono sensibilmente diminuiti ricercatori e ricercatrici dottorati (-21,9 per cento). Va detto che, negli ultimi due anni presi in considerazione, queste figure sono tornate lievemente a crescere e oggi sono 19.477 gli impegnati nella ricerca pubblica contro i 24.885 del 2014..

Contratti da meno di un anno

Nello stesso periodo, sono diminuiti gli assegnisti di ricerca (-4 per cento), figura oggi in esaurimento dopo i cambiamenti normativi spinti della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. “Vengono reclutati numeri inadeguati di giovani ricercatori”, si legge nell’indagine. E quel che è grave “con forme di impiego sempre più precarie”. Ancora nel 2013, seguendo i dati offerti dal Mur e analizzati dall’Adi, gli studiosi accademici a tempo determinato erano il 9 per cento del totale, nel 2023 il 77 per cento risulta precario. Un terzo delle posizioni ha una durata totale di meno di un anno.

Quest’anno l’indagine Adi è incentrata sulle condizioni lavorative dei ricercatori post-dottorato. Molti di loro vengono premiati in Europa per la qualità dei lavori proposti. L’inchiesta racconta “l’estrema precarietà diffusa sul sistema di reclutamento post-dottorale nel nostro Paese”. Infatti, il 42,8 per cento degli assegni di ricerca e il 50,5 per cento delle borse di ricerca dura meno di un anno.

Nel corso di questo mese il 52,8 per cento delle posizioni del campione analizzato scadrà: sono un migliaio coloro che saranno espulsi subito dall’università. Il 33,7 per cento dovrà fermarsi tra agosto 2025 e luglio 2026.

Solo un quinto i finanziamenti di Stato

E poi i finanziamenti. Solo il 20 per cento dei ricercatori è pagato da fondi istituzionali stabili, pubblici e non soggetti a cambiamenti nel breve periodo, ovvero dal Fondo per il finanziamento ordinario delle università (Ffo). Il restante 80 per cento si divide tra finanziamenti che l’Adi definisce “emergenziali” (Pnrr), fondi privati, dell’Unione europea e fondi eccezionali (Pon e Prin): “Queste sono erogazioni provvisorie, non destinate a essere rinnovate nel medio e nel lungo periodo”

Nel 2023-”24, l’età media degli assegnisti - abbiamo visto, figura non più utilizzabile per nuovo contratti, oggi - era di 33 anni, quella dei ricercatori di 43 anni. L’82 per cento delle persone che ha risposto al questionario su cui è costruita l’indagine, lavora più di 36 ore a settimana, di cui il 54 per cento ne lavora più di 40, il 28,4 per cento almeno 46 con giornate lavorative dal lunedì al venerdì di almeno 9 ore. E questo “senza alcuna tutela finanziaria per la copertura degli straordinari, spettanti invece ai lavoratori contrattualizzati nel settore privato”.

Uno stipendio netto di 1.729 euro il mese

Tra le ricercatrici donne, il 73,7 per cento è precario. Gli uomini a contratto a tempo determinato sono il 32,8 per cento. Gli interrogati hanno dichiarato, ancora, di ricevere uno stipendio medio netto di 1.729 euro al mese. Uno studio dell’Università della California-Berkley, prendendo in esame i quattro Paesi che rappresentano “i mercati più ampi nel mondo accademico europeo”, ha spiegato che un ricercatore all'inizio della carriera percepisce mediamente 28.256 euro netti l'anno in Italia, 49.168 euro nel Regno Unito e in Germania può arrivare fino a 52.689 euro.

L’85 per cento delle persone che lavora al Sud ha ottenuto il dottorato al Sud, l’82 per cento di chi lavora nelle Isole e l’81,6 per cento di chi lavora in Centro Italia ha conseguito il dottorato nella stessa area geografica. Al Nord la percentuale di chi resta è lievemente più bassa: il 77 per cento nel Nord-Ovest e il 71 per cento nel Nord-Est.

Commenta l’indagine: “La nostra denuncia mette a nudo le responsabilità istituzionali e politiche che hanno condotto l’università italiana verso un punto di crisi strutturale ed esistenziale senza precedenti. Da oltre un decennio, con la Riforma Gelmini del 2010, i nostri atenei sono stati sottoposti a un sistematico processo di aziendalizzazione e precarizzazione che non rappresenta un accidente storico, ma la conseguenza diretta di precise scelte politiche di riconfigurazione degli assetti istituzionali verso il New Public Management. L’università pubblica, intesa come spazio critico e di produzione del sapere al servizio del bene comune , è stata progressivamente riconfigurata a partire dagli Anni Novanta del secolo scorso in un mercato di saperi e professionalità sempre più mercificati e in aperta contrapposizione fra loro, dove studenti, e ricercatori sono costretti a una permanente condizione di insicurezza, sfruttamento, vulnerabilità e competizione”.

"Nessuna tutela sociale”

Il risultato, sostiene il testo, sono “contratti brevi e instabili, salari insufficienti e l’esclusione sistematica da tutele sociali fondamentali quali pieni diritti genitoriali, contributi previdenziali e assistenziali, un sistema di welfare a supporto delle persone”. La gestione dei fondi del Pnrr “rappresenta un esempio lampante del fallimento politico che affligge il nostro sistema universitario e di ricerca. Migliaia di collaborazioni di ricerca sono state attivate senza una chiara prospettiva di prosecuzione o stabilizzazione”.

"Oltre l’80 per cento soffre di insonnia”

L’Adi chiede la contrattualizzazione universale di ogni forma di lavoro dottorale e post-dottorato: “Questo significa da un lato riconoscere senza mezzi termini il dottorato di ricerca come attività lavorativa, dall’altro eliminare definitivamente tutte le forme parasubordinate e precarie che vengono mascherate da percorsi formativi”.

Oltre l’80 per cento dei partecipanti ha dichiarato di soffrire di problemi relativi al sonno, oltre il 90 per cento di spossatezza e carenza di energia. “Quasi l’80 per cento ha dichiarato di aver continuato a lavorare gratis nella ricerca tra un periodo di impiego e l’altro, dimostrando quanto il lavoro di ricercatori e ricercatrici sia essenziale in modo continuativo”.

Si conclude: “Con forme di impiego non contrattuali e con salari ben al di sotto della media europea si danneggia la credibilità della carriera accademica in Italia, rendendo per contrasto tutti gli altri Paesi estremamente più attrattivi per chi vuole fare ricerca o insegnare all’università. “Non è accettabile che il nostro Paese non abbia una strategia di medio e lungo periodo per finanziare e governare l’istruzione di terzo livello e la ricerca scientifica”.

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