A Stava quarant’anni dopo con i sopravvissuti al disastro. “Non dobbiamo dimenticare”
di Giampaolo VisettiIl fiume di fango che il 19 luglio 1985 spezzò 268 vite nella valle di Stava
La vecchia bugia nascosta in un bosco non si vede più. A coprirla, l’erba dei prati e una bassa foresta di larici giovani. Sarebbe però un’altra menzogna ignorare, oltre al commovente ordine di una ricostruita bellezza alpina, la scomparsa realtà dei due bacini di Prestavèl. Sono esplosi quarant’anni fa tra le Dolomiti trentine, sopra la valle di Stava: all’improvviso mutata in uno dei modelli storici più spietati di quell’economia italiana alimentata dal disprezzo della vita. «Ero appena entrata in casa — dice Alma Trettel — e ho sentito il rombo di un tuono. Mi sono affacciata e ho visto la melma avanzare. Mi sono girata per chiamare mio figlio Marco di 4 anni, mio marito e mia mamma, seduti a tavola per il pranzo. Non ho avuto il tempo: mi ha portata via il vento, in volo sopra la casa inghiottita dal fango. È stato trovato solo il corpo di mio marito: avevo 31 anni, sono sopravvissuta al dolore rinunciando al rancore».
Era il 19 luglio 1985, il maledetto giorno di Stava: dopo 22 …
La vecchia bugia nascosta in un bosco non si vede più. A coprirla, l’erba dei prati e una bassa foresta di larici giovani. Sarebbe però un’altra menzogna ignorare, oltre al commovente ordine di una ricostruita bellezza alpina, la scomparsa realtà dei due bacini di Prestavèl. Sono esplosi quarant’anni fa tra le Dolomiti trentine, sopra la valle di Stava: all’improvviso mutata in uno dei modelli storici più spietati di quell’economia italiana alimentata dal disprezzo della vita. «Ero appena entrata in casa — dice Alma Trettel — e ho sentito il rombo di un tuono. Mi sono affacciata e ho visto la melma avanzare. Mi sono girata per chiamare mio figlio Marco di 4 anni, mio marito e mia mamma, seduti a tavola per il pranzo. Non ho avuto il tempo: mi ha portata via il vento, in volo sopra la casa inghiottita dal fango. È stato trovato solo il corpo di mio marito: avevo 31 anni, sono sopravvissuta al dolore rinunciando al rancore».
Era il 19 luglio 1985, il maledetto giorno di Stava: dopo 22 anni l’altro Vajont che nessuno ha voluto evitare. «Il simbolo — le parole di Sergio Mattarella — di un modo gravemente sbagliato di concepire l’attività economica, il profitto, il rapporto con l’ambiente, la valutazione del rischio». Per la prima volta un presidente della Repubblica onorerà così l’anniversario salendo fino a Tesero, il paese dove la frana si è infine sciolta nel fiume Avisio. Il capo dello Stato sosterà nel cimitero di San Leonardo, dove sono sepolte anche le 71 salme non riconosciute. Nel teatro comunale incontrerà famigliari e superstiti, in arrivo da 11 Regioni e 64 Comuni del Paese. Poco dopo, a Rovereto, ricorderà i 100 anni dal primo rintocco di Maria Dolens, la campana che ricorda i caduti di tutte le guerre. «Un richiamo — dice Graziano Lucchi, presidente della Fondazione Stava 1985, che nella catastrofe ha perso i genitori — ma pure un segno di speranza. Quel crollo è stata la nostra guerra, sudditanza al potere e opportunismo individuale connettono crimini industriali e conflitti armati: l’etica della responsabilità personale non smette però di indicare che una via d’uscita c’è».
La strage di 268 persone qui si è consumata in 2 minuti e 49 secondi. Ne mancavano cinque alle 12.23. L’argine del bacino superiore è collassato nell’invaso inferiore, facendo cedere anche il terrapieno più a valle. Un’onda di 180 mila metri cubi di fango e di acqua, alta oltre 30 metri, si è rovesciata su Stava a 90 chilometri all’ora. Ha travolto 3 alberghi, 53 case, 6 capannoni e centinaia di alberi, scagliati lungo i 4,2 chilometri di una colata vasta 435 mila metri quadri. Tra le vittime, 28 bambini sotto i dieci anni e 31 ragazzi non ancora maggiorenni. «In 50 secondi — dice Romano Pojer — ho perso mia moglie, i miei figli di 14 e 13 anni, altri sette famigliari. Restano la rabbia e una ferita inguaribile: la vita di prima però mi ha regalato il privilegio di quindici anni felici. Per il diritto a quella felicità, che non tutti conoscono, è obbligatorio impegnarsi». Il processo si è concluso dopo sette anni. Dieci i condannati per disastro colposo e omicidio colposo plurimo: tra loro i responsabili di costruzione e gestione del bacino superiore, i direttori della collegata miniera di fluorite, i responsabili del Distretto minerario della Provincia di Trento, che omisero ogni controllo. Nessuno ha scontato la pena in carcere. «Eppure da oltre dieci anni — dice Clemente Deflorian, presidente dell’associazione 19 luglio Val di Stava, rimasto orfano del padre — una perizia confermava che tutto l’impianto di depurazione della Prealpi Spa, industria per il trattamento dei minerali subentrata a Montedison e Snam, costituiva una minaccia incombente sulla valle. Era stato progettato, costruito e gestito in modo da non offrire i margini di sicurezza che una società civile si aspetta da opere che possono mettere a repentaglio l’esistenza di intere comunità umane»
I funerali delle vittime del disastro
Un sacrificio pianificato, in cambio di costi tagliati e profitti moltiplicati. A provarlo, i muri degli invasi per la decantazione dei fanghi, alzati negli acquitrini e nel limo di località Pozzole. Il progetto autorizzato prevedeva un’altezza di 9 metri: tre anni dopo superava i 25, nel 1985 lo sbarramento era arrivato a 50. «Centinaia di camion verdi — dice il sindaco di Tesero Massimiliano Deflorian — risalivano la valle anche con le scorie di miniere altoatesine e lombarde. Eravamo esasperati da traffico e polveri, nessuno immaginava che saremmo stati spazzati via dal fango che valeva oro. Una lezione ignorata: ogni anno al mondo continuano a crollare almeno due bacini minerari, oltre 100 dopo quelli d Stava, con migliaia di morti. Avidità e cinismo restano l’emergenza del capitalismo: penso anche al ponte Morandi, o alla funivia del Mottarone, erede della prima precipitata sul Cermis». La corsa mondiale alle terre rare e il ritorno italiano a dighe e miniere, assumono qui un profilo non estraneo all’allarme. «Nessuno è contrario a crescita economica e profitto d’impresa — dice Michele Longo, che coordina i progetti della Fondazione Stava — ma la responsabilità viene prima. Chi la ignora ha un nome e un cognome, non può essere confuso in generici marchi aziendali, o protetto da istituzione pubbliche. La distruzione dell’ambiente annuncia sempre la fine della vita umana».
Pochi, come Giuliano Vaia, hanno infilato le mani nell’epilogo di un simile destino, lucidamente costruito per ventitré anni. «Ero con mio figlio dodicenne — dice colui che nel 1985 era il capo dei vigili del fuoco volontari di Tesero — quando una nuvola bianca ha inghiottito la valle. Ho temuto un incendio e l’ho risalita in fuoristrada. Davanti a me la strada finiva in un deserto silenzioso. Non ho visto né vivi né morti, scomparsi edifici, ponti e boschi. Ho capito. Sotto metri di fango, mia sorella e quattro nipoti: prima di cercarli invano sono tornato in caserma a dare l’allarme. Con 18mila soccorritori abbiamo scavato per un mese e mezzo, impossibile spostare una montagna. I nostri paesi non sono tornati come prima: senza la visita di papa Wojtyla, aggrappato per interminabili minuti alla croce nel cimitero, avremmo perduto anche l’anima». Insegnamenti applicati? Progressi? «I parenti delle vittime — il ricordo del giudice Carlo Ancona — si contendevano l’appartenenza dei propri cari riconoscendo un anello, un braccio, una mano. Di fronte a questo anche le pene, non scontate, si traducono in qualcosa di inutile». L’impunità resta la realtà: la memoria della vecchia bugia di Stava si spegne, altre Stava incombono.
Il belvedere, oggi, della valle della Stava