Trentini, l’accusa della madre: “Da otto mesi il governo tace”
di Giuliano FoschiniDa destra, Paola Regeni, Armanda Trentini e l'avvocata Alessandra Ballerini
La scritta «La legge è uguale per tutti» è sullo sfondo. L’udienza è finita da qualche minuto, la notizia di giornata è che i tempi si allungheranno, difficilmente la sentenza per l’omicidio di Giulio Regeni arriverà entro la fine dell’anno, come tutti sperano. Paola Regeni conosce l’attesa. E in questi anni è sempre riuscita a coniugarla con la pazienza, la forza, la determinazione. Ecco perché quando si fa incontro ad Armanda Trentini, che è rimasta in fondo all’aula Occorsio a seguire il processo, allunga le mani verso di lei, abbozza un sorriso, come a volerle dire: forza, ti capisco, non ti arrendere. «Siamo con te».
Ieri a piazzale Clodio c’è stato un incontro tra due donne non comuni. Armanda Trentini, la mamma di Alberto, il cooperante italiano arrestato, o meglio sarebbe dire sequestrato in Venezuela otto mesi fa. E Paola Regeni, che per il suo Giulio, ucciso al Cairo a febbraio del 2016, sta combattendo una battaglia che tra qualche mese porterà a una sentenza che nessuno …
La scritta «La legge è uguale per tutti» è sullo sfondo. L’udienza è finita da qualche minuto, la notizia di giornata è che i tempi si allungheranno, difficilmente la sentenza per l’omicidio di Giulio Regeni arriverà entro la fine dell’anno, come tutti sperano. Paola Regeni conosce l’attesa. E in questi anni è sempre riuscita a coniugarla con la pazienza, la forza, la determinazione. Ecco perché quando si fa incontro ad Armanda Trentini, che è rimasta in fondo all’aula Occorsio a seguire il processo, allunga le mani verso di lei, abbozza un sorriso, come a volerle dire: forza, ti capisco, non ti arrendere. «Siamo con te».
Ieri a piazzale Clodio c’è stato un incontro tra due donne non comuni. Armanda Trentini, la mamma di Alberto, il cooperante italiano arrestato, o meglio sarebbe dire sequestrato in Venezuela otto mesi fa. E Paola Regeni, che per il suo Giulio, ucciso al Cairo a febbraio del 2016, sta combattendo una battaglia che tra qualche mese porterà a una sentenza che nessuno immaginava possibile. Armanda è provata. Ed è venuta a Roma per chiedere alle istituzioni di fare in fretta. «Mio figlio è in prigione ma da otto mesi tutto tace» dice, ha la voce rotta dalle lacrime, fuori dal tribunale c’è un sit- in di persone che sono venute a salutarla, compresa la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein. «Il problema è che tace anche la nostra presidente del Consiglio. Questo silenzio, per me e la mia famiglia, è insostenibile. Il nostro governo deve attivarsi, come ha fatto quello svizzero con il compagno di prigionia di mio figlio, che è stato liberato da poco ed ha raccontato alla stampa le terribili condizioni di detenzione in cui si trova ancora Alberto».
Accanto a Paola e Armanda c’è la loro avvocata Alessandra Ballerini, al loro fianco in una battaglia che, nonostante gli ostacoli e anche un’inevitabile sfiducia, è sempre stata dalla parte della giustizia. «Una giustizia che ritiene tenacia e coraggio» dice. È quello che ha intenzione di fare la signora Armanda: «Non possiamo più aspettare» dice. «Le nostre istituzioni dimostrino di avere a cuore la vita di un connazionale e si adoperino con urgenza ed efficacia per riportare a casa nostro figlio, mettendo in campo qualsiasi strumento diplomatico, come è stato fatto in altri casi. Ogni giorno di inerzia in più corrisponde a indicibili sofferenze per Alberto e per noi. Otto mesi sono troppi e dobbiamo ribellarci».
Il governo da mesi, con la regia del sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, sta lavorando sotto traccia. E non senza difficoltà: Trentini è considerato a tutti gli effetti un ostaggio dal governo Maduro che, dopo aver ottenuto un riconoscimento nei fatti dal nostro esecutivo, ha messo sul tavolo contropartite sulle quali sono aperti diversi tavoli di discussione. Dopo la telefonata di Alberto a casa, avvenuta ormai quasi due mesi fa, quando sembrava tutto pronto per la scarcerazione, tutto si è bloccato. «Troppe prudenze, troppe deleghe e, soprattutto, troppe ambiguità» ha tuonato don Luigi Ciotti, che ha voluto essere anche lui fuori dal tribunale di Roma. «Alberto è un nome che non porta con sé nessuna colpa. Anzi, porta con sé la generosità di andare nel mondo a sostegno dei più fragili». «Questo silenzio non può continuare» ha detto Schlein. «Serve un impegno concreto da parte del governo e di chiunque abbia il potere: noi la nostra parte la stiamo facendo». Armanda ci crede. Guarda negli occhi Paola, le stringe una mano mentre le due magistrate che dovranno decidere chi sono gli assassini di Giulio Regeni escono dall’aula Occorsio. E’ una questione di giustizia. Una questione di donne.