Luca Barbarossa, circola questa foto di lei e Neri Marcorè tennisti, insieme a Riccardo Piatti, l’allenatore che ha creato Sinner. Vi stavate preparando per Wimbledon?
«Neri frequentava da un decennio i corsi estivi di Piatti all’isola d’Elba, senza dirmelo, nella speranza vana di riuscire un giorno a battermi. Quest’anno ha portato pure me: ho imparato tante cose nuove che dimenticherò subito».
A proposito di Wimbledon: che dire ancora di Sinner?
«Che dobbiamo essergli grati per avere distrutto qualunque luogo comune sugli italiani. Mi viene in mente quel film di Nanni Moretti in cui il protagonista dice: “Non mi diventare come quei tennisti italiani curvi sulle spalle, che si lamentano sempre perché non è mai colpa loro”. Ecco, Sinner è l’esatto contrario. La sua forza, secondo me, è soprattutto mentale».
Luca, pare che lei come tennista sia proprio bravo.
«Ai miei occhi resto una grandissima pippa, di meno ci sarebbe solo la “pippa al sugo”. Quando rivedo i miei filmati di g…
Luca Barbarossa, circola questa foto di lei e Neri Marcorè tennisti, insieme a Riccardo Piatti, l’allenatore che ha creato Sinner. Vi stavate preparando per Wimbledon?
«Neri frequentava da un decennio i corsi estivi di Piatti all’isola d’Elba, senza dirmelo, nella speranza vana di riuscire un giorno a battermi. Quest’anno ha portato pure me: ho imparato tante cose nuove che dimenticherò subito».
A proposito di Wimbledon: che dire ancora di Sinner?
«Che dobbiamo essergli grati per avere distrutto qualunque luogo comune sugli italiani. Mi viene in mente quel film di Nanni Moretti in cui il protagonista dice: “Non mi diventare come quei tennisti italiani curvi sulle spalle, che si lamentano sempre perché non è mai colpa loro”. Ecco, Sinner è l’esatto contrario. La sua forza, secondo me, è soprattutto mentale».
Luca, pare che lei come tennista sia proprio bravo.
«Ai miei occhi resto una grandissima pippa, di meno ci sarebbe solo la “pippa al sugo”. Quando rivedo i miei filmati di gioco, mi butterei dalla finestra. Con gli amici indossiamo le felpe con la scritta “AT Pippe”».
Ma lei da ragazzo non aveva la stessa insegnante di Panatta?
«La mitica Wally San Donnino, circolo “La Pisana” di Roma Sud. Lei era molto severa, e la severità dei maestri lascia sempre il segno. A 14 anni ero uno scricciolo, però in un torneo a Ravenna mi battei eroicamente contro una specie di gigante mio coetaneo, persi di poco e la San Donnino mi premiò con mille lire: in pratica, l’unico mio incontro da professionista».
Si diceva di Adriano Panatta.
«Era una leggenda, e mi fa effetto che ora siamo amici. La squadra della Coppa Davis del ’76 esaltò l’Italia come accade oggi. Agli Internazionali di Roma mi imbucavo per chiedere i polsini ai campioni alla fine delle partite. Ci andavo la mattina, saltando la scuola, poi mi nascondevo durante la pausa per non dover pagare di nuovo il biglietto il pomeriggio. A un certo punto, mi intrufolavo pure negli spogliatoi: fu lì che Panatta mi vide e mi disse: “’A regazzì, ma che stai a ‘ffa? Vedi d’annàttene”. Adriano incarna la migliore romanità, quella sorniona, ed è un intrattenitore nato. Il mio libro Non perderti niente doveva intitolarsi Volevo essere Panatta».
Che tennista ci siamo persi, con Luca Barbarossa musicista?
«Mah, non credo sarei arrivato lontano. E poi sono felice che sia andata così, perché i tennisti veri odiano il tennis. Io comunque ci ho provato, finché i miei genitori non mi portarono a vivere in campagna e allora addio. Per un po’ ho fatto il maestro abusivo, così, per arrotondare. Meglio che sia stata la musica a farmi mettere insieme il pasto con la cena».
Del resto, tra chitarra e racchetta…
«La forma è quella. Ai miei tempi le racchette erano in legno, le corde le ha anche la chitarra, per cui il parallelo ci sta. I campioni che ho amato di più, autentiche rockstar: Panatta, McEnroe, Borg. Di loro mi esaltavano anche la bella vita, le cronache rosa, le donne. Non davano mai l’aria di ammazzarsi di sport».
Mica come Sinner, sempre così perfetto e controllato.
«Non scommetterei sulla sua freddezza. Dietro l’immagine impeccabile non possono non agitarsi i demoni, ogni grande tennista ci fa i conti».
Ma lei ha capito cos’è il tennis?
«Qualcosa di spietato, simile solo agli scacchi. Non esiste nulla di più violento: la sconfitta è tua, l’avversario sei tu. Contano tecnica e fisico, per carità, ma fa quasi tutto la testa. Però, è anche uno sport nobile».
Sinner ha cambiato un paio di volte lo staff dalla mattina alla sera: demoni, pure questi?
«Chi diventa il numero uno al mondo, non per nascita ma per crescita, deve capire chi è all’altezza e chi no».
Lei lo conosce?
«No, mai incontrato e mi piacerebbe molto. Però, con i ritmi attuali del circuito è quasi fantascienza: sarebbe bellissimo averlo con noi a Radio Due Social Club».
Lei è stato anche una colonna della Nazionale cantanti, un goleador. Cosa significa lo sport nella sua vita?
«Più che un atleta mi sento un giocatore, un agonista tenace. Lo sport mi ha dato le maggiori occasioni di conoscenza umana, persino più della musica».
Non ci dica che anche lei è caduto nel trappolone del padel.
«Accadde qualche anno fa, per colpa della pubalgia. Così ho ristretto il campo… Comunque, il padel è molto divertente ed è solo un gioco, è tutto fatto di pallonetti, scambi volanti e smorzatine. Passata la pubalgia, sono tornato al tennis. Gioco a giorni alterni, con piena e intatta soddisfazione».
La piacciono i riti e le liturgie della racchetta?
«Da morire, specialmente a Wimbledon. Il sublime Gianni Clerici li chiamava i gesti bianchi: a proposito, io i tennisti li vorrei vestiti così sempre, non solo a Londra. Amo il tennis dell’eleganza e dello stile, il tennis che insegna il rispetto delle regole, il tennis del silenzio in campo e in tribuna».
Un musicista che fa l’elogio del silenzio, interessante.
«Trovo inaccettabile la musica che stordisce durante i cambi di campo: un insulto. Vorrei fondare un comitato contro l’uso indiscriminato della musica, che non è mai un sottofondo. Com’è possibile doverla subire, tra l’altro brutta e diffusa malissimo, anche in alta montagna, mentre si raggiunge un rifugio, proprio lì, nel regno della quiete e della contemplazione? Oppure, sparata a palla nei bar? Se voglio la musica a palla, vado in discoteca».