Università, Centro-Sud ora trattiene e attira studenti. In Sicilia resta l’81%. Milano perde appeal
di Corrado ZuninoROMA – L’ultima classifica delle università del Censis lo aveva certificato: gli immatricolati crescono in Centro Italia, più 14 per cento, e al Sud, più 6,1 per cento. Arretrano nel Nord-Ovest (-0,9 per cento). Bene, ora un lavoro della società “Talents Venture” conferma la questione e la approfondisce.
Il fenomeno è nato negli anni del Covid (2020 e 2021) e ha trovato una conferma nelle stagioni successive, con la crescita degli affitti nelle metropoli italiane, in particolare quelle settentrionali. Nel 2023-’24, oltre tre immatricolati su quattro – 240.241, in valore assoluto – hanno scelto un ateneo nella propria regione. Sono 31.623 in più, rispetto al 2013-’14: il 15,2 per cento. Sono cresciuti anche i fuorisede regionali, in verità: sono 70.0…
ROMA – L’ultima classifica delle università del Censis lo aveva certificato: gli immatricolati crescono in Centro Italia, più 14 per cento, e al Sud, più 6,1 per cento. Arretrano nel Nord-Ovest (-0,9 per cento). Bene, ora un lavoro della società “Talents Venture” conferma la questione e la approfondisce.
Il fenomeno è nato negli anni del Covid (2020 e 2021) e ha trovato una conferma nelle stagioni successive, con la crescita degli affitti nelle metropoli italiane, in particolare quelle settentrionali. Nel 2023-’24, oltre tre immatricolati su quattro – 240.241, in valore assoluto – hanno scelto un ateneo nella propria regione. Sono 31.623 in più, rispetto al 2013-’14: il 15,2 per cento. Sono cresciuti anche i fuorisede regionali, in verità: sono 70.051, 14.893 in più rispetto a dieci anni prima, pari al 21,3 per cento, quindi un dato superiore.
Nell’ultimo decennio, la quota di immatricolati fuorisede - residenti in una regione diversa da quella di erogazione del corso - è salita dal 21 per cento al 23 per cento. Sommando chi cambia provincia all’interno della stessa regione, si arriva al 51 per cento degli immatricolati (era il 50 per cento dieci anni fa). E’ cambiato, però, il verso della migrazione, e alcune regioni del Centro-Sud nelle ultime stagioni hanno mostrato una buona capacità di trattenere le matricole universitarie.
Quattro regioni meridionali le più resilienti
Al primo posto c’è la Sicilia (3 atenei pubblici): il tasso di neoiscritti locali in dieci anni è salito dal 73 all’81 per cento. Subito dopo Puglia (4 atenei), Molise (1) e Calabria (3). Lo studio non sa dire se si tratta di una scelta consapevole, motivata cioè da un’offerta formativa più vicina alle esigenze locali, o di un adattamento forzato, dovuto all’aumento dei costi per chi sceglie di studiare fuori regione.
Nel periodo preso in analisi, l’Umbria, due atenei pubblici, è la regione che ha visto il maggior aumento di studenti approdati dalle altre regioni d’Italia: è passata dal 27 al 41 per cento, da poco meno di 1.000 a oltre 2.500. Un terzo del saldo positivo degli immatricolati non umbri è garantito dal corso di Psicologia dell’Università di Perugia (L-24). Scrive “Talents Venture”: “La città umbra è diventata la principale destinazione per chi vuole studiare Psicologia fuori dalla propria regione di residenza, attirando studenti da tutta Italia”.
L’Umbria – continua lo studio – ha visto anche una crescita significativa degli immatricolati residenti: +38 per cento rispetto al +14 per cento dei fuorisede. Il tasso di studenti umbri che scelgono di restare a studiare nella propria regione è passato dal 70 al 74 per cento. L’Umbria è la regione con il maggiore aumento di residenti immatricolati.
Il rettore dell’Università di Perugia, Maurizio Oliviero, dice: “Abbiamo potenziato il diritto allo studio portando la no tax area al 30 per cento e il trasporto pubblico è utilizzabile in tutta la città e tutti i mezzi con un unico pass. Nelle ultime stagioni l’ateneo, restando meta degli studenti dal Sud, ha anche visto crescere le matricole provenienti dal Nord. Nel Centro Italia abbiamo smesso di farci concorrenza e costruito una rete con gli atenei dell’Abruzzo e delle Marche”.
La tratta più frequentata: da Monza a Milano
Ci sono tratte specifiche che individuano le tratte più battute della migrazione universitaria. Il percorso più frequentato in assoluto è quello da Monza Brianza a Milano, con oltre 3.100 immatricolati negli ultimi dieci anni. Tra le tratte interregionali, è decisamente battuta la Reggio Calabria-Messina (665). Esclusi i flussi tra regioni confinanti, il primo collegamento per numero di studenti è Roma-Milano (339). Seguono Cosenza-Roma (330), Lecce-Roma (252) e Lecce-Milano (242).
E Ferrara accoglie da tutte le direzioni
Fra le tratte intra-regionali in crescita in valore assoluto, al primo posto colpisce chi si sposta da Milano a Pavia, +629 studenti (+107 per cento in dieci anni). Milano, pur rimanendo polo attrattivo per chi arriva da fuori, inizia a perdere i propri residenti verso Pavia, Varese, Novara e Bergamo (erano il 10 per cento nell’anno accademico 2013-’14, sono diventati il 16 per cento). Ferrara appare in 7 delle 10 tratte con la crescita più marcata, attirando studenti dal Veneto e da Trento. Il percorso Taranto-Ferrara è cresciuto del 589 per cento, il Lecce-Ferrara del 231 per cento. Il Roma-Milano è cresciuto del 58 per cento, il Bari-Roma dell’87 per cento. E se includiamo anche gli studenti esteri, il quadro cambia ancora: 8 delle 10 tratte in maggiore crescita hanno origine all’estero.
Lecce, lascia l’11% in meno
Vede scendere gli studenti immigrati la città di Lecce: verso Chieti, verso Pesaro-Urbino e verso Bologna. In generale, Lecce ha visto ridurre la quota di suoi residenti che studiano fuori regione dal 44 per cento al 33 per cento in dieci anni. Da Verona, ancora, non si va più a Trento (erano 410 gli studenti, ora sono 305). Completa il quadro la forte riduzione della Trapani-Pisa: c’erano oltre 100 studenti nel ‘14-’15, ora sono poco più di 30. E della Salerno-Siena: da 96 a 10.
“Le città che riescono ad attrarre o trattenere giovani devono garantire tre condizioni essenziali: la prima è l’accessibilità economica, a partire dal costo degli alloggi. La seconda è la qualità dei servizi locali, che include - tra gli altri - trasporti efficienti, una sanità funzionante, un’offerta culturale vitale e un buon livello di sicurezza. La terza è la presenza di opportunità post-laurea: posti di lavoro, ecosistemi favorevoli all’imprenditorialità, reti professionali che accolgano e valorizzino i talenti”. Al contrario, “i territori che oggi perdono studenti rischiano di perdere domani anche lavoratori, famiglie, imprenditori. E con loro, interi segmenti produttivi”.