Piccoli comuni interni, sindaci in rivolta: “Ecco il piano del governo che decreta la nostra morte”
di Corrado ZuninoROMA – Il Piano strategico nazionale delle aree interne, pubblicato dal Dipartimento per le Politiche di coesione e per il Sud, è del marzo 2025, ma le contestazioni da parte dei sindaci sono arrivate in piena estate. In particolare, si è assistito a un contagio di proteste, una vera e propria insurrezione, nei confronti di quel passaggio a cavallo tra la pagina 45 e la 46, dove si divide un territorio da 1.800 comuni e oltre quattro milioni di persone – le 123 aree interne periferiche e ultraperiferiche – in quattro zone e a ciascuna si affida un obiettivo.
La prima zona è quella in cui è possibile un’inversione di tendenza “relativamente alla popolazione”, la seconda quella in cui l’inversione è possibile “relativamente alle nascite”. …
ROMA – Il Piano strategico nazionale delle aree interne, pubblicato dal Dipartimento per le Politiche di coesione e per il Sud, è del marzo 2025, ma le contestazioni da parte dei sindaci sono arrivate in piena estate. In particolare, si è assistito a un contagio di proteste, una vera e propria insurrezione, nei confronti di quel passaggio a cavallo tra la pagina 45 e la 46, dove si divide un territorio da 1.800 comuni e oltre quattro milioni di persone – le 123 aree interne periferiche e ultraperiferiche – in quattro zone e a ciascuna si affida un obiettivo.
La prima zona è quella in cui è possibile un’inversione di tendenza “relativamente alla popolazione”, la seconda quella in cui l’inversione è possibile “relativamente alle nascite”. Quindi (obiettivo 3), ci sono i comuni, “la maggioranza”, in cui, al massimo, si lavora per "contenere la riduzione delle nascite (da diminuzione accentuata a moderata)”. Infine, la quarta zona è quella “dell’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. La chiosa per quest’ultimo obiettivo certifica: “Un numero non trascurabile di aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa: popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni, oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento, in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. I termini sono più medici che statistici e in medicina questa è la fase finale della vita: le cure palliative.
Appello di 150 docenti: “Un’eutanasia”
I sindaci, di tutte e quattro le zone, hanno reagito, seppur dopo mesi. E così ricercatori, ambientalisti, operatori culturali, ovviamente l’opposizione. L’Unione nazionale dei comuni montani (Uncem), la prima ad aver individuato, il 9 giugno scorso, il passaggio funerario, ha chiesto di rimuovere la formula. Ha ottenuto una presa di distanze dal ministro della Coesione e per il Sud, Tommaso Foti (“io non l’ho mai dichiarato”), ma la versione emendata del Piano strategico delle aree interne non è ancora pubblica. Oltre 150 soggetti, tra cui docenti universitari e urbanisti, hanno sottoscritto un appello pubblico contro la logica dell’“irreversibilità”, che a loro avviso equivale a “un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia”.
Realacci: “Due miliardi a rischio”
Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola e promotore della Legge 158/2017 sui piccoli comuni, a Scienza in rete ha spiegato: “Oggi ci sono più di due miliardi di euro stanziati per realizzare comunità energetiche rinnovabili nei municipi sotto i 5.000 abitanti, ma il rischio fortissimo è che quei soldi non vengano impiegati, perché l’impianto burocratico e legislativo è farraginoso”. Le aree interne rappresentano un polo strategico, oltre che un prezioso capitale culturale e produttivo: “Il 92 per cento delle Dop e Igp italiane, i prodotti alimentari protetti e controllati, crescono in piccoli comuni, così come il 70 per cento dei grandi vini. Se lasciamo che questi territori si svuotino, perdiamo una delle colonne portanti del Made in Italy”.
Le caffettiere di Belforte del Chienti
Un esempio di opposizione allo svuotamento demografico si può vedere a Belforte del Chienti, paese di 1.800 abitanti in provincia di Macerata e inserito nell’area del cratere delle Marche dopo i terremoti del 2016. Lì ha sede la Nuova Simonelli, considerata l’azienda principe delle macchine da caffè industriali. Esporta in tutto il mondo il 90 per cento della produzione e sostiene il territorio: asilo, cultura, sport, campus di ricerca.
Tutte le aree interne del Paese comprendono 3.900 comuni (praticamente la metà delle amministrazioni esistenti nel Paese) e 14 milioni di abitanti. Secondo le ultime proiezioni Istat, l’82 per cento dei municipi delle aree interne perderà popolazione entro il 2043, il 93 per cento è situato nel Mezzogiorno. Nel 2024 sono state 358 le municipalità italiane a zero nascite, concentrate quasi esclusivamente nelle località isolate o montuose del Paese. Nei comuni ultraperiferici, inoltre, il rapporto tra over 65 e under 15 è ormai di 2,5 a 1. E’ a questi che il Piano riserva l’etichetta più drastica.
La Costituzione sui muri di Aielli
Enzo Di Natale, sindaco Pd di Aielli, 1.500 residenti in provincia dell’Aquila, ha trasformato il suo paese in un luogo di attrazione turistica grazie all’idea dei murales d’arte disegnati sulle case e i muri pubblici. Famosa è la scrittura di “Fontamara” di Ignazio Silone. Poi, è stata trascritta sulle pareti di Aielli la Costituzione, e l’iniziativa è stata copiata da Parma, Langhirano, Sant’Angelo dei Lombardi. Dice il sindaco Di Natale: “Quel passaggio inserito in un piano ministeriale fa male e, in generale, in tutto il testo si assiste a un disimpegno nei confronti delle aree interne. Il ministro Foti ha provato a risistemare le cose con un incontro con il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, anche lui di Fratelli d’Italia, ma il problema di fondo resta. Il governo dovrebbe investire e invece abbandona alcuni paesi a quello che ritiene il loro destino: la fine. Possono diventare laboratori del vivere, ma hanno bisogno di connessioni e servizi. Possono trasformarsi in luoghi appetibili per chi non sopporta più le congestionate città”.
I tagli alla sanità in Abruzzo
In Abruzzo, l’ultima notizia è, piuttosto, una delibera dell’Asl 1 che chiede di tenere aperti i pronto soccorso di Tagliacozzo e Pescina soltanto 12 ore. “Nella nostra provincia la migrazione sanitaria sta diventando un fenomeno”, ancora il sindaco di Aielli. L’ospedale di Sulmona ha annunciato un ulteriore taglio nei posti di terapia intensiva. Ad Avezzano, poi, la presenza del tribunale è in proroga: resta aperto a singhiozzo. “Lo spopolamento c’è, è ovvio, ma non possiamo fermare l’emorragia se lo Stato e la Regione Abruzzo non investono su tratte ferroviarie e digitali”.
Ad Aielli sono riusciti a interrompere il declino demografico, quest’anno il saldo sarà positivo grazie ai trasferimenti e all’immigrazione dal Nordafrica. “Abbiamo investito sulla cultura e siamo diventati una galleria d’arte a cielo aperto e, a cascata, un paese turistico. Questo movimento ha fatto nascere nuove attività economiche: pizzerie, coop di comunità. Abbiamo riaperto l’osservatorio astronomico. Il problema in Abruzzo, e in generale nel Sud, è lo sbocco professionale. La battaglia demografica dovrebbe essere un totem del centrodestra, ma loro la risolvono con i bonus per i figli, senza affrontare i problemi strutturali”.
Definire alcuni territori come “non recuperabili” comporta rischi per l’ambiente, e questo lo dice l’Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale. Il 94 per cento dei comuni italiani è soggetto a frane, alluvioni, erosione costiera, e nelle aree interne il livello di rischio è spesso più elevato. Senza presidio umano, la gestione del suolo diventa impossibile.
Ostana, da cinque abitanti a ottanta
I segnali di inversione non mancano. Il Rapporto montagne 2024, pubblicato da Rubbettino, parla di un saldo migratorio positivo di centomila persone nel quinquennio 2019-2023, soprattutto nelle aree montane del Nord e del Centro Italia. I migranti interni sono, perlopiù, famiglie italiane. Diversi luoghi, dati per spopolati e privi di prospettive, hanno avviato percorsi di rigenerazione. Ostana, borgo delle Valli occitane nella provincia di Cuneo, è passato da cinque abitanti negli Anni ‘70 a ottanta residenti stabili. La ripresa è frutto di una strategia di lungo periodo basata su architettura sostenibile, servizi essenziali, banda larga e un’offerta culturale continua.
Il meleto collettivo nell’Alto Molise
A Castel del Giudice, in Alto Molise, l’amministrazione ha promosso un piano integrato che ha portato alla realizzazione di una residenza sanitaria di comunità ricavata nell’ex scuola, un meleto biologico collettivo avviato su terreni incolti, un albergo diffuso, “Borgotufi”, nato dal recupero di abitazioni abbandonate, infine un laboratorio di formazione dedicato al paesaggio, alla forestazione, allo sviluppo sostenibile. Più che sulla crescita demografica, il progetto ha puntato sulla riattivazione delle funzioni locali e la costruzione di una nuova economia di prossimità.
Case a un euro in tutta Italia
Più mediatica, ma meno strutturale, è la formula delle case a un euro, applicata in diversi borghi italiani. A Fabbriche di Vergemoli, provincia di Lucca, 693 stanziali, il progetto ha raccolto 140 richieste, molte da famiglie di ritorno dall’estero, trasformando gli edifici abbandonati in alloggi per famiglie e turisti. Gli interventi di ripopolamento, raccontano i sociologi, devono partire dai bisogni specifici di ciascun territorio, diverso dal precedente e dal successivo. L’Università del Molise coordina il progetto Age-it, finanziato dal Pnrr, che sperimenta soluzioni di telemedicina e monitoraggio remoto dei parametri vitali degli anziani.
Nell’Alta Sabina, sette comuni del Reatino hanno firmato un patto anti-spopolamento. A Cabella Ligure, in provincia di Alessandria, sono riusciti a tenere aperta una scuola grazie al fatto che si è costituito un unico plesso scolastico che raccoglie una decina di comuni.
Per sostenere le strategie territoriali, il Piano nazionale – contestato – prevede una dotazione ulteriore di 310 milioni di euro, integrabili con risorse del Pnrr, fondi europei e cofinanziamenti regionali. Ogni area selezionata potrà attivare interventi nei settori di sanità, scuola e mobilità.
"Così il governo ci demotiva”
Luca Santilli, sindaco di Gagliano Aterno (680 metri in quota, provincia dell’Aquila), ha scritto una lettera al ministro Foti, in cui ha messo in evidenza come le indicazioni sullo “spopolamento irreversibile” finiscano per “scoraggiare l’impegno quotidiano di amministratori, cittadini, associazioni”. Spiega ora il sindaco, indipendente di sinistra: “Quel testo è un documento ufficiale, il governo non crede più in un pezzo di Paese. Oltre alle frasi sbagliate, manca una visione: la politica deve provare a cambiare in meglio le cose, non può avere un approccio disfattista o, al massimo, salvifico. Ci sono strumenti, questi sì, che possono accompagnare progetti di servizi e neopopolamento. Non siamo poveri cristi da salvare”.
Luca Santilli elenca: “In cinque anni abbiamo portato ricercatori a vivere a Gagliano e con loro abbiamo riattivato la comunità. Un infermiere è salito in montagna, ha preso la residenza e oggi offre assistenza a sedici persone in ambulatorio, tutti i martedì. Offriamo il trasporto gratuito per cinema e teatro, il pullman è sempre pieno quando andiamo a Sulmona, trenta chilometri lontano, per la stagione teatrale di prosa. Abbiamo avviato la comunità energetica, con i pannelli fotovoltaici del Comune che portano energia ai cittadini. E cinque nuove attività, tra cui una radio e la libreria, trasferita da Roma con i suoi 25.000 volumi. Ecco, abbiamo soffiato sulla cenere e ridato ossigeno a idee soffocate. I ricercatori, sociologi e antropologi, hanno vinto borse di sei mesi, ma da tre anni vivono con noi, applicano il loro sapere. Ora dobbiamo costruire regolamenti che aiutino i residenti ad affittare le lcase a connazionali dell’area e non a svenderle sul mercato nordeuropeo, che riesce a produrre, se va bene, una settimana di ferie per ogni famiglia proprietaria. Negli ultimi cinque anni abbiamo ricevuto venti nuovi abitanti, e per noi è un successo”.
"Dossena ha la burocrazia di Milano”
Chiude Fabio Bonzi, sindaco centrista di Dossena, 890 residenti nel Bergamasco: “Quando ho letto il testo del Piano per le aree interne sono rimasto basito. Come si possono condannare centinaia di comuni alla fine? Trattano i nostri borghi come fossimo dei malati, invece siamo una componente importante dello Stato italiano”.
Dossena ha aperto la scuola per l’infanzia, la primaria e un micronido. “Di certo, un comune di 890 abitanti non può avere le stesse regole e la stessa burocrazia di una città come Milano, invece oggi è così. Con le grandi metropoli dobbiamo ristabilire sussidiarietà e solidarietà. E’ comunque vero che dopo il Covid si sono riaffacciate in montagna persone stanche della vita urbana. C’è chi ha avviato attività come la coltivazione della lavanda”.
Uncem: “Un’unica agenda rurale”
Marco Bussone, presidente dell’Uncem, consigliere comunale di Vallo Torinese, sostiene: “Già la definizione di aree interne dovrebbe essere rottamata. Noi, secondo questa grammatica, siamo interni alle metropoli, quindi dipendiamo dal loro punto di vista. L’unico modo per togliere di mezzo la frase sullo spopolamento irreversibile è dimostrare che sulle cosiddette aree interne questo Paese vuole puntare. Lo deve fare il ministro Foti, con il Governo, con il Parlamento. Bisogna favorire gli investimenti delle risorse stanziate dal 2015 a oggi, togliendo ogni collo di bottiglia nazionale o regionale che blocca, da troppo tempo, la spesa. E una volta per tutte colleghiamo Strategia aree interne, Strategia per la montagna, Strategia per le foreste, Strategia delle Green Community. La Francia ha un’unica “Agénda Rural”. Il ministro Foti deve mettere nuove risorse per le prime 72 aree pilota e le nuove 43”.
Foti: “Stralciamo quel passaggio”
Il ministro Tommaso Foti, ecco. Nel primo pomeriggio interviene sulla questione rovente e dice a Repubblica: “Sono pronto a stralciare il passaggio così tanto attaccato, ma vorrei sotolineare come quello non sia un pensiero del ministro né del governo. E’ solo una considerazione di uno studio del Cnel. Dico di più, togliamo dal Piano lo studio e anche quello del Censis. Io non credo che possa essere abbandonato neppure un solo comune delle aree interne. Ho la casa a Caminata e nell’interno del Piacentino sono sempre stato eletto, so bene di che cosa stiamo parlando”.
Il ministro immagina che la riedizione del Piano strategico, emendata delle due pagine, possa avvenire entro la fine del mese in una nuova cabina di regia, che comprenda Regioni, Province, Comuni e lo stesso Uncem. “Sto attendendo i progetti di spesa delle Regioni, che a loro volta ricevono finanziamenti dall’Unione europea”. Foti tiene a precisare, però: “Dopo la consultazione pubblica durata sei settimane, lo scorso aprile le quattro istituzioni hanno approvato il Piano all’unanimità. Alcuni mi hanno scritto lettere che confermavano questa direzione, salvo poi cavalcare per fini interni il “misunderstanding” quando si sono accorti della contrarietà al testo di alcuni sindaci”.
“Mezzo miliardo non speso”
Nella prossima riunione, peraltro, il ministro annuncia una revisione delle modalità di gestione del fondi per le aree interne: “La strategia 2014-2020 aveva previsto un finanziamento di 1,2 miliardi per oltre 5.000 progetti, ma a fine 2024 erano stati impegnati solo 750 milioni e spesi 450. Vorrei anche dire che il secondo studio presente, quello del Censis, è ancora più tranchant nel definire le aree interne povere, ben 42 nel Meridione, ma sono disposto a togliere dal Piano anche questo, e derubricarlo a consultazione, pur di fermare la polemica politica. L’ho già detto in Parlamento, in tre question time, ma vedo che non sono state recepite. Il Piano non è la Bibbia, può essere modificato. Ogni area potrà presentare la sua strategia, più liberal di così non posso essere. Se i sindaci non si sentono rappresentati dalle istituzioni che hanno firmato il Piano, sono pronto a incontrarli”.
Proposta Pd: “Sei miliardi e sgravi”
"Le aree interne dell'Italia non sono periferie dimenticate: sono il cuore vivo e spesso ignorato del nostro Paese. Sono terre ricche di bellezza, storia, saperi e relazioni. Sono anche luoghi feriti dalla disattenzione del governo, da tagli, dalla totale assenza di una strategia di crescita e sviluppo". La segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, ha annunciato la presentazione alla Camera della proposta di legge per il rilancio e la valorizzazione delle aree interne per un investimento pari a 6 miliardi di euro.
La proposta di legge - a cui ha lavorato anche il responsabile del Dipartimento aree interne del Pd, Marco Niccolai - introduce benefici fiscali per le imprese che investono nelle aree interne; agevolazioni per l'acquisto della prima casa e per favorire lo smart working; incentivi per il personale scolastico e sanitario per garantire servizi di qualità; un piano straordinario di investimenti pubblici per infrastrutture, mobilità e servizi essenziali. Le coperture sono ricavate, prevalentemente, da un diverso utilizzo del fondo per il ponte sullo Stretto di Messina.
Azione, attraverso la deputata Daniela Ruffino, chiede lo stralcio del passaggio contestato dai sindaci dal Piano strategico.