Chi paga per il Bayesian? Londra fa rimuovere l’unico legale delle vittime
di Lirio AbbateIn ogni storia di mare c’è un naufragio visibile e uno sommerso. Nel caso del Bayesian, il superyacht affondato quasi un anno fa in 16 minuti davanti alla costa palermitana con sette morti e una scia di centinaia di milioni di euro in ballo dell’assicurazione, il secondo naufragio, quello silenzioso, è appena avvenuto. E non riguarda il relitto, ma chi avrebbe potuto contribuire a inchiodare le responsabilità. L’avvocato Mario Bellavista, incaricato da uno studio internazionale per difendere gli interessi dei familiari del cuoco Recaldo Thomas, uno dei sette morti, è stato revocato direttamente da un ufficio di Londra. Non difenderà più l’unica vittima formalmente costituita attraverso i propri familiari nel procedimento penale.
È un fatto che pesa. P…
In ogni storia di mare c’è un naufragio visibile e uno sommerso. Nel caso del Bayesian, il superyacht affondato quasi un anno fa in 16 minuti davanti alla costa palermitana con sette morti e una scia di centinaia di milioni di euro in ballo dell’assicurazione, il secondo naufragio, quello silenzioso, è appena avvenuto. E non riguarda il relitto, ma chi avrebbe potuto contribuire a inchiodare le responsabilità. L’avvocato Mario Bellavista, incaricato da uno studio internazionale per difendere gli interessi dei familiari del cuoco Recaldo Thomas, uno dei sette morti, è stato revocato direttamente da un ufficio di Londra. Non difenderà più l’unica vittima formalmente costituita attraverso i propri familiari nel procedimento penale.
È un fatto che pesa. Perché Bellavista era l’unico. Non uno dei tanti: l’unico legale che rappresentava una delle parti offese indicate dalla procura di Termini Imerese. Gli altri familiari non si sono ancora costituiti. Nessuno. Né la moglie di Mike Lynch, né i parenti degli altri ospiti morti a bordo. E allora, davanti ai magistrati per queste prime fasi processuali, fra incidenti probatori e perizie, a fare da contrappeso all’esercito di avvocati schierati dagli indagati, il comandante James Cutfield, il marinaio di guardia Griffiths, l’ufficiale di macchina Eaton, c’era solo lui. Un uomo solo accanto ai pm. E forse proprio questo era il problema.
Non è stata una decisione dettata da conflitti personali, né da negligenze. Bellavista è stato rimosso perché non stava al gioco. E in questa partita, dove ci sono sette morti e un’imbarcazione di lusso affondata in sedici minuti, da quello che emerge non è la verità a contare, ma i soldi.
Dai documenti che Repubblica ha avuto modo di leggere, Bellavista non si è piegato. Fin da subito dopo aver studiato le carte e le testimonianze l’avvocato palermitano ha sposato la linea della responsabilità del comandante dell’imbarcazione, quella seguita dai pm. Ha parlato pubblicamente di manovre non eseguite, dell’ancora calata a metà, di motori mai accesi, di un comandante forse assente nel momento della bufera. Ha sollevato dubbi, chiesto accertamenti, portato il suo consulente ad analizzare documenti e controllare direttamente il relitto.
Una linea che non è piaciuta. Non era “allineata”. Né agli altri avvocati degli indagati, né — soprattutto — alla potente compagnia assicurativa che paga le spese legali degli indagati e sostiene i costi del recupero della nave (35 milioni di euro). Una compagnia che, secondo i documenti visionati, riconosce gli onorari solo a condizione che la difesa degli imputati sia compatibile con i suoi interessi. Tradotto: nessuno deve accusare il comandante e gli altri indagati dell’equipaggio. La responsabilità deve ricadere sulla società che ha costruito il Bayesian, oggi fallita. In caso contrario l’assicurazione potrebbe andare incontro a risarcimenti che variano da 400 milioni a un miliardo di euro.
In quest’ottica, la presenza di Bellavista era un fastidio. Un intralcio ad un ipotetico accordo privato. Non solo per ciò che diceva, ma per ciò che rappresentava: una parte offesa che cercava risposte. Che non voleva una transazione, ma un processo. Che non accettava l’idea che la giustizia potesse essere negoziata a Londra e liquidata — come emerge da un documento interno — entro Natale. Mentre il processo penale farà il suo corso, lento e tormentato. Loro nel frattempo si accorderanno. È solo una questione di soldi.
Così è stato rimosso. Ufficialmente, per una “divergenza di linea”. In pratica, perché non era utile al tavolo delle trattative. Ecco il punto. Le parole “transazione”, “accordo”, “intesa” risuonano ormai più spesso di “verità”, “colpa”, “processo”. Secondo fonti qualificate, l’obiettivo è chiudere tutto entro dicembre, dopo il deposito della consulenza tecnica della procura e prima dell’avvio del dibattimento. A quel punto, nessuno dei familiari si costituirà parte civile. Nessuno chiederà giustizia in aula. Perché avranno già firmato. Perché, con un assegno in tasca, la morte del loro caro non avrà più bisogno di spiegazioni. E quasi non importa se l’eventuale processo porterà ad una condanna.
Questa non è più solo una storia di mare. È una storia di business internazionale. Dove il relitto, ormai sollevato e messo in secca, è forse l’unico elemento concreto rimasto a disposizione dei magistrati. Per il resto, chi poteva parlare è stato fatto tacere. La procura di Termini Imerese, sola, va avanti. Un anno fa, sette persone sono morte.
Oggi, tutto si muove attorno a perizie, clausole assicurative, trattative private. Non ci sono più nomi, solo cifre. Le posizioni si allineano, i dossier si uniformano, le strategie si adattano. Il rischio più concreto, ormai, non è giudiziario. È che quella tragedia si trasformi in una grande operazione finanziaria. E che il mare, ancora una volta, cancelli tutto.