Aveva tentato l’impresa nel 2021, ma era dovuto tornare indietro a causa delle condizioni troppo rischiose. Ora il “cacciatore di 8mila”, come è chiamato, ce l’ha fatta. Si è spinto là dove meno di cinquanta persone al mondo sono arrivate (il primo Reinhold Messner, nel 1986). Marco Confortola, l’alpinista valtellinese di Valfurva, ha raggiunto la cima del Gasherbrum I — l’undicesima montagna più alta del pianeta — riuscendo a completare senza ossigeno la corona delle quattordici vette himalayane. Ha impiegato quasi una settimana per rientrare a piedi dal campo base. «Una lunga, lunga avventura» racconta da Skardu, in Pakistan, a oltre 2mila metri. «Non si può immaginare cosa voglia dire tornare dopo un mese e vedere la vita a colori. Perché sopra a una certa quota, arrivati al ghiacciaio del Baltoro, vedi solo bianco e nero, ghiaccio e roccia. Più scendi di quota e più c’è ossigeno, torni a vedere le piante, il verde. È fantastico».
È salito in cordata con gli Sherpa Asang Ngima e …
Aveva tentato l’impresa nel 2021, ma era dovuto tornare indietro a causa delle condizioni troppo rischiose. Ora il “cacciatore di 8mila”, come è chiamato, ce l’ha fatta. Si è spinto là dove meno di cinquanta persone al mondo sono arrivate (il primo Reinhold Messner, nel 1986). Marco Confortola, l’alpinista valtellinese di Valfurva, ha raggiunto la cima del Gasherbrum I — l’undicesima montagna più alta del pianeta — riuscendo a completare senza ossigeno la corona delle quattordici vette himalayane. Ha impiegato quasi una settimana per rientrare a piedi dal campo base. «Una lunga, lunga avventura» racconta da Skardu, in Pakistan, a oltre 2mila metri. «Non si può immaginare cosa voglia dire tornare dopo un mese e vedere la vita a colori. Perché sopra a una certa quota, arrivati al ghiacciaio del Baltoro, vedi solo bianco e nero, ghiaccio e roccia. Più scendi di quota e più c’è ossigeno, torni a vedere le piante, il verde. È fantastico».
È salito in cordata con gli Sherpa Asang Ngima e Lapka Tasi. Quanti giorni avete impiegato?
«Siamo arrivati al campo base a 5mila metri in otto giorni. Da lì è iniziata la vera scalata. Per attraversare l’ultimo tratto, siamo partiti a mezzanotte e abbiamo raggiunto la vetta intorno alle 11.30 del mattino. Poi però devi avere la forza di scendere. Molti sugli 8mila sono morti di sfinimento perché avevano dato tutto nella salita. Vanno calcolati bene i tempi e le energie a disposizione».
Nel 2008, sul K2, è stato l’unico a sopravvivere a una delle peggiori tragedie alpinistiche della storia. Un incidente dove persero la vita altri undici scalatori. In quell’occasione ha subito l’amputazione di tutte le dita dei piedi, e non solo.
«Ho perso 8 centimetri di piede per parte. Dal 43 sono arrivato ad avere il 35. Dei miei piedi non c’è quasi più niente, le mie dita non esistono più. Mi dissero che non avrei più potuto scalare quelle montagne o correre, e che avrei facilmente zoppicato. Mi viene ancora da piangere a pensare cosa ho passato. Non posso più permettermi di avere i piedi congelati. Se mi dovessero tagliare ancora un pezzo, so che non camminerei più. Quando devo prepararmi, al mattino, seguo una procedura metodica, un’ora per ogni piede. Questa volta, dopo due giorni di salita per andare al campo base mi è cresciuta una grossa vescica con dentro il sangue. Ho preso ago e filo, l’ho forata lasciando il filo all’interno, ho disinfettato il piede. E così sono andato avanti, fino in cima».
Cosa ha provato questa volta quando è arrivato in vetta?
«Mi sono girato verso il K2 e l’ho ringraziato. Ho pensato: se sono ancora qua, vivo, è perché quella montagna mi ha lasciato andare. Poi ho pianto come un bambino. Un pianto di felicità, ma anche un pianto liberatorio perché non ne potevo più. Sinceramente, sono contento di aver finito. Ho fatto 27 spedizioni per raggiungere tutte e quattordici le vette; molte sono andate male proprio a causa dei miei piedi. Se ci sono riuscito, però, è solo grazie alle persone che mi hanno aiutato ad andare avanti. Sono loro la mia forza. Dopo 21 anni di viaggi intorno al mondo, ora voglio godermi mia moglie e mio figlio».
Già in passato aveva tentato l’impresa del Gasherbrum I. E in generale, è da molti anni che cammina su quelle montagne. È cambiato qualcosa da allora?
«Sono una guida alpina da 35 anni, un mestiere romantico. Già 23 anni fa avevo dovuto aprire una via alternativa sul Gran Zebrù, le mie montagne. Sulla catena dell’Himalaya i ghiacciai stanno cambiando velocemente a causa dell’innalzamento delle temperature. La cascata di ghiaccio che porta gli alpinisti dal campo base al campo uno per il Gasherbrum I sta mutando. Non so tra 10-15 anni come si potrà passare di lì. Ci sono molti crepacci, è difficoltoso da attraversare. La nostra fortuna è stata incontrare un ragazzo italiano di un’altra spedizione con un drone. Abbiamo potuto fotografare il ghiacciaio dall’alto e godere di una visibilità differente. Oggi è quella la tecnologia che aiuta gli alpinisti a trovare la linea di salita».
Cosa farà ora, tornato a casa?
«Domani prenderò l’aereo per Islamabad, preparerò i bidoni con il materiale per il cargo e tornerò in Italia. Di solito quando rientro a casa godo di tre cose. La doccia, perché qui ti lavi una volta alla settimana con un secchiello di acqua calda. Il letto, per allungarsi dopo un mese di sacco a pelo che più stretto è, più caldo mantiene. E poi l’acqua, perché per tutto il tempo bevi acqua di fusione: acqua del ghiacciaio fatta bollire per essere sanificata, ma senza sapore. Mi farò coccolare da mia moglie con un piatto di carbonara, o di pizzoccheri, una bistecca di carne vera; anche se quando torno lei arriva spesso in aeroporto con in mano un panino con la mortadella».