Il West Nile è insidioso per i pazienti, ma anche per i medici chiamati a riconoscerlo e curarlo. Il virus che causa la febbre del Nilo Occidentale, chiamato così perché venne isolato per la prima volta nel 1937 nei pressi di un ramo del Nilo che passa in Uganda, non dà infatti segnali davvero caratteristici.
«Vediamo la febbre, più una miriade di altri sintomi aspecifici che difficilmente aiutano un medico a fare la diagnosi in tempi rapidi», conferma Federico Gobbi, direttore scientifico dell’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, in provincia di Verona, e professore associato di Malattie infettive all’università di Brescia.
Come si arriva alla diagnosi?
«È necessario un test clinico. È impossibile per un medico fare una diagnosi di West Nile solo in base ai…
Il West Nile è insidioso per i pazienti, ma anche per i medici chiamati a riconoscerlo e curarlo. Il virus che causa la febbre del Nilo Occidentale, chiamato così perché venne isolato per la prima volta nel 1937 nei pressi di un ramo del Nilo che passa in Uganda, non dà infatti segnali davvero caratteristici.
«Vediamo la febbre, più una miriade di altri sintomi aspecifici che difficilmente aiutano un medico a fare la diagnosi in tempi rapidi», conferma Federico Gobbi, direttore scientifico dell’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, in provincia di Verona, e professore associato di Malattie infettive all’università di Brescia.
Come si arriva alla diagnosi?
«È necessario un test clinico. È impossibile per un medico fare una diagnosi di West Nile solo in base ai sintomi. Per fortuna però l’infezione colpisce la maggior parte delle persone in modo silente. Qualcuno ha sintomi lievi. Una piccola minoranza viene invece colpita dalla forma grave. Si tratta in genere di persone anziane. In Veneto abbiamo avuto tantissimi casi nel 2022, anche con qualche decesso. Quest’anno i contagi sono più diffusi nel Lazio, ma per quanto riguarda i numeri complessivi, in Italia siamo in linea con gli anni passati. Il West Nile infatti si è diffuso nel nostro paese a partire dal 2008».
È una malattia che ci lascia con una sensazione di impotenza. Non sappiamo come difenderci dal contagio né come curarla.
«A livello di difesa personale possiamo solo ridurre il rischio di essere punti dalle zanzare. Non esistendo un vaccino, ci resta poco altro da fare. L’infezione è diffusa anche negli Stati Uniti e neanche loro sono stati in grado finora di realizzare un vaccino. Vari gruppi ci stanno lavorando, ma siamo ancora lontani da un risultato».
Le terapie invece?
«Non ne abbiamo di specifiche. Come il Covid, il West Nile è un’infezione virale acuta. In questi casi possiamo solo offrire terapie di supporto che aiutino il paziente a superare la malattia. Né i tempi lunghi che spesso accompagnano una diagnosi di West Nile aiutano. Anche con il Covid potevamo trarre qualche beneficio dai farmaci antivirali, ma solo somministrandoli nei primi giorni dopo l’infezione. Spesso invece i risultati dei test arrivavano quando la malattia si era già diffusa nell’organismo».
A cosa serve allora fare il test per avere una diagnosi?
«È importante per escludere altre infezioni, ma anche dopo aver dato alla malattia un nome e un cognome il senso di impotenza resta. Non abbiamo armi specifiche contro il West Nile e difficilmente credo che metteremo a punto una terapia efficace. Dovremmo concentrarci nella messa a punto di un vaccino, visto che l’infezione qui in Italia sembra intenzionata a restare».
Come mai sono gli anziani a mostrare spesso i sintomi più gravi?
«Non abbiamo spiegazioni certe. È un fenomeno comune a diverse malattie infettive. Abbiamo visto che oltre agli anziani anche le persone immunocompromesse soffrono con più frequenza dei sintomi gravi. Può darsi quindi che l’indebolimento del sistema immunitario che accompagna l’età avanzata favorisca la forma grave dell’infezione, perché il virus trova di fronte a sé delle difese meno efficienti».
Cosa si fa in questi casi?
«La forma più grave del West Nile può manifestarsi con una mengingoencefalite. Non avendo farmaci specifici per combatterla, portiamo i pazienti che ne hanno bisogno in rianimazione. Ma si tratta di casi veramente rari».