L’ultima volta che abbiamo usato la parola coprifuoco è stato durante il Covid. E anche se all’epoca si trattava di una vera emergenza, lottavamo per evitare una strage, la scelta di un termine legato alla guerra non c’era piaciuta. Oggi poi che la guerra c’è l’abbiamo intorno, siamo ancora più suscettibili. Non dovrebbe esserci bisogno, neanche metaforicamente, di indossare l’elmetto e imbracciare le armi quando dall’altra parte ci sono dei ragazzini di 14 anni che scorrazzano per le strade cavalcando monopattini. Dovremmo considerarla normale manutenzione della società, niente che abbia le caratteristiche dell’eccezionalità, tantomeno della battaglia. Ma quella dei monopattini è una nostra ossessione. Stiamo facendo di tutto per farli sparire, multe, targhe, casco, non sappiamo più quale ostacolo frapporre tra noi e quelle ruotine. Ho una modesta proposta: non sarebbe invece meglio se sparissero tutti gli altri mezzi a motore e rimanessero solo i monopattini? Persino Roma potrebbe d…
L’ultima volta che abbiamo usato la parola coprifuoco è stato durante il Covid. E anche se all’epoca si trattava di una vera emergenza, lottavamo per evitare una strage, la scelta di un termine legato alla guerra non c’era piaciuta. Oggi poi che la guerra c’è l’abbiamo intorno, siamo ancora più suscettibili. Non dovrebbe esserci bisogno, neanche metaforicamente, di indossare l’elmetto e imbracciare le armi quando dall’altra parte ci sono dei ragazzini di 14 anni che scorrazzano per le strade cavalcando monopattini. Dovremmo considerarla normale manutenzione della società, niente che abbia le caratteristiche dell’eccezionalità, tantomeno della battaglia. Ma quella dei monopattini è una nostra ossessione. Stiamo facendo di tutto per farli sparire, multe, targhe, casco, non sappiamo più quale ostacolo frapporre tra noi e quelle ruotine. Ho una modesta proposta: non sarebbe invece meglio se sparissero tutti gli altri mezzi a motore e rimanessero solo i monopattini? Persino Roma potrebbe diventare colorata e allegra come la Parigi del favoloso mondo di Amélie.
Ma lasciamo stare i monopattini, non sono loro. La colpa è di chi li guida. La colpa è dei ragazzini che sbucano dappertutto, imperversano sui marciapiedi, li mollano di traverso sulle strisce. È stata la maleducazione dei pestiferi ragazzini ad aver fatto saltare i nervi al sindaco di Praia a Mare, Antonino De Lorenzo. Il quale, con l’obiettivo di prevenire incidenti, atti vandalici e disturbo della quiete pubblica in una località turistica molto frequentata, ha appunto imposto il coprifuoco: vietato uscire dopo la mezzanotte per i minori di 14 anni, se non accompagnati. Chissà se basta un adulto qualsiasi o ne servono due, o serve addirittura che siano proprio il padre e la madre. Proprio loro, i responsabili di quella maleducazione: non siete stati capaci di educarli, adesso ve li tenete vicini, al guinzaglio. Com’è difficile la responsabilità. E com’è disperata una società che non è in grado di concedere responsabilità ai propri figli.
I ragazzi sono inquieti o sono intontiti dai telefonini. Sono teppisti o sono inerti, incapaci di leggere un libro, decifrare un articolo di giornale, investire sul proprio futuro. I ragazzi sono comunque molto diversi da come li vorremmo. Ma questa non è una novità. La novità è che stanno male. Il loro masochismo, l’angoscia, il dolore, la fragilità contro cui non riusciamo a combattere. Chiedono di essere ascoltati, e noi rispondiamo che cosa vogliono, noi eravamo costretti a cenare in un altro tavolo e scocciare gli adulti con le nostre fisime e le domande inutili era vietato.
Ma chiedere di essere ascoltati significa pretendere di essere ritenuti responsabili. Diciamo la verità: ci fidiamo di loro, pensiamo che se la caveranno? Li curiamo con la disperazione di chi teme che non ce la faranno mai, a trovare un lavoro, a vivere da soli. Siamo noi a impedire loro di diventare adulti. Stiamo facendo un guaio, perché chi non ha diritti, non ha doveri. Chi non capisce che quella città, quella piazza, quella strada sono anche sue, non se ne prende cura, li vandalizza, li usa per sfogare la rabbia. La nostra risposta a quella rabbia — che c’è, da noi meno che altrove ma comincia a esserci anche qui — è la punizione. Stiamo riempiendo le carceri minorili, grazie al decreto Caivano, e questo non è mai un buon segno. C’è una novità: perché non finiscano in galera, li chiudiamo in casa, da mezzanotte alle sette di mattina. Poco importa se è giusto o sbagliato, la domanda da farsi è se è efficace. Funziona crescere ragazzini irresponsabili e nasconderli sotto il letto se fanno guai?