Giubileo dei giovani, i ragazzi di paesi in guerra: “Qui ci sono pace e acqua. Non siamo abituati”
di Iacopo ScaramuzziVanessa nota che qui si sta “in pace, mentre la nostra gente sta sotto le bombe”. George dice che “a Roma c’è acqua dappertutto, da noi a volte manca”. Veronica la prima cosa che ha notato è che finalmente “si può dormire bene” e non svegliarsi più volte a notte per l’attacco di un drone o di un missile. Per alcuni dei ragazzi che partecipano al Giubileo dei giovani, che papa Leone conclude oggi e domani a Tor Vergata, l’allegria delle giornate romane è una parentesi in una vita segnata dalla guerra, dalle violenza o anche solo dalle difficoltà che respirano quotidianamente nei loro paesi.
Bombe a Gaza
Vanessa e George (i nomi sono di fantasia: preferiscono non fornire i loro veri nomi né farsi ritrarre in foto) sono palestinesi della città vecchia di Gerusalemme. Fanno parte di un gruppo di 25 ragazzi, a Roma sono arrivati anche altri gruppetti (due ragazzi hanno indossato la kefiah all’offertorio della messa di inaugu…
Vanessa nota che qui si sta “in pace, mentre la nostra gente sta sotto le bombe”. George dice che “a Roma c’è acqua dappertutto, da noi a volte manca”. Veronica la prima cosa che ha notato è che finalmente “si può dormire bene” e non svegliarsi più volte a notte per l’attacco di un drone o di un missile. Per alcuni dei ragazzi che partecipano al Giubileo dei giovani, che papa Leone conclude oggi e domani a Tor Vergata, l’allegria delle giornate romane è una parentesi in una vita segnata dalla guerra, dalle violenza o anche solo dalle difficoltà che respirano quotidianamente nei loro paesi.
Bombe a Gaza
Vanessa e George (i nomi sono di fantasia: preferiscono non fornire i loro veri nomi né farsi ritrarre in foto) sono palestinesi della città vecchia di Gerusalemme. Fanno parte di un gruppo di 25 ragazzi, a Roma sono arrivati anche altri gruppetti (due ragazzi hanno indossato la kefiah all’offertorio della messa di inaugurazione del Giubileo), ma dalla Cisgiordania non tutti sono riusciti ad arrivare perché non hanno fatto in tempo ad ottenere il visto. Dalla Striscia di Gaza, sigillata dall’inizio della guerra, non è arrivato nessuno. “Siamo molto felici qui a Roma perché ci sono tanti cristiani insieme che pregano Gesù, nel nostro paese non ci sono molti cristiani”, racconta George nel corso di un incontro a Santa Maria in Trastevere per il “Manifesto dei giovani cristiani d’Europa”. Mentre a Roma il Giubileo di svolge tra messe, canti e balli, in Cisgiordania i coloni ebrei assaltano i palestinesi. “Nel nostro paese non siamo al sicuro, qui ci sentiamo benedetti e al sicuro”, si limita a commentare George. E se papa Leone ha più volte fatto appello per il cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza, “dobbiamo pregare tutti per i nostri a Gaza e fermare la guerra”, chiosa Vanessa: “Noi qui viviamo in pace e la nostra gente sta sotto le bombe”.
Il sale della terra
George Jallouf, francescano, è viceparroco a Aleppo ed accompagna a Roma un gruppo di venti ragazzi siriani, rifugiati in Europa chi da soli tre mesi, chi da un anno o più. “Loro rappresentano anche gli altri che vorrebbero vivere questo momento di speranza e di gioia ma non sono potuti venire”, dice fra George in una pausa del pellegrinaggio a via della Conciliazione: “Mandiamo loro video o pubblichiamo immagini sui social per poter rimanere uniti”. A Roma, nota, “c’è acqua dappertutto, da noi a volte manca l’acqua, lo stesso per l’elettricità e tante altre cose… a volte sembra strano, da noi la normalità è diversa. Ma quel che conta di più è che qui ti senti in pace: ad Aleppo le cose vanno abbastanza bene, ma in altre zone della Siria alcuni cristiani hanno paura di mostrare la propria fede”. Il giovane francescano racconta che quando gli altri pellegrini vedono la bandiera siriana, c’è chi si sorprende: “Ah ma ci sono cristiani in Siria?”. Ammette che ci sono cristiani che vorrebbero lasciare la Siria “perché non la riconoscono più come la loro terra”, ma “c’è anche chi vuole tornare per costruire”. E, del resto, “a Antiochia c’era una comunità dei primi cristiani, a Damasco San Paolo si è convertito”, ricorda fra George, che ha trovato incoraggianti le parole di papa Leone quando ha detto che i giovani sono il “sale della terra”: “Basta mettere un po’ di sale nel piatto e diventa saporito, come cristiani siamo sale nella terra siriana, possiamo dare sapore, speranza e pace agli altri”. Oggi nel paese c’è un nuovo governo. “Il popolo ha bisogno di un lungo cammino per poter trovare la pace tramite il dialogo”, dice il francescano di Aleppo, che nei confronti del Papa ha un sogno: “Quello che mi aspetto, e che tutti i siriani si aspettano, è che possa visitarci il più presto possibile, per ricordare al mondo che in Siria ci sono i cristiani”.
“Qui riesco a dormire”
“Qui a Roma riesco a dormire”, racconta Veronica Diakovych, direttrice operative del Consiglio nazionale della gioventù ucraina, greco-cattolica, che al Giubileo partecipa insieme ad altri 200 ragazzi provenienti dall’Ucraina: “A Kiev abbiamo attacchi intensi con droni e missili, specialmente in questi ultimi mesi”, spiega. Devi svegliarti nella notte e correre nei bunker, “succede notte dopo notte, notte dopo notte: alla fine sei stanchissimo, esausto, e devi sempre trovare qualcosa che ti aiuti ad alzarti, a vivere la tua vita, ad andare avanti”. Se questo è il Giubileo della speranza, “cosa significa la speranza per noi giovani ucraini, come viviamo la speranza nella nostra realtà?”, si domanda Veronica: “La speranza è solo una idea, è una realtà?”. La ragazza ucraina, che partecipa a un incontro dell’Azione cattolica dinanzi alla Chiesa nuova di Santa Maria in Vallicella, ha il marito, così come diversi amici, nell’esercito, “e purtroppo ho amici che sono stati uccisi in guerra dai russi.
La mia esperienza della guerra è quotidiana”, dice, “la guerra è giorno dopo giorno intorno a me”. Per Veronica “questi giorni sono molto importanti: possiamo condividere la nostra esperienza con gli altri e sentiamo che non siamo soli”. E se incontrasse per le strade di Roma dei ragazzi russi? “Incontri tante persone e non sai di che nazionalità sono, se sono russi o magari italiani, a meno che non portino le loro bandiere”, risponde la giovane ucraina: “Ma se li incontrassi… sono delle persone”, si limita a dire. Veronica ricorda papa Francesco, “so che ha fatto molto per l’Ucraina”, dice, “ma personalmente avrei voluto che la sua posizione fosse più forte a favore dell’Ucraina”. Quanto a Leone, “ho buone sensazioni, vedremo, è troppo preso, ma – aggiunge – è molto importante che la prima telefonata che ha fatto è stata al nostro presidente, il suo sostegno è molto importante per noi”. La Santa Sede, dice Veronica, “può aiutarci a riportare a casa i nostri prigionieri civili e militari. Ho amici che sono da oltre tre anni in prigione in Russia, non sappiamo nemmeno se sono vivi o no”.