Linus, lei cosa pensa da appassionato e praticante della bicicletta, di questa quotidiana strage di ciclisti?
«Penso che non sia una lotta tra chi va in bici e chi va in auto: la responsabilità è tutta di chi guida. Lo dico anche da automobilista».
Siamo arrivati a 130 vittime nel 2025.
«Una cifra impressionante, inaccettabile. Troppa gente non rispetta alcuna regola, soprattutto i limiti di velocità, ma la cosa più grave è che queste regole non vengono fatte rispettare. La strada è una terra di nessuno dove continuano a morire i più deboli e indifesi».
All’estero non è così: lei come lo spiega?
«Basta recarsi in qualunque altra nazione per accorgersi che lì è come se tutto fosse rallentato: le automobili non fanno a gara per scattare più in fretta ai semafori o per il sorpasso più pericoloso. E si mantengono le distanze di sicurezza».
Oltre a incidenti e vittime, sta crescendo anche l’insofferenza verso chi pedala: perché?
«L’odio social incide anche su questo: esistono attegg…
Linus, lei cosa pensa da appassionato e praticante della bicicletta, di questa quotidiana strage di ciclisti?
«Penso che non sia una lotta tra chi va in bici e chi va in auto: la responsabilità è tutta di chi guida. Lo dico anche da automobilista».
Siamo arrivati a 130 vittime nel 2025.
«Una cifra impressionante, inaccettabile. Troppa gente non rispetta alcuna regola, soprattutto i limiti di velocità, ma la cosa più grave è che queste regole non vengono fatte rispettare. La strada è una terra di nessuno dove continuano a morire i più deboli e indifesi».
All’estero non è così: lei come lo spiega?
«Basta recarsi in qualunque altra nazione per accorgersi che lì è come se tutto fosse rallentato: le automobili non fanno a gara per scattare più in fretta ai semafori o per il sorpasso più pericoloso. E si mantengono le distanze di sicurezza».
Oltre a incidenti e vittime, sta crescendo anche l’insofferenza verso chi pedala: perché?
«L’odio social incide anche su questo: esistono atteggiamenti da ultrà da stadio contro i ciclisti. E poi, una volta in strada, ci mandano a quel paese anche se siamo disciplinatissimi».
Lei, quando pedala, si sente percepito come un nemico?
«Molto spesso sì. Un classico è alle rotonde, quando l’automobilista deve per forza sorpassare in staccata il ciclista, questo insopportabile rompiballe».
Non crede che in parte dipenda anche dai ciclisti che non rispettano le regole?
«Sì. Ma chi va in auto, al massimo può perdere un po’ di tempo, chi pedala può perdere la vita».
Ha notato un peggioramento dei costumi e dei comportamenti?
«Vado in bici da corsa regolarmente da una quindicina d’anni, e questo peggioramento l’ho notato eccome. Nelle zone più battute e trafficate, la bicicletta è ormai un rischio mortale. Anche l’educazione latita. A volte ci insultano persino i bambini, che abbassano il finestrino e ci gridano di stare a destra, istigati, penso, da padri e madri che in quel momento magari stanno smanettando sullo smartphone».
Come reagire?
«Per salvarmi la vita, cerco di tenermi alla larga. Anche oggi mi sono fatto le mie tre ore in sella, ma ormai evito il più possibile le statali. Meglio gli sterrati e i percorsi misti. Le città sono un agguato perenne anche per colpa della confusione».
Non crede all’utilità delle piste ciclabili?
«Sì, ma soltanto quando non sono finte. A volte i comuni, Milano compresa, tirano righe gialle sull’asfalto e decidono che quella è una ciclabile: non è così che funziona. Io eliminerei anche qualche semaforo: se non ci sono, all’incrocio si sta tutti più attenti».
E i limiti di velocità ai 30 all’ora nei centri abitati? Servono?
«Mi sembrano pleonastici. Provate voi ad andare a più dei 30 a Milano. Possibilmente, senza ammazzare un ciclista».