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I misteri di via Poma, il giallo perfetto anche 35 anni dopo

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Lo scrittore: “Le indagini non si sono mai fermate. Ma attenzione a fare della scienza una creatura mitologica”
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Nelle cene fra amici, o anche quando capita d’incontrare perfetti sconosciuti, c’è sempre un momento in cui il discorso cade sui ricorrenti “cold case” che animano i media del nostro Paese. Una passione nazionale che sta assumendo connotati patologici, tanto più evidenti quando si fanno passare per irrisolti casi decisi con sentenze irrevocabili.

Ci sono aspetti nobili in questo interesse — la ricerca della verità, la commozione e l’indignazione che accompagnano la memoria di vittime senza giustizia — e altri francamente discutibili: la pretesa di investigatori improvvisati di rimettere a posto i pasticci asseritamente combinati da chi faceva le indagini, l’invadenza di tante parti processuali, l’uso della cronaca nera come arma di distrazione dai grandi mali del contemporaneo, la sottile e costante delegittimazione della magistratura inquirente.

Tutti elementi che ricorrono nel caso di via Poma, alimentato dalla pietà per una ragazza innocente stroncata nel tratto più bello e de…

Nelle cene fra amici, o anche quando capita d’incontrare perfetti sconosciuti, c’è sempre un momento in cui il discorso cade sui ricorrenti “cold case” che animano i media del nostro Paese. Una passione nazionale che sta assumendo connotati patologici, tanto più evidenti quando si fanno passare per irrisolti casi decisi con sentenze irrevocabili.

Ci sono aspetti nobili in questo interesse — la ricerca della verità, la commozione e l’indignazione che accompagnano la memoria di vittime senza giustizia — e altri francamente discutibili: la pretesa di investigatori improvvisati di rimettere a posto i pasticci asseritamente combinati da chi faceva le indagini, l’invadenza di tante parti processuali, l’uso della cronaca nera come arma di distrazione dai grandi mali del contemporaneo, la sottile e costante delegittimazione della magistratura inquirente.

Tutti elementi che ricorrono nel caso di via Poma, alimentato dalla pietà per una ragazza innocente stroncata nel tratto più bello e delicato della vita e dalla caccia insistente al dettaglio morboso. Come giudice del processo d’appello, mi sento spesso chiedere: secondo te com’è andata? È vero che le indagini sono state condotte frettolosamente? Si è voluto coprire qualcuno? Se si fossero adottate le avanzate tecniche investigative delle quali oggi disponiamo, avremmo avuto informazioni più complete, utili magari a risolvere il caso?

Di recente, si è aggiunto un diverso interrogativo: se nel 1990 fosse stato in vigore il delitto di femminicidio, le cose sarebbero andate diversamente? Ad alcune di queste domande si può rispondere agevolmente, per altre non esiste, allo stato, risposta. Il femminicidio — ammesso che di femminicidio in senso tecnico si sia trattato — e la risoluzione della dinamica criminosa di quel tragico pomeriggio dell’agosto di trentacinque anni fa non hanno niente in comune. Non foss’altro perché l’uccisione di una vittima di sesso femminile con premeditazione, futili motivi o crudeltà era punita con l’ergastolo ben prima delle riforme del governo attualmente in carica.

Le indagini furono affrettate? Furono semmai animate dalla frenesia di risolvere nel più breve tempo possibile un caso che aveva turbato l’opinione pubblica. La fretta c’è sempre, in situazioni analoghe, e a volte si fa frenesia. Fu fatto tutto il possibile? È troppo facile giudicare con il senno di poi. Si effettuarono gli accertamenti che all’epoca erano ritenuti indispensabili, con tutti i limiti che il decorso del tempo avrebbe poi evidenziato.

Si coprì qualcuno? Le carte che consultammo fra il 2011 e il 2012 non contenevano nessuna traccia di depistaggio consapevole: non che l’ipotesi non fosse stata già avanzata. Ma senza alcuna base concreta, come si sarebbe potuto darle credito? C’erano punti oscuri? Non mancammo di sottolinearli, e infatti le indagini non si sono mai fermate. Su un punto tutti ovviamente concordano, oggi. La scienza forense ha fatto passi da gigante. Specie nell’esame delle tracce biologiche.

Ma attenzione a fare della scienza una creatura mitologica. Già quasi vent’anni fa si evidenziò il Dna del fidanzato sul corpetto della vittima. Un dato incontrovertibile, ma di per sé neutro. Lo scambio di fluidi fra persone che stanno insieme e si frequentano assiduamente è qualcosa di usuale, una circostanza che non desta scalpore. Altro è ritrovare tracce di un perfetto sconosciuto. La questione era, e resta: quando avviene il contatto che rilascia il Dna? E questo non lo sapevamo, e non lo sappiamo ancora, e chissà per quanto non lo sapremo.

Certo, in via Poma c’erano tracce non esaminate e andate, ahimè, distrutte. Oggi non sarebbe accaduto: la conservazione dei reperti in modo da assicurarne l’utilizzo al di fuori da contaminazioni è la religione degli odierni investigatori. Ma la scienza, di per sé, raramente “risolve il caso”. La scienza si evolve senza “scegliere” la strada da percorrere: oggi l’analisi X mi dà certezze che domani la controanalisi Y s’incaricherà di smantellare. La scienza è a disposizione dell’accusa e della difesa, si creano scuole contrapposte di pensiero, gli esperti, tutti validi, sono spesso in disaccordo, la scienza è persino indifferente rispetto alla separazione delle carriere dei magistrati. La scienza è scienza, e come tale in continua, inarrestabile evoluzione.

Via Poma ne è un esempio: sofisticate analisi attribuiscono al fidanzato il morso sul seno della vittima. Sono i suoi denti, si dice. Poi viene fuori che la scienza non si fida più del confronto dei denti (il metodo scompare pure dalle fiction) e si accerta che non c’era nemmeno il morso. Si risolverà mai il mistero di via Poma? L’unica certezza è che si deve continuare a sperare. Non deve scandalizzare il fatto che nessuno sia andato in galera: sarebbe molto peggio se dentro ci fosse finito un innocente.

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