Sempre cara mi fu la spiaggia libera, e quella siepe alla cui ombra srotolare gratuitamente il mio stuoino. Così avrebbe forse scritto Leopardi se invece che a Recanati fosse nato a Ischia, o a Finale Ligure, a San Vito Lo capo, magari ad Alghero. Perché l’umanità, com’è noto, si divide in due categorie: quella da spiaggia libera e quella da lido. Ci sono poi coloro che non amano affatto il mare, a tutte queste misteriose creature va la nostra solidale incomprensione. Io sono un tipo da spiaggia libera. Sono quella che scende al mare col telo sotto il braccio, la borraccia con l’acqua e un tramezzino, quella che cerca il cantuccio ideale in cui sdraiarsi come una rabdomante di estasi marine.
La spiaggia libera è la gratuità di un piacere a cui tutti abbiamo diritto e il felice trionfo della confusione balneare, come nelle storie estive di Paperopoli: niente file di lettini equidistanti, niente ombrelloni monocromatici, niente passerelle di legno né steccati, né cordoni, né gettoni p…
Sempre cara mi fu la spiaggia libera, e quella siepe alla cui ombra srotolare gratuitamente il mio stuoino. Così avrebbe forse scritto Leopardi se invece che a Recanati fosse nato a Ischia, o a Finale Ligure, a San Vito Lo capo, magari ad Alghero. Perché l’umanità, com’è noto, si divide in due categorie: quella da spiaggia libera e quella da lido. Ci sono poi coloro che non amano affatto il mare, a tutte queste misteriose creature va la nostra solidale incomprensione. Io sono un tipo da spiaggia libera. Sono quella che scende al mare col telo sotto il braccio, la borraccia con l’acqua e un tramezzino, quella che cerca il cantuccio ideale in cui sdraiarsi come una rabdomante di estasi marine.
La spiaggia libera è la gratuità di un piacere a cui tutti abbiamo diritto e il felice trionfo della confusione balneare, come nelle storie estive di Paperopoli: niente file di lettini equidistanti, niente ombrelloni monocromatici, niente passerelle di legno né steccati, né cordoni, né gettoni per le docce. Soltanto sabbia e mare e vento, e umani che si aggregano secondo le proprie necessità e i propri bisogni. I due solitari in fondo con le cuffiette nelle orecchie, felicemente isolati dal mondo. La famigliona che ha colonizzato un ettaro di spiaggia e che per pranzo imbandisce una mensa luculliana con posate in metallo, pesche col vino gelato nel termos custodito come il Sacro Graal, i nonni che troneggiano su sedie pieghevoli con poggiatesta reclinabili. Il gruppo di ragazzi che fanno gare di tuffi, giocano a Uno, e infine cacciano il pallone che però viene prontamente sequestrato dalla coppietta con la bimba neonata nel passeggino. La ragazza col Golden Retriever, ronfano fianco a fianco lo stesso spensierato sonno canino. Chi ha il proprio ombrellone e chi ne fa boriosamente a meno, chi sfoggia una canadese in miniatura, chi si è costruito una sorta di tenda berbera che sfida le leggi dell’antiabusivismo, in una confusione policroma e irripetibile che durerà lo spazio di una giornata e che domani si ripeterà diversa.
La spiaggia libera è per tutti, per chi ha figli, per chi ha animali, per chi è solo e preferisce il silenzio delle onde alle hit dell’estate, per chi almeno nei giorni di vacanza vuole tornare a uno stato di natura in cui le regole nascono dalla convivenza, più o meno gradevole, col vicino. Poi, all’ora del tramonto, tutto via via sparisce, e la spiaggia torna spoglia e serena. Pulita, si spera. Come se la presenza di noi umani non fosse stata che un curioso accidente posatosi sull’eternità della sabbia. E il villeggiar ci è dolce in questo mare.