✕

Milano, la vita da fantasmi di quei ragazzini abbandonati a se stessi

Un fermo immagine dei quattro ragazzini, poco più che bambini, ritenuti responsabili della morte di Cecilia De Astis, travolta con l'auto

 (ansa)

Ascolta l'audio

Il ritratto dei baby pirati della strada, che hanno investito e ucciso Cecilia De Astis. Don Paolo Steffano: “A volte riusciamo a fare dei percorsi con loro. Ma in via Selvanesco no, lì c’è il buio”
3 minuti di lettura

Questa è una storia di bambini fantasma. Ombre cresciute tra le lamiere, l’immondizia e i topi. Apparsi un giorno, come un pugno in faccia al mondo, soltanto perché hanno rubato un’auto e ucciso una donna. Nati in Italia, ma poi dimenticati. Sconosciuti alle anagrafi scolastiche, al comune, ai servizi sociali, alla sanità, alla giustizia, invisibili, negletti, reietti, come dice don Paolo Steffano, tenace e infaticabile parroco di Gratosoglio, «ultimi anche tra i rom».

Eccoli lì, nella polvere dell’accampamento di via Selvanesco, i maschi vanno e vengono, nessuno finora è scappato, ma al campo c’è lei, la chiameremo Alice, undici anni che sembrano sedici. Gonna rossa lunga e lunga coda di cavallo, è accanto alla matriarca che grida in bosniaco contro chiunque si avvicini. E quando la matriarca tira le pietre anche Alice tira pietre, bottiglie, immondizia, bastoni e insulti nella stessa lingua, ripetendo qualche frase in italiano della “nonna” tipo «vai via stronzi, non sapete che v…

Questa è una storia di bambini fantasma. Ombre cresciute tra le lamiere, l’immondizia e i topi. Apparsi un giorno, come un pugno in faccia al mondo, soltanto perché hanno rubato un’auto e ucciso una donna. Nati in Italia, ma poi dimenticati. Sconosciuti alle anagrafi scolastiche, al comune, ai servizi sociali, alla sanità, alla giustizia, invisibili, negletti, reietti, come dice don Paolo Steffano, tenace e infaticabile parroco di Gratosoglio, «ultimi anche tra i rom».

Eccoli lì, nella polvere dell’accampamento di via Selvanesco, i maschi vanno e vengono, nessuno finora è scappato, ma al campo c’è lei, la chiameremo Alice, undici anni che sembrano sedici. Gonna rossa lunga e lunga coda di cavallo, è accanto alla matriarca che grida in bosniaco contro chiunque si avvicini. E quando la matriarca tira le pietre anche Alice tira pietre, bottiglie, immondizia, bastoni e insulti nella stessa lingua, ripetendo qualche frase in italiano della “nonna” tipo «vai via stronzi, non sapete che vi faccio».

Milano, Carabinieri e Polizia Municipale all' interno del campo rom di Via Selvanesco

 

È il ritratto dell’infanzia negata Alice, nata, sembra, da queste parti, perché un certificato c’è, partorita in ospedale, ma poi desaparecida per la società. Accanto al lutto per la morte di Cecilia De Astis, è questo il lato sociale sconvolgente che racconta la vita dei quattro baby pirati della strada (undici, dodici e tredici anni) che hanno falciato via la tranquilla esistenza di una donna di settant’anni. Vuol dire che in Italia, nel 2025, esistono minori che sfuggono a ogni censimento, lasciati crescere come piante selvatiche che s’incattiviscono, vittime della cultura del “campo”, buttati assai presto nel business dei furti, di scippi, saccheggi, vandalismi.

È don Paolo Steffano che ci fa da guida tra i luoghi più estremi di questo pezzo di Milano, negli ultimi lembi di una povertà senza nome e senza identità, dove ragazzini nati in Italia sembrano non avere diritto, nemmeno, all’esistere. «Si parla di campo rom, ma quella favela di via Selvabesco è un accampamento transitorio, le famiglie vanno e vengono, sono sempre nuclei diversi, certo che li vedevamo quei gruppetti con i carrelli, ma avvicinarli è sempre stato impossibile. Ho tentato, mi urlavano contro». Aggiunge don Paolo: «Negli insediamenti autorizzati la situazione è sicuramente grave, ma almeno i bambini hanno un nome e un cognome, sono negli elenchi scolastici, non è detto che frequentino, hanno un volto e un nome. Anche lì i ragazzini guidano già a 12 anni, a volte però riusciamo con loro a fare dei percorsi, il doposcuola, gocce nel mare, ma pur sempre gocce. In via Selvanesco no, lì c’è il buio».

Perché c’è un mondo di sotto anche al di sotto degli ultimi. Senza tetto né legge. Don Paolo è affranto: «Qui siamo in un’altra dimensione, davanti a dei bambini italiani eppure fantasmi per l’Italia. E mi si stringe il cuore pensando che oggi esistono soltanto perché a causa loro è morta una donna». Una sconfitta totale delle istituzioni che brucia come il sole che arroventa l’immondizia, le plastiche che sprigionano veleni e i piedi scalzi dei piccoli del campo. Dai rigagnoli d’acqua escono nugoli di zanzare e un tanfo malsano, pericoloso. «Certo che sono molesti quei ragazzini spaccano tutto, devastano, rompono i finestrini delle auto, anche dentro l’oratorio sono riusciti a rubare. Ma potevamo intercettarli prima? Vederli? Fermarli prima che diventassero delinquenti? No, perché c’erano ma non esistevano. Fantasmi».

Sarà difficile anche per la tenacia di un prete di frontiera che crede, sempre, nella possibilità di riscatto, tenere testa a chi apertamente a Milano oggi dice «sterilizziamo le donne rom», «radiamo al suolo i campi con gli zingari dentro». Notte della ragione, già, però una donna è morta: liberi e senza alcun restringimento, affidati alle loro famiglie, resteranno in Italia i quattro ragazzini dell’auto rubata, Alice e gli altri tre?

Scuote la testa uno dei vigili da ieri chiamati a presidiare il campo. È lui che blocca la matriarca quando inizia a tirare oggetti contundenti contro chiunque superi la barriera delle due auto carbonizzate che fungono da “porta” della conca sterrata, di proprietà di un nomade bosniaco oggi in prigione a Treviso.

«Queste famiglie vanno e vengono, cambiano, le parentele si mescolano, noi conosciamo alcuni nuclei più stanziali, sappiamo che i genitori della bambina di undici anni adesso sono in Bosnia per un funerale, abbiamo visto andare via i furgoni di due famiglie con almeno quindici figli, ma questo è un campo informale, nessuno sa effettivamente chi siano e quanti siano». Appunto, gli invisibili. «Da trent’anni lavoro nei campi rom e posso dire che a Milano la situazione è migliorata, ci sono delle aree regolari, autorizzate, le persone hanno un nome e un cognome. Un anno fa da qui li avevamo sgomberati, sono tornati ed è peggio di prima».

Adesso è probabile che i servizi territoriali facciano dei sopralluoghi tra i dimenticati della favela di Selvanesco, per verificare le condizioni abitative dei minori. Ossia casupole di lamiera e vecchie roulotte. Ma il dubbio è un altro: saranno ancora qui domani e nei giorni successivi i ragazzini che hanno travolto e ucciso Cecilia De Astis? Perché chissà, con la tenacia di chi non si arrende e «cerca di asciugare il mare», usando le parole di don Paolo, magari un percorso in comunità o in affido potrebbe ancora modificare il destino di quei quattro bambini. Se, però, saranno ancora qui.

Leggi i commenti