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Mediterranea: “Segni di violenza, storie di abusi. A bordo capisci cosa significa essere medici”

Vanessa Guidi 

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L’ex primario di cardiologia all’ospedale civile di Venezia, la specializzanda in Medicina di emergenza-urgenza, l’infermiere pediatrico: chi sono i volontari a bordo della nave ong
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A BORDO DI MEDITERRANEA – “Dopo aver dedicato l’esistenza a tentare di salvare chiunque, qualsiasi tipo di essere umano, perché è quello che un medico deve fare, vedere tanto disprezzo, soprattutto istituzionale ma non solo, verso la vita è semplicemente inconcepibile”. Ex primario di cardiologia all’ospedale civile di Venezia, anni da medico volontario in Italia e all’estero alle spalle, Mimmo Risica è fra i dottori imbarcati su Mediterranea per la prima missione.

"Non dormivo più”

Non è la prima volta che sale a bordo di una nave umanitaria, già l’anno scorso era in mare con l’ong italiana. E anche quello è stato un ritorno. “Nel 2015 ero con Emergency. Abbiamo trovato una barca a doppio ponte. Sottocoperta c'erano sette persone incoscienti, tre in arresto cardiaco, quattro in arresto circolatorio. Li abbiamo rianimati sui rhib, le lance di soccorso, ma in tre non ce l’hanno fatta. Ci ho messo tre mesi per riuscire a …

A BORDO DI MEDITERRANEA – “Dopo aver dedicato l’esistenza a tentare di salvare chiunque, qualsiasi tipo di essere umano, perché è quello che un medico deve fare, vedere tanto disprezzo, soprattutto istituzionale ma non solo, verso la vita è semplicemente inconcepibile”. Ex primario di cardiologia all’ospedale civile di Venezia, anni da medico volontario in Italia e all’estero alle spalle, Mimmo Risica è fra i dottori imbarcati su Mediterranea per la prima missione.

"Non dormivo più”

Non è la prima volta che sale a bordo di una nave umanitaria, già l’anno scorso era in mare con l’ong italiana. E anche quello è stato un ritorno. “Nel 2015 ero con Emergency. Abbiamo trovato una barca a doppio ponte. Sottocoperta c'erano sette persone incoscienti, tre in arresto cardiaco, quattro in arresto circolatorio. Li abbiamo rianimati sui rhib, le lance di soccorso, ma in tre non ce l’hanno fatta. Ci ho messo tre mesi per riuscire a dormire la notte, nove anni per tornare in mare”.

"Mediterraneo svuotato per decreto”

Ma è necessario, spiega, soprattutto ora, soprattutto oggi che il Mediterraneo è svuotato per decreto, “i torturatori vengono riportati a casa” e si continua a morire a pochi chilometri dalla costa, come successo non troppi giorni fa a Lampedusa. E allora pazienza se il ferragosto si passa a bordo e anche le settimane successive e precedenti. “Tanto sono in pensione”, ironizza il dottore che a 73 anni sale sui rhib con la sicurezza dell’uomo di mare e del medico che sul confine tra la vita e la morte, dove l’asticella in un attimo può pendere da una parte o dall’altra, ci ha lavorato per una vita.

L’esperienza che diventa una tesi

Vanessa Guidi invece per anni pur di imbarcarsi da “medical” ha preso ferie. È a un passo dalla specializzazione in Medicina di emergenza-urgenza a Bologna, del soccorso in mare ne ha fatto una ragione di vita e la sua esperienza sta diventando una tesi.

Vanessa Guidi con l'attrezzare del piccolo ospedale (tre posti letto) di Mediterraneo 

Le pallottole dei libici

A trentadue anni è già una veterana. Alle spalle ha diverse missioni sulla Mare Jonio, era a bordo quando i libici hanno sparato contro le squadre di soccorso e le pallottole sono passate a pochi centimetri dal rhib. “Ero sul ponte. Avevo paura che colpissero i miei compagni, i naufraghi o persino i motori e saltassimo tutti in aria. Temevo potesse finire con un’ecatombe, ma erano opzioni logiche che valutavo. Solo alla fine della missione, quando siamo tornati in porto e tutti hanno toccato terra sani e salvi, ho realizzato davvero quello che era successo e quello che sarebbe potuto succedere”.

"Torture, violenze, abusi continuati”

Altri avrebbero mollato, lei non ci ha pensato neanche un secondo. “I corpi parlano, sai – spiega – c’è chi viene in ambulatorio solo per mostrarti le cicatrici che ha addosso. E quei segni raccontano storie orrende, inaccettabili. Di torture, violenze, abusi continuati, che diventano fratture che si saldano a casaccio, complicanze evitabili, traumi o menomazioni permanenti. “E sono solo quelle visibili”, spiega la dottoressa. “Qui capisci davvero cosa significhi essere medico. Ma la mia professione - dice - è un di più. Credo che avrei cercato di trovare il modo di stare a bordo comunque. Da qui, quello che da troppi anni succede nel Mediterraneo, sembra ancora più assurdo”.

Il piccolo ospedale di Mediterranea

Perché qui, su Mediterranea, c’è anche un piccolo ospedale con tre posti di ricovero per monitoraggio non invasivo. Non è una terapia intensiva, ma significa che si può guadagnare tempo in attesa di un’evacuazione medica, che si può intervenire su un’emergenza anche grave. Decreto Piantedosi permettendo.

"Come un’ambulanza costretta a non intervenire”

Nel mondo della flotta civile, c’è un’immagine evocata spesso per spiegare la norma che obbliga le navi di soccorso a un unico salvataggio, salvo emergenze e sempre su autorizzazione. “Tu pensa a un’ambulanza a cui viene imposto di chiedere il permesso per intervenire, sempre che qualcuno risponda, o costretta a tirare dritto nonostante sappia che vicino c’è un’emergenza. Sulla terraferma sarebbe accettabile?”.

La prima missione di Andrea, infermiere pediatrico

Disobbedire significa fermi, multe, una battaglia che dal mare, dove si lotta per salvare vite, si sposta ai tribunali, dove si combatte per tutelare le navi che permettono di farlo. Ma è trincea su cui c’è sempre qualcuno di nuovo che si schiera. Su Mediterranea si chiama Andrea, trent’anni, infermiere specializzato in pediatria, che il proprio percorso l’ha costruito con un proposito preciso. “Ho sempre voluto lavorare in ambito umanitario, ho studiato per questo”. Ed eccolo alla prima missione, che prende le misure con il mal di mare, con la “bolla esistenziale” della nave, con i tempi, i modi e il gergo del mondo Sar. Paura? “Certo, è quella che impedisce di sbagliare”.

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