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Funerali Baudo, la festa di popolo in diretta nell’eterna provincia italiana

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Ad assistere alle esequie non c’erano i fan, piuttosto un casuale campione Auditel incarnato: quello che fa o ha fatto lo share delle reti maggiori, medio, eterogeneo, generazionalmente non freschissimo. Senza pose né fanatismi
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Un funerale resta un funerale anche quando sembra o deve sembrare uno spettacolo. Fosse stato celebrato nella capitale della tv pubblica e del Paese – una chiesa come quella detta degli Artisti in piazza del Popolo – la liturgia avrebbe assunto un altro profilo. Laicizzata ad usum televisivo, resa quasi agnostica dai volti con occhiali scuri in platea e magari dalla scarsa devozione dello scomparso. Le esequie di Pippo Baudo – chiesa tardobarocca di Santa Maria della Stella, Militello in Val di Catania – non ci fosse stato il nome del presentatore in sovrimpressione, si sarebbero potute scambiare per la messa in onda di una messa qualunque: quelle che passano ancora su Rai1, Canale5, Rete4, Tv2000. I cori, il drappello di sacerdoti con la stola violetta, i carabinieri con pennacchio, le fasce tricolori, i fazzoletti al collo delle associazioni religiose, i ventagli, i fedeli “qualunque” più numerosi dei vip: la festa patronale di Paese che va su una rete nazionale, con tanto di lumina…

Un funerale resta un funerale anche quando sembra o deve sembrare uno spettacolo. Fosse stato celebrato nella capitale della tv pubblica e del Paese – una chiesa come quella detta degli Artisti in piazza del Popolo – la liturgia avrebbe assunto un altro profilo. Laicizzata ad usum televisivo, resa quasi agnostica dai volti con occhiali scuri in platea e magari dalla scarsa devozione dello scomparso. Le esequie di Pippo Baudo – chiesa tardobarocca di Santa Maria della Stella, Militello in Val di Catania – non ci fosse stato il nome del presentatore in sovrimpressione, si sarebbero potute scambiare per la messa in onda di una messa qualunque: quelle che passano ancora su Rai1, Canale5, Rete4, Tv2000. I cori, il drappello di sacerdoti con la stola violetta, i carabinieri con pennacchio, le fasce tricolori, i fazzoletti al collo delle associazioni religiose, i ventagli, i fedeli “qualunque” più numerosi dei vip: la festa patronale di Paese che va su una rete nazionale, con tanto di luminarie.

C’è qualcosa di involontariamente struggente in questo squarcio sull’eterna provincia italiana che i vip ignorano o hanno dimenticato. La Russa, la Cuccarini, Gigi D’Alessio, Al Bano, d’accordo, ma la sfilata dei noti si è esaurita nella camera ardente al Teatro delle Vittorie. Questo è un altro racconto: apritemi il collegamento con Militello, avrebbe detto Baudo, magari con la regia di Guardì. Fatemi parlare con la gente in piazza. Non è tanto il “popolo di Baudo”, come pure (con la retorica un po’ collosa di queste ore) si è detto, ma il popolo in quanto tale – se questa parola otto-novecentesca ha ancora un senso – a essersi manifestato. Non i fan: è un concetto diverso, riconducibile semmai a cantanti, attori e sportivi. Piuttosto, un casuale campione Auditel incarnato: quello che fa o ha fatto lo share delle reti maggiori, medio, eterogeneo, generazionalmente non freschissimo. Senza pose né fanatismi, poco preoccupato di apparire cool o contemporaneo: la gente che guarda la tv generalista, che ha per bussola la piazza del paese e il suono delle campane, signori e signore d’età che vanno perfino a messa. La provincia profonda, quella fissata per sempre da Fellini. Quella in cui si torna a Natale o, appunto, d’agosto. Che magone. La corista elegantissima che fa un cenno scomposto al tizio che la impalla. Il Vangelo letto con l’accento locale: l’italiano standard non esiste, non lo parla nessuno. Lo parlavano i presentatori come Baudo. Così, andandosene per sempre, e sapendo bene che la gloria esiste solo al presente, ha chiesto ai cameraman di girare la telecamera. E, finalmente, di inquadrare il pubblico.

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