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Il sindaco di Amatrice: “Per noi il momento più duro, la gente crede non valga più la pena restare”

Il terremoto del 24 agosto 2016 ad Amatrice ha fatto 237 vittime 

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Giorgio Cortellesi e le celebrazioni a nove anni dal terremoto: “Nessuna funzione pubblica, evitiamo le passerelle”. Il paese è frammentato: “Non si partecipa più alla vita pubblica”
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ROMA – “Lo sa che dei 2.300 residenti ufficiali, sono rimasti a vivere ad Amatrice e nelle sue frazioni solo in 1.200? E duecento di questi sono seguiti dai servizi sociali?”.

Il sindaco Giorgio Cortellesi, Fratelli d’Italia, al quarto anno di mandato, ha chiuso le porte alle autorità, e alla politica, per le celebrazioni del nono anno dal terremoto di Amatrice. Il ricordo delle sue 237 vittime.

Perché sindaco?

"Perché le cose vanno male, e dovevamo farlo sapere al Paese. I cittadini di Amatrice, poi, non sopportano più le passerelle. Chi vuol venire, lo faccia privatamente”.

Ci spieghi.

"Da nove stagioni nel nostro Paese, che in estate arrivava a contenere cinquantamila presenze, non c’è una piazza. Le persone non sanno dove incontrarsi e, via via, si sono isolate. Oggi vivono frammentate in 52 piccole comunità Sae, gli alloggi temporanei”.

Come è il quotidiano ad Amatrice?

“Si esce solo per fare la spesa e poi si rientra a casa, nella casetta prefabbricata. Gli abitanti non partecip…

ROMA – “Lo sa che dei 2.300 residenti ufficiali, sono rimasti a vivere ad Amatrice e nelle sue frazioni solo in 1.200? E duecento di questi sono seguiti dai servizi sociali?”.

Il sindaco Giorgio Cortellesi, Fratelli d’Italia, al quarto anno di mandato, ha chiuso le porte alle autorità, e alla politica, per le celebrazioni del nono anno dal terremoto di Amatrice. Il ricordo delle sue 237 vittime.

Perché sindaco?

"Perché le cose vanno male, e dovevamo farlo sapere al Paese. I cittadini di Amatrice, poi, non sopportano più le passerelle. Chi vuol venire, lo faccia privatamente”.

Ci spieghi.

"Da nove stagioni nel nostro Paese, che in estate arrivava a contenere cinquantamila presenze, non c’è una piazza. Le persone non sanno dove incontrarsi e, via via, si sono isolate. Oggi vivono frammentate in 52 piccole comunità Sae, gli alloggi temporanei”.

Come è il quotidiano ad Amatrice?

“Si esce solo per fare la spesa e poi si rientra a casa, nella casetta prefabbricata. Gli abitanti non partecipano alla vita pubblica”.

Dopo nove anni, il terremoto è diventato solitudine.

“È il momento più difficile. C’è stato il sisma, la paura e il dolore acuto. Poi il caos, la solidarietà mondiale, quindi la lenta, estenuante ricostruzione. Oggi è la fase della consapevolezza: la realtà stenta a tornare normale e si capisce che ci vorranno ancora tanti anni. Questa consapevolezza fa danni. Molti si chiedono: conviene davvero restare qui?”.

Conviene, sindaco?

“Voglio convincere i miei cittadini che sì, è utile restare, per loro, per la comunità. In questi quattro anni da sindaco ho capito che troppi aiuti non aiutano, diverse persone si sono adagiate sui sussidi. C’è una parte di Amatrice che vive da terremotata strutturale, continua a chiedere cose che in un Paese normale non si chiedono. Noi italiani siamo i primi al mondo negli aiuti immediati, carenti nella fase successiva”.

ll sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi 

Nove anni di cantieri. Quanti se ne sono persi, secondo lei?

"La normativa sull’intervento ci ha impiegato tre anni a consolidarsi, poi sono arrivate le due stagioni del Covid. Gli incentivi fiscali del 110 per cento nel resto del Paese, qui hanno fatto fuggire le imprese e lievitare i prezzi. Altri due anni sprecati. Non sarebbe giusto, però, fare una somma algebrica”.

Oggi cosa manca alla ricostruzione?

"Una visione temporanea. La pianificazione del temporaneo, di ciò che non sarà definitivo, ma durerà ancora diverse stagioni. La visione è mancata fin dall’inizio. Dove c’era uno spazio libero, si metteva qualcosa, una struttura pubblica”.

Un esempio?

“La scuola è in un posto sbagliato. Quella iniziale, costruita in tredici giorni dalla Protezione civile del Trentino, fu un miracolo. La seconda, più arretrata, nella frazione San Cipriano, oggi è un disastro. È arrivata dopo un anno è mezzo, è costata 6 milioni di euro, ma ha difetti enormi. Ha i tetti piani, un errore in montagna. Non si riesce a coibentare, non si riesce a riparare, si staccano le mostre. È stata costruita su complessi lontani tra loro e per andare in palestra i bambini devono percorrere 500 metri all’aperto. È una struttura ultra moderna con costi di gestione insostenibili per un piccolo comune”.

I centri commerciali?

"Un secondo errore è stato ricostruire i ristoranti separatamente dai negozi, i primi sono meta di turismo, i secondi non vedono quasi nessuno. Il centro commerciale ‘Il corso’ è un carcere su due piani, buio, senza possibilità di mostrare la merce. Dobbiamo lavorare per riparare gli errori fatti in passato”.

L’area food lavora.

"È l’unica progettazione riuscita. Ora tre locali sono stati liberati, questi ristoratori sono tornati nelle sedi originarie. In uno ho fatto arrivare un restauratore di opere d’arte, prima era collocato lontano”.

Anche in centro storico i progressi restano lenti.

"La strada temporanea passa sopra le case, sto cercando di realizzare un by pass e spero che a settembre sia pronto. Gli scavi hanno fatto emergere le mura antiche del municipio, quattro pietre, non di più. La sovrintendenza ci ha bloccati. In centro storico erano stati pensati quattro musei, ma non avremmo mai potuto mantenerli: abbiamo rivisto il progetto. Ecco, piani realizzati in fretta e furia per far vedere che si faceva qualcosa”.

I dati del cratere del terremoto dicono che il 44 per cento delle case private non ha conosciuto l’avvio dei lavori.

"È il dramma della ricostruzione, per diversi motivi le domande non vengono presentate dai proprietari. Non si può lasciare la progettazione privata in mano ai privati: tutti scelgono gli stessi progettisti e le stesse imprese, così gli studi si intasano. Gli aggregati su cui si lavora sono grandi condomini e, quindi, conoscono molti veti e molte liti sulla loro ricostruzione. Un altro motivo che ferma i lavori. Lo Stato dovrebbe avere tutto in mano. E seguire una normativa unica. Tre terremoti, L’Aquila, Amatrice ed Emilia, e tre leggi diverse”.

Diceva, la fuga della popolazione. Per andare dove?

“A Roma, soprattutto a Roma”.

Lei ha allontanato dieci famiglie dalle Sae, le case temporanee. E ha revocato quaranta assegnazioni.

"Per ora ne ho sfrattate tre, con le forze dell’ordine. Un beneficiario si era venduto la casa ricostruita, altri due non volevano tornare in affitto. Volevo dare un segnale: bisogna tornare alla normalità e rispettare le regole. La Sae è una baracca travestita da abitazione. Dobbiamo cercare di combattere abitudini sbagliate che in questi nove anni si sono stratificate. Bisogna tornare a costruirsi una famiglia in una casa vera”.

Il messaggio “le cose vanno male” domenica 24 arriverà. È diretto innanzitutto alla politica, s’immagina.

“Non posso dire che questo governo stia sbagliando, e così non posso avanzare critiche al commissario Guido Castelli. Il cambiamento c’è stato, ma per vederne gli effetti servono anni”.

E quindi di chi è la colpa dei ritardi, del precedente commissario Giuseppe Legnini?

“No, con Legnini era iniziato un cambiamento importante”.

Quali saranno le prossime opere finite ad Amatrice?

"Ne sono partite molte: il viadotto che aggira il centro, 60 milioni d’appalto con Toto costruzioni. Il municipio, la chiesa di San Francesco. La ricostruzione pubblica si sta muovendo”.

Quella privata, invece?

"Rischiamo di avere case finite senza persone che le andranno ad abitare. Le imprese che iniziano i lavori e non li finiscono devono essere cancellate dall’albo”.

Uno dei motivi dei ritardi, si cita sempre, è la grandezza del cratere: 8.000 chilometri quadrati.

“E adesso la Zona franca urbana sarà allargata a tutta l’area. Ma anche questo è un errore. Ci sono comuni, come Ascoli e Rieti, che dal terremoto hanno avuto vantaggi. Altri municipi, e sono dieci, compreso il nostro, invece hanno conosciuto danni enormi. Si riconoscono facilmente, quest’ultimi: hanno tutte le reti infrastrutturali, fogne, acqua, gas, da rifare. Ecco, per questi dieci comuni ora serve un’attenzione speciale”.

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