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Mediterranea, braccio di ferro con il Viminale: “Niente Genova, puntiamo la prua verso Trapani”

Il comandante Paval Botica e il capomissione Beppe Caccia in riunione con l’equipaggio © Alessia Candito 

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La decisione presa dal comandante Paval Botica e dal capomissione Beppe Caccia: “Disobbediamo a un ordine ingiusto e disumano per rispettare la Costituzione”
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Seicentonovanta miglia dal luogo del soccorso, 450 dal punto in cui adesso si trova la nave di Mediterranea, che ha la Sicilia e i suoi porti a una manciata di ore, e invece deve viaggiare per altri tre giorni prima di attraccare. Insiste il Viminale. Nonostante i report medici che attestano le precarie condizioni dei dieci ragazzi letteralmente estratti dall’acqua nella notte fra mercoledì e giovedì, per il ministero dell’Interno non esiste luogo che possa accoglierli più vicino di Genova. Ma Mediterranea non ci sta, disobbedisce e fa rotta verso Trapani.

A deciderlo è stato il comandante, che all’equipaggio radunato in coperta ha spiegato in modo chiaro la situazione: “Le condizioni per arrivare in sicurezza a Genova non ci sono. Non sarei un professionista se mettessi a rischio la vita e la salute dei naufraghi e dell’equipaggio per rispettare le indicazioni ricevute”. Alle 16 dalla nave è partita la comunicazione ufficiale, la old red lady ha virato e messo la prua verso la Sicili…

Seicentonovanta miglia dal luogo del soccorso, 450 dal punto in cui adesso si trova la nave di Mediterranea, che ha la Sicilia e i suoi porti a una manciata di ore, e invece deve viaggiare per altri tre giorni prima di attraccare. Insiste il Viminale. Nonostante i report medici che attestano le precarie condizioni dei dieci ragazzi letteralmente estratti dall’acqua nella notte fra mercoledì e giovedì, per il ministero dell’Interno non esiste luogo che possa accoglierli più vicino di Genova. Ma Mediterranea non ci sta, disobbedisce e fa rotta verso Trapani.

A deciderlo è stato il comandante, che all’equipaggio radunato in coperta ha spiegato in modo chiaro la situazione: “Le condizioni per arrivare in sicurezza a Genova non ci sono. Non sarei un professionista se mettessi a rischio la vita e la salute dei naufraghi e dell’equipaggio per rispettare le indicazioni ricevute”. Alle 16 dalla nave è partita la comunicazione ufficiale, la old red lady ha virato e messo la prua verso la Sicilia e fra quattro ore dovrebbe arrivare davanti al porto trapanese. Non si tratta di un capriccio o di un abuso, ma di obblighi e facoltà che derivano dal diritto marittimo internazionale.

A confermarlo è stata anche la Germania, che è Stato di bandiera di Mediterranea, dunque primo interlocutore necessario. La nuova nave dell’omonima ong ha un certificato del Rina, ente internazionale che si occupa della classificazione navale, che impone lo sbarco delle persone soccorse entro 200 miglia nautiche dal luogo dell'operazione di salvataggio in mare. Se oggi il comandante decidesse di ignorarlo e proseguire fino a Genova, la responsabilità di qualsiasi evento a bordo ricadrebbe su di lui.

Paval Botica è capitano di lungo corso. Venticinque anni al comando di mercantili sulle rotte internazionali; cinque al timone delle navi di soccorso della flotta civile. Sa quanto fragili siano i naufraghi e sa che ogni giorno passato in mare in più è un rischio. Con il capomissione Beppe Caccia ha ragionato a lungo, valutato situazione e rischi, anche legali. Insieme hanno corretto la rotta e puntato la prua verso Trapani. “Disobbediamo a un ordine ingiusto e disumano per rispettare la Costituzione. Ci assumiamo la responsabilità di questa scelta perché la nostra prima e unica preoccupazione sono le condizioni delle persone a bordo. Non possiamo tollerare giochetti politici sulla pelle di dieci ragazzi che stanno male e devono essere curati. Che il governo se la prenda con noi, non con i naufraghi superstiti”, dichiara Caccia. “Disobbediamo a un ordine ingiusto e inumano del Ministero dell’Interno. Ma così facendo obbediamo al diritto marittimo, alla Costituzione italiana e alle leggi dell’umanità”.

"Inumano e inaccettabile”

La prassi dell’assegnazione di porti lontani, che ha accompagnato con la sua scorta di circolari l’entrata in vigore del decreto Piantedosi, sulla carta sarebbe legata alla necessità di non congestionare gli scali siciliani e in generale del Sud. Ma a bordo di Mediterranea ci sono dieci ragazzini, fra cui tre che a stento possono essere definiti adolescenti, lanciati tre giorni fa in mare dai due uomini che li avevano costretti a salire a bordo di un motoscafo militare, minacciandoli anche con le pistole.

Scaraventati nel buio del mare

In salvo solo perché, dalla nave, la ong aveva già calato i rhib e i team di soccorso, nonostante il buio pesto, erano riusciti a individuarli tutti e portarli in salvo. Quella notte c’erano onde alte un metro e mezzo, mentre oggi si è arrivati a oltre due metri. E per chi meno di due giorni fa ha pensato di morire lì in mezzo, è un trauma che si aggiunge a quello precedente. Perché anche se Mediterranea è grande e sicura, il mare si fa sentire, prende allo stomaco, alla gola, ricorda i momenti in cui sembrava una tomba. Pochissimi dei sopravvissuti questa mattina sono usciti dagli shelter in cui vengono ospitati; i pochi che lo hanno fatto sono rimasti raggomitolati sul ponte avvolti nelle coperte.

“Un passato di torture e violenze”

“Per quello che hanno vissuto in mare e a cui noi abbiamo assistito, sono tutti da considerare vulnerabili per il trauma che hanno vissuto secondo le linee guida stabilite peraltro dal ministero dell’Interno”, spiega la responsabile del team medico-sanitario, la dottoressa Vanessa Guidi. “Dalle visite emerge un passato di torture, violenze fisiche e psicologiche, che impongono una presa in carico a terra il più rapidamente possibile, anche perché presentano quadri evolutivi chiari”. Traduzione? “Si sta mettendo a rischio la vita e la salute fisica e psicologica, presente e futura, delle persone”.

“Dovete andare a Genova”

Della stessa opinione è il Cirm, centro internazionale radio medico, che è stato consultato su indicazione del Mrcc di Roma, il centro di coordinamento e soccorso responsabile delle operazioni di soccorso in mare nelle acque italiane. Con una comunicazione inviata ieri a tutte le autorità competenti ha sottolineato la necessità di far sbarcare le persone a bordo il prima possibile. Un’ulteriore verifica è stata fatta dai medici dell’Usmaf, accompagnati a bordo da una motovedetta della Guardia Costiera all’altezza di Lampedusa e andati via senza pronunciarsi dopo un breve colloquio con i medici e un’occhiata ai certificati. Quale sia l’esito della loro valutazione non è dato sapere, a quasi ventiquattro ore da loro non è arrivata alcuna comunicazione formale. Solo Mrcc si è manifestata in piena notte per ribadire: “Dovete andare a Genova”. Da allora, solo silenzio. All’email con cui Mediterranea in mattinata ha chiesto nuovamente un porto più vicino, allegando la certificazione Rina, nessuno ha risposta. “Ma non sono le questioni tecniche il punto cruciale – spiegano da bordo – Non ha senso infliggere ulteriori, inutili sofferenze a persone già in grave stato di stress psicofisico che potrebbero facilmente toccare terra nel giro di poche ore. Devono sbarcare ora”.

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