Violenze e condanne: i fascisti del terzo millennio cresciuti nell’illegalità
di Viola Giannoli , Andrea OssinoNon c’è solo l’occupazione abusiva, il danno alle casse dello Stato, la selva di braccia tese. Sul tetto di CasaPound è piovuta una pioggia d’accuse, processi, condanne per violenze, apologia di fascismo, ricostituzione del partito mussoliniano. A caldo, dopo i sigilli al Leoncavallo, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, un passato in Meridiano Zero, gruppo neofascista piuttosto attivo degli anni ‘90, ha affermato: «Nella misura in cui si allinea a dei criteri di legalità CasaPound non va sgomberata».
Ma quali criteri? E quale misura? A ficcare il naso nello stabile di via Napoleone III a Roma, occupato dai sedicenti “fascisti del terzo millennio”, a scorrere il curriculum dei suoi leader, esce un racconto che va ben oltre il “movimento politico”. O quella narrazione, tutta interna alle Tartarughe, che fa dell’occupazione un «immobile sottratto al degrado e alla speculazione», in cui «venti famiglie italiane in emergenza abitativa hanno trovato casa».
Non c’è solo l’occupazione abusiva, il danno alle casse dello Stato, la selva di braccia tese. Sul tetto di CasaPound è piovuta una pioggia d’accuse, processi, condanne per violenze, apologia di fascismo, ricostituzione del partito mussoliniano. A caldo, dopo i sigilli al Leoncavallo, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, un passato in Meridiano Zero, gruppo neofascista piuttosto attivo degli anni ‘90, ha affermato: «Nella misura in cui si allinea a dei criteri di legalità CasaPound non va sgomberata».
Ma quali criteri? E quale misura? A ficcare il naso nello stabile di via Napoleone III a Roma, occupato dai sedicenti “fascisti del terzo millennio”, a scorrere il curriculum dei suoi leader, esce un racconto che va ben oltre il “movimento politico”. O quella narrazione, tutta interna alle Tartarughe, che fa dell’occupazione un «immobile sottratto al degrado e alla speculazione», in cui «venti famiglie italiane in emergenza abitativa hanno trovato casa».
L’ultima tappa della biografia di Cpi è a Bari, dove un processo si avvia a conclusione. I 17 imputati sono alla sbarra per una lunga sequenza di lesioni e per «ricostituzione del disciolto partito fascista». Vietato, secondo criteri di legalità, dalla Costituzione. Tanto che la sede del circolo Kraken, allora quartier generale locale pieno di bandiere col fascio littorio e busti del Duce, fu chiusa e mai più riaperta. La procura ha chiesto a giugno condanne da otto mesi a due anni di carcere. Altri 9 militanti sono già stati spediti a lavori socialmente utili, uno assolto con rito abbreviato. Quell’assalto a un gruppetto di manifestanti antifascisti che abbandonava un presidio contro Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, è stata classificato dal procuratore Roberto Rossi così: «Violenza come strumento di lotta politica, tipica dello squadrismo».
Non c’è violenza, c’è tutto il resto, a Roma, gennaio 2024, quando la procura di Roma chiede il rinvio a giudizio per 31 militanti. Come i loro sodali baresi, sono accusati di aver violato le leggi Mancino e Scelba, di voler ricreare il partito fascista, di incitare all’odio, alla discriminazione razziale, etnica e religiosa. Il teatro è la sede di Acca Larentia, con il suo annuale rituale paramilitare di braccia tese, il “presente” urlato in coro per commemorare due militanti del Fronte della Gioventù, uccisi in un agguato politico nel ’78.
Poi ci sono i pestaggi, gli scontri, i raid. Da Sud a Nord. Luglio scorso, Verona: 24 militanti di Cpi vengono condannati a 300 ore di volontariato per spedizioni punitive contro i tifosi del Marocco che nel 2022 festeggiavano per i Mondiali in Qatar. Due anni prima, a Trastevere, Roma, le vittime sono due ragazzi con la maglietta del Cinema America. Gli aggressori: militanti di CasaPound e del Blocco studentesco, volto giovanile dell’estremismo nero. La sentenza ha fissato i nomi e le responsabilità: quattro condanne, un’assoluzione. A giugno 2024 sono ragazzini della Rete degli studenti medi a finire sotto i calci a Colle Oppio, prima casa romana dell’Msi, dove ha studiato pure Giorgia Meloni. E ancora, gennaio 2023, Casal Bertone, sempre Roma: il tentato sgombero del Circolo futurista si trasforma in battaglia. Volti coperti, auto della polizia alle fiamme, strade devastate. Qualche settimana fa la condanna: Gianluca Iannone, Luca Masella, vertici romani dell’organizzazione nera, e altri militanti sconteranno un anno di carcere.
Nell’affresco emergono i legami con le curve. Giugno 2020, Circo Massimo: una piazza s’infiamma sotto la sigla “Ragazzi d’Italia”, contenitore delle destre più radicali. Nelle carte giudiziarie è scritto con chiarezza: l’alleanza tra tifoserie oltranziste e militanti neofascisti. Sette condanne, diciannove anni di carcere in totale, militanti di CasaPound inclusi. Ancora prima arrivano le sentenze per le rivolte anti-migranti nelle periferie, i pestaggi all’urlo di “Uccidiamo i comunisti”, i calci a terra pure ai cronisti, come Andrea Joly della Stampa nel luglio del 2024.
Il movimento, che dal 2019, dopo il flop dello 0,33% alle Europee, si è disciolto come partito, vanta circoli, librerie, sezioni, pub, un giornale online, affari con i cugini nazionalisti francesi, marchi d’abbigliamento, trattorie, barber shop. Un’ottantina di cellule con un epicentro: via Napoleone III. Una ferita aperta da ventidue anni. Là dove sventola il tricolore e la parola d’ordine è “remigrazione”, rimpatrio forzoso dei migranti. È il 17 dicembre 2003 quando i neofascisti entrano nel palazzo del Demanio destinato al ministero dell’Istruzione. Non lo fanno per dare un tetto a famiglie in difficoltà. Lì instaurano il presidio politico dove ci si saluta stringendosi l’avambraccio. Lo scrivono i giudici nelle motivazioni depositate nel novembre 2023 della sentenza di condanna per quell’occupazione. In primo grado vengono condannati a due anni e due mesi dieci militanti, compresi i leader Simone Di Stefano (poi fuoriuscito da Cpi) e Gianluca Iannone.
I sei piani del palazzo sono ancora nelle loro mani. Un fortino. Quando la Guardia di Finanza, nel 2018, tenta un blitz, la minaccia da dentro è netta: «Se entrate, sarà un bagno di sangue». Da allora, nessuno ci ha più provato. Danno erariale stimato: 5 milioni di euro. Già anni fa i giudici contabili parlarono, alle istituzioni, di «pachidermica inerzia nel ripristino della legalità violata». Quella che qualcuno non vuole vedere. «E comunque CasaPound — dichiara la segretaria di Possibile, Francesca Druetti, guardando al Leoncavallo — va sgomberata perché è un’organizzazione fascista, non perché è un’occupazione illegale».