Il primo a sbarcare è Asir. I passi sono quelli timidi di chi ha passato troppo tempo in mare, poi scende veloce la scaletta. Lo seguono gli altri, straniti forse dalle tante divise, mentre l’equipaggio li saluta: “Benvenuti in Europa”. Yousf, uno dei più fragili, appena tocca terra si accascia. L’ambulanza tarda, dalla nave scendono i medici di bordo, mentre il reparto mobile arriva in banchina per scortare gli altri nove ragazzini fino alle tende delle visite mediche.
Dopo giorni di braccio di ferro con il Viminale, che fino all’ultimo ha insistito nell’indicare Genova come unico porto sicuro disponibile, i dieci naufraghi salvati da Mediterranea sbarcano a Trapani. A quell’ordine, la nuova nave dell’omonima ong italiana ha disobbedito. «Ci assumiamo la responsabilità della decisione», ha detto il capomissione Beppe Caccia, quando attorno alle 16 di ieri, insieme al comandante Pavel Botica ha deciso di fare rotta verso la Sicilia. «Non possiamo tollerare giochetti politici sulla pelle di dieci ragazzi che stanno male e devono essere curati. Abbiamo disobbedito a un ordine ingiusto e inumano – ribadisce poi Caccia, mentre i ragazzi toccano finalmente terra – perché crediamo nel diritto marittimo, nella Costituzione italiana e nelle leggi dell’umanità».
È la prima volta che succede da quando il decreto Piantedosi è entrato in vigore e le navi ong sono state costrette a continui, inutili viaggi per raggiungere i porti assegnati. In due anni, hanno fatto quasi sette volte e mezzo il giro del mondo. «E non è più tollerabile», sottolinea Caccia.
Fino all’ultimo, i dieci naufraghi a bordo hanno stentato a credere di poter toccare finalmente terra. Arrossata dal tramonto, la costa si vedeva all’orizzonte. I volontari già da ore, avevano spiegato a tutti: «Sì, è finita, siamo arrivati». Ma per giorni sono stati costretti a guardare le onde che nella notte fra mercoledì e giovedì li stava divorando.
Sono stati salvati in acque internazionali davanti alla Libia, i team di soccorso li hanno letteralmente tirati fuori dall’acqua, dove due uomini li hanno scaraventati per poi fuggire via su un motoscafo militare. «Altri quattro non ce l’hanno fatta», hanno raccontato nei giorni successivi, quando hanno iniziato a capire di essere in salvo e hanno iniziato a parlare. Delle torture subite. Dei lager e dei lavori forzati. Dello stanzone sovraffollato e sporco in cui per giorni sono stati chiusi senza bere, né mangiare, prima di essere bendati, portati sulla spiaggia e costretti a salire sul motoscafo sotto minaccia delle pistole.
Traumi di cui portano i segni sulla pelle, segni di frustate, escoriazioni, profili scomposti di vecchie fratture. «Secondo le linee guida stabilite dal Viminale, erano tutti soggetti vulnerabili», spiega la dottoressa Vanessa Guidi. «Dovevano sbarcare al più presto». Anche il Cirm, centro internazionale radio medico, consultato su indicazione del centro di coordinamento e soccorso di Roma, lo ha confermato. Ma il Viminale è rimasto sordo, ha continuato a insistere: «Andate a Genova». E il comandante Botica, insieme al capomissione, ha deciso di puntare i piedi.
Mediterranea ha un certificato del Rina, ente internazionale che si occupa della classificazione navale, che impone lo sbarco delle persone soccorse entro 200 miglia nautiche dal luogo dell’operazione di salvataggio in mare. Navigare oltre, significa assumersi la responsabilità di qualunque cosa succeda. «Le condizioni di sicurezza non ci sono», ha stabilito il comandante. E ha fatto rotta su Trapani. Ma molto probabilmente la battaglia tracimerà in tribunale. Sulla lavagna sul ponte è rimasto un messaggio: “Grazie a tutto l’equipaggio per avermi salvato da morte certa”. E per tutti a bordo questo val bene anche un processo.