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Da Blue Whale a Blackout, perché le sfide online sono ormai virali: “Creano falso senso di comunità”

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Intervista al professore della Statale di Milano Alessandro Gandini: “Impariamo a pensare i social media come spazi sociali. È necessario educare all’interazione digitale”
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C’è un segmento del mondo digitale facilmente accessibile ma difficile da comprendere, capace di scavare nelle logiche degli algoritmi meglio di qualunque altra forma di intrattenimento. Sono le challenge (sfide) dei social media, prove di abilità o competizioni anche pericolose che invitano giovani utenti a filmarsi durante l’atto e a condividere il video online, in un vortice di emulazione senza fine.

Dopo la notizia della morte di un ragazzo di 27 anni davanti al computer lasciato in stand by con indosso una maschera antigas, avvenuta ieri mattina a Roseto degli Abruzzi, in provincia di Teramo, il tema è ricomparso. Non è dato sapere per ora la motivazione che ha spinto il ragazzo a compiere quel gesto, ma resta il sospetto che possa aver deciso di partecipare a una delle sfide online ancora attive sui social media.

C’è un segmento del mondo digitale facilmente accessibile ma difficile da comprendere, capace di scavare nelle logiche degli algoritmi meglio di qualunque altra forma di intrattenimento. Sono le challenge (sfide) dei social media, prove di abilità o competizioni anche pericolose che invitano giovani utenti a filmarsi durante l’atto e a condividere il video online, in un vortice di emulazione senza fine.

Dopo la notizia della morte di un ragazzo di 27 anni davanti al computer lasciato in stand by con indosso una maschera antigas, avvenuta ieri mattina a Roseto degli Abruzzi, in provincia di Teramo, il tema è ricomparso. Non è dato sapere per ora la motivazione che ha spinto il ragazzo a compiere quel gesto, ma resta il sospetto che possa aver deciso di partecipare a una delle sfide online ancora attive sui social media.

Alessandro Gandini, professore associato di sociologia culturale all’Università Statale di Milano, prova a delineare i contorni di un realtà sempre più in bilico tra online e offline. «Da ormai due decenni approcciamo questi strumenti in termini editoriali, che ovviamente è anche il modo in cui fa più notizia: da Cambridge Analytica alle prime elezioni di Trump, dalla Brexit alle fake news. Li si pensa troppo come media e troppo poco come spazi sociali. Ma queste piattaforme sono infrastrutture tecnologiche che fanno molte cose».

Parlando di challenge, a quali piattaforme si riferisce?

«In Italia quella più usata è sicuramente TikTok. Poi ci sono quelle legate ai contenuti live come Twitch, che anche per i creator sono rischiose; penso al caso dello streamer morto dopo dodici giorni consecutivi in diretta in cui ha subito violenze e umiliazioni da parte di altri. Sono fenomeni (questo e le challenge, ndr) secondo me vicini tra loro, pur essendo diversi nella loro natura. Ma se dovessi isolare uno spazio, sicuramente parlerei di TikTok. È quello che al momento assume una rapidità e pervasività radicale. Sono piattaforme con flussi di comunicazione rapidi, capaci di generare un vero e proprio contesto sociale, con processi emulativi e contagiosi molto forti. Il rischio è quello di non riuscire a capire quello che si sta facendo e le conseguenze che i propri gesti possano avere».

Quali sono le sfide virali più comuni?

«Quelle che mi vengono in mente sono la Blue Whale Challenge (pratica di suggestione che spinge l’utente a compiere azioni sempre più pericolose fino a mettere a repentaglio la propria vita, ndr) o la Blackout Challenge (rimanere il più a lungo possibile senza ossigeno, ndr). Ma ce ne sono anche altre, potenzialmente altrettanto pericolose, legate per esempio ai disturbi alimentari: mangiare o non mangiare alcuni cibi per raggiungere un determinato obiettivo. O quelle legate al mondo del beauty (della bellezza)».

Perché queste pratiche accolgono così tanto consenso tra i giovani?

«Il principio della challenge è quello della viralità del contagio, del riprodurre una pratica per sentirsi parte di un gruppo, di un pubblico; anche se non necessariamente di una comunità, perché magari non c’è condivisione di valori. È questo che dà forma al riconoscimento sociale. In più, la challenge diventa monetizzabile nel momento in cui c’è un riscontro corporeo visibile: non è qualcosa che può semplicemente essere raccontato a parole, devi mostrare la conseguenza visibile della tua azione. Funziona se in qualche modo documenti un passaggio di stato nel corso del tempo. Devi far vedere che sei dall’altra parte dell’equazione».

Qual è il ruolo della piattaforma in questo?

«Si deve parlare di responsabilità rispetto ai contenuti pubblicati. Che non significa finire in un regime di censura, ma semplicemente capire che le piattaforme non sono neutrali. Il problema della neutralità è anche culturale, spesso sono gli utenti a pensare che le piattaforme lo siano. Il punto è non ragionare in termini binari: permettere o bloccare, censurare o non censurare, moderare o non moderare. Le piattaforme devono essere responsabilizzate a dare un contesto dove non c’è, a trovare soluzioni che agiscano contro la logica di profitto. Un esperimento che andava in quella direzione erano le community notes (uno spazio di fact-checking “comunitario” introdotto su quello che un tempo era Twitter, ndr)). Ma facilitare questo processo naturalmente va contro l’interesse delle piattaforme, perché induce a un consumo più ragionato, non così veloce, e va contro le logiche economiche di monetizzazione che dominano il contesto. Le challenge sono un territorio grigio: nel momento in cui escludi, fai in modo che gli utenti vadano da un’altra parte a trovare quel contenuto. Serve un legislatore che obblighi le piattaforme alla responsabilità».

Sono solo le piattaforme a dover essere responsabilizzate?

«No, bisogna lavorare sull’educazione all’interazione digitale. Un processo che cominci però molto prima dell’università e che educhi alla socializzazione in rete, nello stesso modo in cui le famiglie e le scuole dovrebbero educare a essere buoni cittadini. Un lavoro che faccia capire come funzionano questi strumenti e cosa ci si trova dentro. Sono spazi dove nello stesso momento puoi trovare di tutto: il commentario politico, il materiale intimo diffuso senza consenso della persona ritratta, la challenge sui disturbi alimentari. Ne parlo chiaramente in termini generici, perché noi non conosciamo gli spazi che abitano i dodicenni, i quindicenni. È una questione di gap generazionale ed è anche giusto così. Per come la vedo io, l’educazione digitale è paragonabile a quella sessuale. La chiave è: fornire coordinate di base per comprendere i contesti e gli spazi che i ragazzi andranno ad abitare.

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