Da Nord a Sud, le denunce si accumulano. Decine di donne, che hanno scoperto di essere state date in pasto a forum e canali sui quali si parlava dei loro corpi come di pezzi di carne in macelleria, si sono già presentate in procura o alla Postale per chiedere di individuare e punire i responsabili. E sono numeri approssimati per difetto, «perché spesso ci vuole tempo – dice un’investigatrice di lungo corso – per metabolizzare e reagire».
Gli investigatori sono già al lavoro per identificare titolari, amministratori e beneficiari di phica.eu, sito per adulti in piedi da vent’anni, che ospitava anche sezioni in cui fotografie di donne di ogni genere, tipo ed età venivano condivise all’insaputa delle dirette interessate.
Donne comuni e personaggi pubblici - dalla premier Giorgia Meloni, che si è detta «disgustata», alla leader del Pd Elly Schlein - mogli, compagne, fidanzate o parenti e perfette sconosciute. Al momento non è chiaro quante foto siano state abusivamente condivise. È un…
Da Nord a Sud, le denunce si accumulano. Decine di donne, che hanno scoperto di essere state date in pasto a forum e canali sui quali si parlava dei loro corpi come di pezzi di carne in macelleria, si sono già presentate in procura o alla Postale per chiedere di individuare e punire i responsabili. E sono numeri approssimati per difetto, «perché spesso ci vuole tempo – dice un’investigatrice di lungo corso – per metabolizzare e reagire».
Gli investigatori sono già al lavoro per identificare titolari, amministratori e beneficiari di phica.eu, sito per adulti in piedi da vent’anni, che ospitava anche sezioni in cui fotografie di donne di ogni genere, tipo ed età venivano condivise all’insaputa delle dirette interessate.
Donne comuni e personaggi pubblici - dalla premier Giorgia Meloni, che si è detta «disgustata», alla leader del Pd Elly Schlein - mogli, compagne, fidanzate o parenti e perfette sconosciute. Al momento non è chiaro quante foto siano state abusivamente condivise. È uno dei punti centrali dell’informativa a cui sta lavorando la Postale di Roma e nei prossimi giorni dovrebbe essere trasmessa alla procura della Capitale.
È il primo passo, necessario, per l’apertura di un fascicolo, che potrebbe in futuro “ereditare” le segnalazioni depositate presso altri Uffici. I reati ipotizzabili? Illecita interferenza nella vita privata, diffamazione, quasi sicuramente. Per contestazioni più specifiche, come il revenge porn, molto dipenderà dagli elementi contenuti nelle singole denunce. Che sono fondamentali: si tratta di “fattispecie” perseguibili solo a querela di parte, cioè se la vittima le segnala. Materiale per il Garante della privacy invece ce n’è già a tonnellate.
«Considerazioni preliminari», avverte un investigatore al lavoro su uno dei filoni. Una sorta di coordinamento fra i diversi territori già c’è, ma perché si metta tutto a sistema «è prestissimo». In primo luogo – e sarà probabilmente Roma ad occuparsene – c’è da stabilire il perimetro: chi c’è dietro il sito, chi lo ha registrato, chi lo ha amministrato, chi e come ci guadagna. I “titolari”, rigorosamente anonimi si sono affrettati a chiuderlo, condannando l’uso improprio che è stato fatto del portale e sostenendo di «aver sempre collaborato con l’autorità giudiziaria». Un’affermazione, spiega una fonte vicina alle indagini, su cui ancora non c’è riscontro. Con un nuovo messaggio pubblicato nel tardo pomeriggio di ieri, si sono invece rivolti alle donne che si sono ritrovate on line: «Se sono stati violati i tuoi diritti, scrivici con il link così procederemo a rimuoverlo».
Identificare e individuare chi ha postato immagini rubate di donne, è il secondo livello. E qui molto peseranno le querele delle dirette interessate, a meno che – e nonostante l’asserito «stupore» degli admin, gli inequivocabili titoli di alcune sottocategorie lo suggeriscono – di mezzo non ci siano minorenni.
Insomma, l’indagine si preannuncia lunga e complessa, ma gli investigatori sono fiduciosi. L’esempio, assai recente, arriva dal fascicolo aperto sulla pagina “Mia moglie”, vetrina social di centinaia di inconsapevoli consorti. In meno di due giorni, sono arrivate più di tremila segnalazioni. Contro Meta che l’ha ospitata senza mai controllarne i contenuti, la nota avvocata Annamaria Bernardini de Pace, ha promosso una class action, offrendo assistenza a tutte le vittime «per una cifra simbolica, niente alte parcelle».
Nel frattempo il caso, dal web arriva al Parlamento, dove i partiti si muovono in ordine sparso: da chi ipotizza nuovi reati, paletti digitali o uno stretta su server e provider a chi chiede a gran voce l’obbligo di identità digitale fino a chi immagina percorsi nelle scuole o speciali tutele, con fisionomia, voce e immagini protette da una sorta di copyright. Di certo, la materia è complessa e la galassia che si vorrebbe ordinare, immensa: siti come phica.eu – emerge dalle informative – ce ne sono a bizzeffe. E per duplicare un portale e inaugurarlo con un altro nome e dominio, bastano solo un paio di click.