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Carapezza, la somma ironia dell’autonecrologio: “Cari amici, vi annuncio la mia morte”

Il musicologo Paolo Emilio Carapezza © Mike Palazzotto

 

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Il saluto del musicologo palermitano, pubblicato dopo la sua scomparsa. Ma lui aveva già pensato a tutto prima
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«Sentendosi venir meno», Paolo Emilio Carapezza, insigne musicologo palermitano, ha scritto e pubblicato il suo necrologio. Ha salutato la diletta moglie, i figli, i nipoti, i fratelli, gli amici, e annunciato le proprie esequie. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire, diceva, ripetendo un’antica lezione, Michel de Montaigne. E, forse, stendere poche righe sulla propria dipartita rientra tra le maniere in cui compiere l’estremo passo con la quieta levità di un uomo libero.

Di fronte alla morte siam tutti uguali, si sa, ma ognuno muore a modo suo, e, se può, se le forze ancora lo sostengono, se non è schiacciato dall’amarezza o dalla sofferenza, tra i molti modi di morire può scegliere anche quello di darne personalmente notizia su un giornale, volendo riservare a sé e per i propri cari il gesto dell’estremo saluto.

«Sentendosi venir meno», Paolo Emilio Carapezza, insigne musicologo palermitano, ha scritto e pubblicato il suo necrologio. Ha salutato la diletta moglie, i figli, i nipoti, i fratelli, gli amici, e annunciato le proprie esequie. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire, diceva, ripetendo un’antica lezione, Michel de Montaigne. E, forse, stendere poche righe sulla propria dipartita rientra tra le maniere in cui compiere l’estremo passo con la quieta levità di un uomo libero.

Di fronte alla morte siam tutti uguali, si sa, ma ognuno muore a modo suo, e, se può, se le forze ancora lo sostengono, se non è schiacciato dall’amarezza o dalla sofferenza, tra i molti modi di morire può scegliere anche quello di darne personalmente notizia su un giornale, volendo riservare a sé e per i propri cari il gesto dell’estremo saluto.

«Io sono morto» è una ben strana proposizione, perché non può essere pronunciata in prima persona; se c’è la morte non ci sono io, diceva infatti Epicuro, e se ci sono io non c’è la (mia) morte. Però c’è la scrittura, a cui l’umanità ha affidato da sempre una funzione testamentaria (c’è pure chi pensa che in realtà la scrittura sia nata per quello, e che scrivere, come partire, voglia dire un po’ morire, o almeno far testamento). Perciò Edgar Lee Masters ha potuto inventarsi l’Antologia di Spoon River, in cui gli ospiti del cimitero di una piccola cittadina americana raccontano da morti, in forma di epitaffio, ognuno la propria storia, e per questo, più ordinariamente, in forma di diario, di ultime volontà, di cippo funerario o di voce registrata gli esseri umani hanno provato a lasciar detto qualcosa per quando non ci sarebbero stati più.

Ma il necrologio ha una figura precisa, una sua struttura essenziale: che si tratti di spegnersi serenamente come si è vissuti, di passare a miglior vita o di venire a mancare all’affetto dei propri cari, di tornare alla casa del Padre o di annunciare affranti la prematura scomparsa (che profusione di formule, che strana impersonalità nel passo più personale, più singolare delle nostre vite!), l’«obituary» dà a mo’ di inserzione pubblicitaria notizia succinta della scomparsa di una persona, e, di regola, della residua volontà di ricordarlo ai viventi. Se però a stenderlo è — prima di defungere — il defunto stesso, cambia ovviamente di senso: non sono gli altri a ricordare il caro estinto, ma lui stesso a ricordarsi agli altri. A ricordare agli altri di avere per loro l’ultimo pensiero.

Un tocco di gentilezza, a volte di delicato pudore. Come quello che Ennio Morricone mostrò, chiedendo nel proprio necrologio («Io, Ennio Morricone, sono morto») funerali in forma privata («non voglio disturbare nessuno»), per andarsene in punta di piedi, senza fanfaronate.

Oppure di ironia: la morte non è forse la più grande ironista, la più grande livellatrice di tutte le vanità umane? E non ispira forse a tutti il desiderio impossibile (o possibile solo nella finzione), di parlare da morto ai vivi, con sovrana libertà, o, più sarcasticamente, di assistere al proprio funerale, per vedere di nascosto l’effetto che fa (come nella canzone di Jannacci)? Oppure — ecco un’altra modalità ancora — la volontà di una finale ricapitolazione della propria esistenza, come nel capolavoro di Billy Wilder, «Viale del tramonto», dove l’intera, tragica storia è narrata dall’uomo di cui si vede all’inizio del film il corpo senza vita galleggiare in una piscina?

Io sono morto. Sono morto, ma vi scrivo, vi penso. Vi ricordo o vi maledico: vi parlo un’ultima volta. Immagino di parlarvi, prendo la parola non avendo più né parola né fiato. Ma ho, voglio avere ancora una lacrima o un ultimo sorriso. Un ultimo momento di perduta umanità.

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