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Cinzia Spanò: “Le nostre foto di nudo scenico rubate e diffuse sui siti porno”

Cinzia Spanò in "Palma Bucarelli e l'altra resistenza" 

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La presidente dell’Associazione Amleta: “Per le attrici avviene un processo di oggettificazione che distoglie non solo dal personaggio che si interpreta, ma dal ruolo di essere umano”
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Da anni attiviste, studiose e donne dello spettacolo denunciano una spirale della violenza di genere che passa anche da quella digitale e dalla condivisione non consensuale di materiale intimo su numerosi siti misogini e sessisti. Casi come quelli di Phica.net e Mia Moglie sono solo l’apice di un iceberg a lungo monitorato e segnalato, anche nelle più alte stanze istituzionali. Cinzia Spanò, presidentessa dell’Associazione di artiste Amleta, promotrice in Italia della campagna Metoo, parla della prima denuncia effettuata nel 2021 dopo che alcune immagini di nudo scenico di attrici teatrali comparirono, senza consenso, su siti pornografici.

Quando vi siete accorte che parte del vostro materiale teatrale era finito online?

«Una collega ci aveva contattato perché aveva scoperto che alcune sue scene di nudo, tratte dal video di uno spettacolo teatrale, erano state diffuse in un sito porno. Andando a controllare, si era resa conto che su quello e molti altri siti c’erano anche immagini di…

Da anni attiviste, studiose e donne dello spettacolo denunciano una spirale della violenza di genere che passa anche da quella digitale e dalla condivisione non consensuale di materiale intimo su numerosi siti misogini e sessisti. Casi come quelli di Phica.net e Mia Moglie sono solo l’apice di un iceberg a lungo monitorato e segnalato, anche nelle più alte stanze istituzionali. Cinzia Spanò, presidentessa dell’Associazione di artiste Amleta, promotrice in Italia della campagna Metoo, parla della prima denuncia effettuata nel 2021 dopo che alcune immagini di nudo scenico di attrici teatrali comparirono, senza consenso, su siti pornografici.

Quando vi siete accorte che parte del vostro materiale teatrale era finito online?

«Una collega ci aveva contattato perché aveva scoperto che alcune sue scene di nudo, tratte dal video di uno spettacolo teatrale, erano state diffuse in un sito porno. Andando a controllare, si era resa conto che su quello e molti altri siti c’erano anche immagini di colleghe, anche loro attrici teatrali. Parliamo di PornHub e siti analoghi. Sono tanti, il problema è diffuso e sistemico, così abbiamo sporto denuncia. Abbiamo scoperto che alcune attrici erano resistenti all’idea di denunciare di persona il fatto. Da una parte, perché c’è diffidenza nei confronti delle forze dell’ordine che spesso tendono a minimizzare questi avvenimenti. Dall’altra, le attrici vivono su di sé lo stigma della loro professione, per cui si dà per scontato che solo perché ti sei spogliata in scena, per te non sia un problema comparire dove quel materiale viene commentato da sconosciuti allo stesso modo in cui vengono commentati i corpi di altre donne su portali come Phica.net: in maniera violenta, degradante, offensiva. È un vero e proprio esercizio virtuale allo stupro».

Perciò, come avete agito?

«Ci siamo affidate all’avvocata Francesca Garisto, vicepresidente della Casa delle Donne maltrattate di Milano (Cadmi). Abbiamo chiesto prima di tutto la rimozione dei link online e poi sporto denuncia per Revenge porn, perché l’account anonimo da cui erano stati caricati i video era lo stesso in tutti i casi. Cosa è successo? I link sono stati rimossi, ma non si è riusciti a risalire alla persona fisica dietro all’account. E la pratica venne archiviata. Siamo comunque contente che il materiale sia stato rimosso; da questo punto di vista, non ci siamo sentite totalmente ignorate. Credo però con forza che le persone che commettono questi crimini siano assolutamente consapevoli di ciò che fanno. Prendono tutte le precauzioni necessarie perché non si riesca a risalire alla loro identità. Gli account non vengono registrati su siti italiani, ma fuori dalle giurisdizioni dell’Unione europea. E anche la polizia postale non ha gli strumenti per identificarli».

Perché secondo lei molte vittime tendono a non denunciare?

«I meccanismi per procedere con una denuncia sono molto complessi. Una collega mi ha raccontato che il modulo che le avevano dato da compilare per sporgere denuncia era difficile, perché veniva richiesto di fare ricerca dei siti e i link in cui si trovava il materiale autonomamente. Il problema è che una volta che è andato online, diventa immediatamente virale e non è più possibile monitorarne la diffusione. Compili moduli in continuazione e questo psicologicamente è molto impattante e faticoso. Così alla fine molte rinunciano. Un’altra collega mi ha detto che l’agente delle forze dell’ordine da cui si era recata per sporgere denuncia le aveva risposto: “Su quel sito c’è anche Angelina Jolie...”, come a dire “Sei in buona compagnia”».

Per la loro professione, le attrici sembrano potenzialmente molto esposte.

«È importante capire che per le attrici, ancor più che per altre categorie di lavoratrici, avviene un processo di oggettificazione che distoglie non solo dal personaggio che si interpreta, ma dal ruolo di essere umano. Quelle di cui parliamo sono immagini di nudo scenico funzionali alla narrazione teatrale, che vengono poi estrapolate dalla storia raccontata per farle approdare su un sito la cui funzionalità è quella di far eccitare uomini sconosciuti, intenti a masturbarsi guardandoci. È degradante, umiliante e violento».

E poi ci sono i molteplici casi di molestie durante i provini.

«Il provino è il momento in cui si concentra il massimo numero delle violenze e delle molestie, che – ci tengo a ricordare - nulla hanno a che fare con il sesso ma piuttosto con il potere e la sopraffazione. L’attrice sa che il provino giusto può cambiare la vita e aprire le porte di un mondo che si vuole abitare. Online vengono inscenate molte richieste di provini fuori dai canali ufficiali. Amleta ha ricevuto tantissime segnalazioni di richieste di nudo o seminudo via video, di provini su Skype dove dall’altra parte non c’è alcun volto ma solo una voce e un video oscurato».

Come pensa si possa intervenire per provare a contrastare questo ciclo di violenza?

«Quello che va capito è che la vittima viene data in pasto a un branco e a causa di questo il suo pensiero si infetta, perché capisce che anche quando si sente al sicuro - forse - non lo è poi così tanto. Credo che, oltre all’epicentro della violenza perpetrata sulla loro pelle, si possa parlare di trauma collettivo. In questi giorni abbiamo visto materiale intimo condiviso senza consenso da parte di padri nei confronti delle figlie, di fratelli nei confronti delle sorelle e di mariti con le mogli. Come donne, purtroppo siamo tutte coinvolte. Oltre alle denunce, che continuiamo a depositare, c’è un lavoro culturale da fare: di rete, di incontri, per spiegare l’impatto effettivo che possono avere sulle vittime certi comportamenti criminosi o le noncuranze all’interno di ambienti di lavoro, per esempio fra colleghi e colleghe. Ma questi lavori culturali, che ci auspichiamo, avranno riscontro tra decenni, nelle generazioni future. Nell’immediato penso che sia necessario che gli uomini prendano attivamente parola. Devono riconoscersi come parte di un gruppo, di un meccanismo che a vario titolo esercita la cultura dello stupro. Anche non stare in silenzio, lasciar correre, è un elemento culturale. Quello di cui parliamo è un fenomeno criminale, e come tutti i fenomeni criminali va stigmatizzato. È qualcosa che riguarda tutti».

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