Siti sessisti, al setaccio il tariffario della vergogna. Si muovono quattro procure
di Giuliano Foschini , Viola GiannoliUn salto di qualità. L’inchiesta che ruota attorno ai siti sessisti, su cui sono finite migliaia di foto pubbliche e private di donne, spesso ignare, accompagnate da altrettanti commenti, potrebbe salire di livello. Ci sono almeno quattro procure al lavoro: Milano, Cagliari, Napoli e Roma. Le inchieste potrebbero essere accorpate in un unico fascicolo in mano ai magistrati di piazzale Clodio. E l’ipotesi è che oltre alla diffusione non consensuale di materiale fotografico e al revenge porn si profili l’estorsione.
La polizia postale ha acquisito il tariffario della vergogna che veniva proposto a chi, precipitata nel vortice machista di “Phica”, chiedeva la rimozione delle immagini, dei thread e dei contenuti ripostati e commentati lì da altri siti.
Un salto di qualità. L’inchiesta che ruota attorno ai siti sessisti, su cui sono finite migliaia di foto pubbliche e private di donne, spesso ignare, accompagnate da altrettanti commenti, potrebbe salire di livello. Ci sono almeno quattro procure al lavoro: Milano, Cagliari, Napoli e Roma. Le inchieste potrebbero essere accorpate in un unico fascicolo in mano ai magistrati di piazzale Clodio. E l’ipotesi è che oltre alla diffusione non consensuale di materiale fotografico e al revenge porn si profili l’estorsione.
La polizia postale ha acquisito il tariffario della vergogna che veniva proposto a chi, precipitata nel vortice machista di “Phica”, chiedeva la rimozione delle immagini, dei thread e dei contenuti ripostati e commentati lì da altri siti.
Una delle vittime ha raccontato a Repubblica che esistevano dei “pacchetti” che garantivano, in maniera totale o parziale, la pulizia del sito con la cancellazione di foto e post e una sorta di sorveglianza digitale per evitare che il proprio nome finisse nuovamente su “Phica”. A proporli via mail o Telegram era uno degli admin della piattaforma. Il pagamento poteva avvenire con bonifico, Paypal o bitcoin. E le cifre, ideate per le creator di Onlyfans, andavano da un minimo di 250 euro a un massimo di 1.000 euro più extra in caso di servizi aggiuntivi. In più, gli utenti che volevano cancellarsi - maschi pentiti dopo l’esplosione del caso - versavano decine o centinaia di euro per velocizzare la sparizione.
Gli inquirenti hanno già un’idea di chi si nasconde dietro agli account da cui partivano le mail: “Admin phica.net miao”, ad esempio. O “Boss miao”, come ha scritto Fanpage. È proprio dagli indirizzi e dalle denunce che hanno preso il via gli accertamenti per stringere il cerchio attorno ai gestori di “Phica”.
La pista porta all’estero ma non a Roberto Maggio, indicato nei giorni scorsi da alcuni analisti digitali, che avevano studiato domini e certificati bypassando le schermature della rete, come proprietario del sito. «Imprenditore, fotografo, viaggiatore», come da bio social, Maggio è romano ma vive tra Dubai e Sofia e lì, in Bulgaria, ha registrato la sua società, la Hydra Group Eood. In una nota inviata a Repubblica domenica sera Maggio scriveva: «Non ho nessun legame di proprietà con Phica.eu, non conoscevo nemmeno l’esistenza di quel dominio».
Poi ieri al Tg5 ha spiegato: «Hydra, insieme ad Atelier», altra società di Maggio con sede nel Regno Unito, «gestiva i sistemi di pagamento di un sito esterno a cui “Phica” rimandava. Le nostre attività si concentrano sulle transazioni non sui contenuti».
In pratica, “Phica” guadagnava soprattutto da affiliazioni e pubblicità indirizzando traffico e vendite verso piattaforme partner attraverso banner, popup, white label e Api. Tra queste interfacce vi è rivcash.com collegato a ragazzeinvendita.com, una piattaforma porno di Maggio attiva da 21 anni e dedicata alle cam girl, donne che in cambio di un compenso accendono la webcam e si esibiscono in videochat erotiche. «Io però dei contenuti di “Phica” non sapevo nulla, avevamo solo rapporti commerciali», chiosa Maggio.
Il “Metoo” intanto prosegue: politiche, conduttrici, giornaliste, creator, ragazze non note. L’avvocata Annamaria Bernardini de Pace, che nei giorni scorsi ha lanciato una class action, racconta che assieme a un pool di 12 legali ha già raccolto già «centinaia di segnalazioni di donne che hanno subito uno stupro virtuale di gruppo. L’idea è di sfidare la giurisprudenza” con azioni penali, civili e richieste di risarcimento danni alle piattaforme».