Dario Vergassola: “Io, un omino in barca. Tonni e turisti cafoni, vi racconto la mia vita in mare”
di Giulia SanteriniMacché libri, tv, radio, festival. Potremmo dire “Dario Vergassola, un uomo in barca”?
“Un omino e una barchetta, direi”.
È già in barchetta? Come si chiama?
“A Spezia oggi c’è un bel sole, 20 centimetri di onda, mentre parliamo vedo il mare, appena chiudo la telefonata vado. La barca non poteva che chiamarsi ‘Pelandrona’, è un vecchio gozzo napoletano che ormai avrà 35 anni. Il mio sogno da ragazzo”.
Ci racconti.
“A 16-18 anni, facevo le vacanze a Palmaria davanti a Porto Venere. Tutta l’estate in campeggio sotto i pini, alla Robinson Crusoe, eravamo liberi nella natura ma a mezz’ora di vaporetto da casa. Uno dei periodi più belli della mia vita, anche se io allora non me ne accorgevo. Alla mattina presto andavo a tirare su le reti con un pescatore che si chiamava Filippo, ho chiamato così mio figlio. Ed è in una di quelle giornate che ho visto passare questa barca larga chiamata napoletana, la più bella del mondo. Poi con un po’ di fortuna sono stato pagato per cose stupide e sono r…
Macché libri, tv, radio, festival. Potremmo dire “Dario Vergassola, un uomo in barca”?
“Un omino e una barchetta, direi”.
È già in barchetta? Come si chiama?
“A Spezia oggi c’è un bel sole, 20 centimetri di onda, mentre parliamo vedo il mare, appena chiudo la telefonata vado. La barca non poteva che chiamarsi ‘Pelandrona’, è un vecchio gozzo napoletano che ormai avrà 35 anni. Il mio sogno da ragazzo”.
Ci racconti.
“A 16-18 anni, facevo le vacanze a Palmaria davanti a Porto Venere. Tutta l’estate in campeggio sotto i pini, alla Robinson Crusoe, eravamo liberi nella natura ma a mezz’ora di vaporetto da casa. Uno dei periodi più belli della mia vita, anche se io allora non me ne accorgevo. Alla mattina presto andavo a tirare su le reti con un pescatore che si chiamava Filippo, ho chiamato così mio figlio. Ed è in una di quelle giornate che ho visto passare questa barca larga chiamata napoletana, la più bella del mondo. Poi con un po’ di fortuna sono stato pagato per cose stupide e sono riuscito a comprarmela, una ventina di anni fa. I sogni e le palanche, il gioco è trovare un equilibrio tra quando fai i soldi e quando non sei troppo vecchio per goderteli, tipo per andare in barca”.
Una barca è un impegno economico…
“La Pelandrona costa come la Ferrari e ha le prestazioni di una Panda. Tra l’altro è di legno, nella manutenzione nautica vige il banditismo e io non so scartavetrare né piantare un’asse. Pago, salgo e metto in moto. Sette metri e mezzo, 80 cavalli, ho il patentino, omologata per 10. Ci sono andato con figli e nipoti. E’ stata ed è una barca felice”.
E prima della Pelandrona c’è stata un’altra?
“Una più piccolina, un gozzo spezzino, ‘Pelandrona dei mari’, io amo solo le barche lente. Un giorno ci portai il calciatore Paolo Rossi a pescare. Mi ha detto ‘Vai talmente piano che adesso scendo e vado a piedi’. Era sfinito”.
Buona pesca con Rossi?
“I soliti pesciacci, davanti a Manarola. Ho preso casa lì in paese per un po’ e sono gli indigeni che mi hanno insegnato a pescare con palamiti e nassa. I nativi delle Cinque Terre sono mezzi uomini e mezzi cinghiali, come mio papà. Restavamo in barca tutta la notte per mettere le reti, chiacchiere, risate, ma anche scene pulp un giorno con un tonno…”
Il tonno col palamito?!
“È una storia lunga. Premetto che i tonni li cacciano quelli ricchi, con la barca con la torretta, la sedia del dentista, le canne che costano una fracca di soldi. Si legano al sedile, si armano come se dovessero andare in guerra. Una volta ero in barca con un mio amico che non c’è più e pescavamo come sempre coi palamiti. Quando tiri su le reti su 300 pezzetti di acciuga molti restano impigliati. Li ributtiamo in mare e vediamo passare un tonno che sembra un divano”.
Non avevate le armi giuste per prenderlo.
“Infatti! Il mio amico si è messo dei guanti da 3 euro che trovi dal ferramenta, ha appeso alla corda un palloncino e due pezzi di acciuga, il tonno ha abboccato e si è tirato giù il palloncino. Lìè cominciato un combattimento, perché la povera bestia si immergeva in profondità e poi tornava su per liberarsi. Il mio ruolo era versare dell’acqua sui suoi guanti fumanti mentre stringeva la cima col tonno attaccato”.
Come è finita?
“In quel tira e molla ci è salita un’adrenalina che ti fa fare un balzo indietro di mezzo milione di anni. Al pesce mi hanno detto che è scoppiato il cuore. Abbiamo visto una nuvolona rossa di sangue, lo abbiamo preso, pesava 40-50 chili. Quando lo abbiamo portato a terra ero così carico che mi sono messo a segarlo a pezzi sul molo con una bandana in testa in un lago di sangue. Io che davanti a una goccia di sangue svengo. Quando mi ha visto mia figlia che allora aveva 6-7 anni piangeva e gridava ‘Papà!’ Era scioccata. Io sono un tipo mite”.
È lì che ha deciso di smettere?
“Ho iniziato a farmi delle domande disneyane dopo che è nata mia nipote Amelia. Pescavo tra il Canale di Palmaria e il Canale del Tino, con il piombetto e i vermi. Questi poveri vermi che te li vendono in scatole con la terra. Che quando apri si rintanano e devi estrarli e tagliarli a pezzi e ti mordono anche…”
Vada ai pesci.
“Un giorno ho preso un pagaretto, l’ho messo nel secchio e mi sono detto ‘se resta solo lo ributto in mare’. A sera erano tre, levo l’acqua dal secchio, li ringrazio per la compagnia e con un colpo li faccio smettere di soffrire. A cena mia moglie li ha fritti senza entusiasmo, ma non aveva voglia di pesce. Ne ho mangiati due io e uno è finito in pattumiera. Lì mi sono detto: ‘Ma perché rompo i coglioni a queste povere bestie?’ Poi un giorno ho preso una triglietta, l’ho guardata, le ho chiesto se era amica di Amelia, mi ha risposto di sì. E l’ho ributtata in mare. L’ultima pesca. In ‘Storie vere di un mondo immaginario’ una triglia magica trasforma un uomo in un polpo. Storia cinica, lui finisce in pentola”.
Ma lei ora mangia il pesce o è vegetariano?
“Lo compro già morto, mi piace il mercato di Spezia, molto alla Izzo. Non ho niente in contrario a mangiare il pesce, ma non lo pesco. Mi lavo la coscienza così. Come con la carne. Mi dispiace ma la mangio, sempre meno ma la mangio. Non mi sento meglio, ma meno peggio”.
Niente pesca, ma in barca continua ad andare, mi diceva. Tutti i giorni?
“Appena posso, la tiro su a gennaio. Con i miei amici di Rebocco, periferia di Spezia, quartiere povero dove sono cresciuto, gente con cui ho fatto le elementari e le medie, per un sacco di tempo andavamo in mare il primo gennaio, davanti a porto Venere, facevamo il giro di Palmaria. Gente che ha fatto l’operaio come me agli inizi. Quel giro è la prova dell’esistenza di Dio. C’è chi lavora un anno in Giappone per venire a farlo e noi ce l’abbiamo lì. Col freddo si vedono spuntare anche le Alpi Apuane in lontananza, il mare sembra un lago. Anche se il periodo più bello è questo, settembre-ottobre, quando i turisti se ne vanno”.
I turisti, la sua spina nel fianco.
Da settembre è il clou, le calette si svuotano. Non devo più sopportare la cafoneria assoluta. Sono d’accordo col nuovo direttore del parco di Spezia: bisognerebbe proibire la musica per quelli che vanno in barca, che poi per il 90 per cento è anche musica che fa cagare. Gli incursori del Varignano – le forze speciali della Marina Militare - dovrebbero affondargli le barche con le mine a questi cafoni. Sequestro del mezzo e del patentino. Ho tante proposte. Intanto io segnalo tutto agli incursori.
E adesso che fa in barca se non pesca?
“Ci sono due cose al mondo che van provate. Non parlo di droghe, ma danno dipendenza: cappuccino con focaccia, e andare in barca verso ‘le rosse’, verso le Cinque Terre. Ti metti all’ancora, fai il bagno e ti mangi la focaccia con l’uva dolce. Lì vedi Poseidone che ti parla. Trovi la triglia che hai lasciato andare che ti porta la famiglia per fartela conoscere. È la mia Woodstock. A settembre-ottobre c’è una luce particolare, una temperatura perfetta. Quando ritorni metti il maglioncino e ti sembra quasi di essere libero, io dico che è una giornata rubata alla morte. C’è una bellezza da queste parti, che se non la vedi hai l’anima cieca”.
Dicono che al tramonto si pescano bene le acciughe a mezz’acqua, anzi si pescavano. Lei ha intitolato un festival “Acciuga stilografica” e ha scritto “La ballata dell’acciuga”. Una passione particolare?
“Qui prima del latte si mangiano ai bambini danno le acciughe, vedo ancora partire le lampare ma pescano sempre meno. Il mare è caldo. Amici che allevano le cozze sono passati alle ostriche, più resistenti a queste temperature. Quando butto a mare un po’ di briciole salgono i saraghetti bianchi con il collare nero, ma sono come rimbambiti, fermi, se scendo con la maschera devo spostarli con le mani. C’è qualcosa che non va”.
Esce anche col brutto tempo?
“Sempre, anche col brutto tempo. Come Madame Bovary amo le tempeste. In realtà vado sempre sotto costa, ho l’anima da Corto Maltese ma sono più corto che maltese. Quando ho cominciato a 33-34 anni a fare serate sentivo che quando superavo la Cisa avevo un po’ di disagio e quando tornavo mi sentivo come quando il lexotan comincia fare effetto. La ragione l’ho capita grazie a mio padre, ormai anziano, col Covid”.
Qual è?
“Diceva ‘stu ma’, ‘sto male’. Parlando in dialetto con lui mi sono reso conto che ma significa ‘male’ ma anche ‘mare’ e ‘madre’. Detto questo in quella chiacchiere nei giorni bui è riuscito anche a dirmi che in gioventù pescava con le bombe… e l’ha detto come dicesse ‘bevo un cappuccino’”.
Altre acque, altro mare. Parafrasando il filosofico “panta rei”, tutto scorre, lei scrisse “Panta Rai”. La vede ancora la Rai di cui è stato protagonista amatissimo con Serena Dandini ma non solo?
“Sono come i giovinastri, vedo solo serie, o quasi. La Rai è come al crepuscolo. È come se tornasse tutto in bianco e nero. La vedono persone sempre più grandi. Non vedo la voglia di fare cose originali. Lundini andrebbe messo in prima serata, la Gialappa’s anche, perché sono cazzari intelligenti che fanno quello che piace a loro e chiamano comici anche meno noti senza diktat, come faceva Costanzo. Invece si tende a giocar su format già usurati e decidono tutto pochi agenti che stabiliscono conduttore e regista e budget. A proposito, sa come si chiama la mia agenzia?
Come?
“Remi in barca”.