McInerney: “Dopo il mio libro Armani mi donò gli abiti. Basquiat dipingeva indossando i suoi paltò”
dal nostro inviato Paolo MastrolilliGiorgio Armani, Martin Scorsese, Michelle Pfeiffer
«Ricordo una sera, in cui stavo andando a casa di Jean-Michel Basquiat per uscire, forse con Madonna e Andy Warhol. Lo trovai che stava dipingendo, con pennelli, colori e tutto il resto, ma indossando un completo di Giorgio Armani». Jay McInerney non racconta questo episodio per vanteria, ma perché gli serve a spiegare la rivoluzione culturale degli anni Ottanta in America che lo stilista italiano accompagnò con la moda, così come lui aveva fatto per la letteratura col romanzo Le mille luci di New York. «In quel periodo - spiega Jay - stava nascendo un uomo nuovo, che avevo cercato di interpretare con Bright Lights, Big City. Erano gli anni rampanti degli yuppie, certo, ma anche di un movimento creativo che aveva bisogno di esprimersi e farsi riconoscere pure attraverso l’abbigliamento. Così Armani, col suo stile “cool classic”, diventò la nostra bandiera nella moda».
Come lo ha conosciuto?
«La prima cosa che feci, con i soldi guadagnati col mio libro d’esordio, fu comprare un vesti…
«Ricordo una sera, in cui stavo andando a casa di Jean-Michel Basquiat per uscire, forse con Madonna e Andy Warhol. Lo trovai che stava dipingendo, con pennelli, colori e tutto il resto, ma indossando un completo di Giorgio Armani». Jay McInerney non racconta questo episodio per vanteria, ma perché gli serve a spiegare la rivoluzione culturale degli anni Ottanta in America che lo stilista italiano accompagnò con la moda, così come lui aveva fatto per la letteratura col romanzo Le mille luci di New York. «In quel periodo - spiega Jay - stava nascendo un uomo nuovo, che avevo cercato di interpretare con Bright Lights, Big City. Erano gli anni rampanti degli yuppie, certo, ma anche di un movimento creativo che aveva bisogno di esprimersi e farsi riconoscere pure attraverso l’abbigliamento. Così Armani, col suo stile “cool classic”, diventò la nostra bandiera nella moda».
Come lo ha conosciuto?
«La prima cosa che feci, con i soldi guadagnati col mio libro d’esordio, fu comprare un vestito di Armani. Lo usavo ogni sera, agli eventi sociali che frequentavo. Lui in qualche modo venne a saperlo e mi fece contattare, invitandomi ad andarlo a trovare».
Quando?
«Il romanzo era uscito nel 1984, ma credo che l’anno dell’incontro con lui fu il 1988, quando uscì il film. Come prima cosa mi fecero andare nella loro boutique e mi diedero i vestiti da indossare alle presentazioni italiane. Poi passai a trovarlo nella casa di Milano».
Come andò?
«Parlammo per oltre un’ora. Vestiva in maniera semplice, maglietta e jeans, ed era assai riservato, se non timido. Però era molto gentile, affabile e curioso».
Di cosa parlaste?
«Libri, ovviamente. Ma anche moda, cultura, amici comuni. Credo che stesse pensando ad espandersi ancora di più negli Stati Uniti, dopo la popolarità generata da Richard Gere, che nel suo film “American Gigolo” indossava solo Armani. Quindi voleva capire da me dove stava andando il Paese e come interpretarlo».
Cosa gli disse?
«Degli anni Ottanta tutti ricordano Reagan, Wall Street, gli yuppie, fiumi di cocaina e purtroppo l’epidemia di Aids. Però fu anche un periodo di grande creatività. Cercai di raccontarla con Bright Lights, Big City, che offriva uno spaccato della vita diverso da quello dei banchieri o i dirigenti di grandi compagnie. Quei personaggi avevano bisogno di esprimersi anche con l’abbigliamento, abbandonando l’uniforme degli uffici corporate, e Armani li aiutò».
Come?
«Io, ad esempio, non mi sentivo abbastanza flamboyant da vestire Versace, ma Armani era perfetto, perché mi consentiva di essere allo stesso tempo elegante e innovatore. Mio fratello, che faceva il banchiere, non lo avrebbe mai indossato, e ciò rafforzava la mia convinzione di cosa significasse il suo stile».
Ci spieghi.
«Prima di Giorgio, la moda era un argomento tabù per gli uomini. Non era appropriato parlarne, non dovevamo neppure sapere chi cuciva i nostri vestiti. Dopo di lui è cambiato tutto. Il modo di vestire, col suo stile classico ma cool, e pure l’approccio all’idea stessa della funzione dell’abbigliamento».
Vestire Armani non voleva dire andare sul sicuro?
«Non proprio, no. Andare sul sicuro significava indossare i completi ingessati dei banchieri come mio fratello. Armani era una fusione rivoluzionaria di classicità e creatività».
Vale ancora oggi, oppure la società americana è cambiata?
«Da una parte ci sono preoccupazioni per la tenuta delle nostre libertà, ma dall’altra si può dire che ne abbiamo anche troppe. Nel caso dell’abbigliamento, ad esempio, lo stile sportivo ha preso troppo il sopravvento. Perciò servirebbe un rilancio di quello che Armani significava per noi negli anni Ottanta».
E come finì la sua visita? Le diede retta?
«Mentre stavo per tornare all’aeroporto, mi chiamò la sua assistente. Il signor Armani - disse - avrebbe piacere che lei tenesse i vestiti che le abbiamo suggerito per le presentazioni. Ha apprezzato molto la vostra conversazione».