Cocks: “Ho portato io Giorgio Armani su Time quanti ricordi insieme a Scorsese”
dal nostro inviato Paolo MastrolilliAl centro Martin Scorsese, a sinistra Kenneth Lonergan e a destra Jay Cocks
WASHINGTON – Il primo giorno di riprese ci presentammo sul luogo della sfilata io, Martin Scorsese e mia moglie. Lei faceva l’attrice e per l’occasione indossava un vestito di Armani. Quando arrivò, Giorgio ci salutò cordialmente, ma poi si diresse deciso verso mia moglie. Osservò il vestito e scosse la testa: no, così non va. Quindi tirò fuori gli spilli e cominciò ad aggiustarlo sul posto. Mia moglie tremava, guardandolo un po’ esterrefatta e un po’ imbarazzata. In novanta secondi, Armani le aveva ridisegnato il suo stesso vestito addosso. Poi aveva salutato e era passato a fare lo stesso con quelli indossati dalle modelle per la sua sfilata». Poche persone hanno conosciuto lo stilista italiano come Jay Cocks, autore del famoso articolo che aveva portato Armani sulla copertina del Time, poi sceneggiatore del documentario Made in Milan diretto da Scorsese: «Giovedì – racconta Cocks – ho parlato un’ora su Facetime con Marty. Era distrutto perché ha perso un amico. Ma invece di lamenta…
WASHINGTON – Il primo giorno di riprese ci presentammo sul luogo della sfilata io, Martin Scorsese e mia moglie. Lei faceva l’attrice e per l’occasione indossava un vestito di Armani. Quando arrivò, Giorgio ci salutò cordialmente, ma poi si diresse deciso verso mia moglie. Osservò il vestito e scosse la testa: no, così non va. Quindi tirò fuori gli spilli e cominciò ad aggiustarlo sul posto. Mia moglie tremava, guardandolo un po’ esterrefatta e un po’ imbarazzata. In novanta secondi, Armani le aveva ridisegnato il suo stesso vestito addosso. Poi aveva salutato e era passato a fare lo stesso con quelli indossati dalle modelle per la sua sfilata». Poche persone hanno conosciuto lo stilista italiano come Jay Cocks, autore del famoso articolo che aveva portato Armani sulla copertina del Time, poi sceneggiatore del documentario Made in Milan diretto da Scorsese: «Giovedì – racconta Cocks – ho parlato un’ora su Facetime con Marty. Era distrutto perché ha perso un amico. Ma invece di lamentarci, abbiamo ricordato gli straordinari momenti vissuti con Giorgio sul set e fuori, che spiegano meglio di ogni parola il suo talento. Quella precisione, il perfezionismo e la dedizione mostrate nell’aggiustare sul posto il vestito di mia moglie, sommate a grande affabilità e gentilezza. La chiave della sua genialità, che ti faceva sentire insieme elegante e rilassato. Unico al mondo, tra tutti gli stilisti».
Come era iniziato il vostro rapporto?
«Dai suoi vestiti. Mi piacevano molto e li indossavo sempre, ma negli anni Ottanta mi sembravano anche una rivoluzione culturale. Perciò proposi al Time di intervistarlo. All’epoca era il settimanale più famoso al mondo e si occupava dei personaggi già arrivati, non di quelli che cercavano di partire. Per qualche ragione però la direzione si convinse e provò ad anticipare la tendenza, invece di seguirla».
Cosa fece?
«Andai a Milano per trovarlo. Mi presentai con una sua giacca comprata a Los Angeles. Quando la vide mi puntò il dito contro: è mia. Così ci prendemmo subito, e lui confermò che la mia intuizione iniziale sull’originalità della sua ispirazione era la stella polare del suo lavoro».
Come nacque l’idea del documentario Made in Milan?
«Gabriella Forte, che allora rappresentava Armani negli Stati Uniti, mi contattò e suggerì l’idea».
E perché finiste proprio da Scorsese, che girava altri film?
«Prima di tutto il padre di Marty faceva il sarto e quindi nessuno capiva meglio di lui il lavoro di uno stilista. Poi era innamorato dell’Italia e interessato a promuoverla in qualsiasi modo».
Lei scrisse i testi: qual era l’idea di base?
«Nessuna idea, appunto. L’intuizione di Marty era stata quella di fare un lavoro di scoperta, senza condizionamenti di partenza. Armani non era noto come adesso, stava iniziando il cammino della sua straordinaria carriera. Perciò Marty, col mio completo assenso, decise di andare a scoprire questo fenomeno dal vivo».
Vi presentaste alle sfilate e cosa successe, oltre alla disavventura di sua moglie?
«Giorgio lavorava come se noi non esistessimo, e noi lo seguivamo. Quindi vedevamo in presa diretta cosa faceva, ma lui poi ci teneva a spiegare i dettagli. Il padre di Marty faceva il sarto, però in realtà lui non sapeva e non capiva nulla di moda. Era solo un grande regista, che poi era la cosa che interessava davvero ad Armani, perché aveva una grande passione per il cinema e sognava di fare il regista. Quindi Giorgio preparava la sfilata e intanto chiariva con termini tecnici cosa stava facendo. Questa è la pochette... Marty se lo guardava confuso e chiedeva: “Cos’è una pochette?” Giorgio sbuffava: “Non sai neppure questo?” Poi però con pazienza spiegava. Andarono avanti così per tutte le riprese».
Quale sarà la sua eredità?
«Non sono un esperto di moda, ma non serve esserlo per capire. Armani ha condotto una rivoluzione culturale, che va molto oltre i suoi vestiti e durerà a lungo».