La Giorgio Armani spa è un’azienda solida, che disegna, produce, commercializza in tutto il mondo, con 623 negozi a gestione diretta, tutti i marchi dello stilista scomparso giovedì all’età di 91 anni.
Lo scorso anno l’azienda di cui Re Giorgio era presidente e direttore creativo ha generato 2,3 miliardi di ricavi su sei marchi diversi. Si tratta della Giorgio Armani Privè (la collezione di alta moda nata nel 2005); dell’ammiraglia del prêt-à-porte che celebra i suoi primi cinquant’anni, ovvero la Giorgio Armani; dell’Emporio Armani, la linea più moderna nata nel 1981 che ha assorbito la Armani Jeans; dell’EA7 Emporio Armani, ovvero la collezione nata nel 2004 dedicata allo sport; dell’A/X Armani Exchange, che è nata nel 1991 per rivolgersi al pubblico dei più giovani, e infine di Armani/Casa, la collezione nata un quarto di secolo fa che spazia dai mobili ai tessuti, dalle lampade fino ai complementi d’arredo.
La Giorgio Armani spa è un’azienda solida, che disegna, produce, commercializza in tutto il mondo, con 623 negozi a gestione diretta, tutti i marchi dello stilista scomparso giovedì all’età di 91 anni.
Lo scorso anno l’azienda di cui Re Giorgio era presidente e direttore creativo ha generato 2,3 miliardi di ricavi su sei marchi diversi. Si tratta della Giorgio Armani Privè (la collezione di alta moda nata nel 2005); dell’ammiraglia del prêt-à-porte che celebra i suoi primi cinquant’anni, ovvero la Giorgio Armani; dell’Emporio Armani, la linea più moderna nata nel 1981 che ha assorbito la Armani Jeans; dell’EA7 Emporio Armani, ovvero la collezione nata nel 2004 dedicata allo sport; dell’A/X Armani Exchange, che è nata nel 1991 per rivolgersi al pubblico dei più giovani, e infine di Armani/Casa, la collezione nata un quarto di secolo fa che spazia dai mobili ai tessuti, dalle lampade fino ai complementi d’arredo.
Armani, a differenza di altri stilisti, offre una gamma completa di prodotti per tutte le età e per tutte le tasche. Altre griffe come Valentino e Dolce & Gabbana, dopo aver lanciato le seconde linee negli anni Novanta, hanno poi fatto un passo indietro preferendo concentrarsi su un’unica griffe. Solo Ralph Lauren, che per molti è sempre stato l’Armani americano, ha proseguito invece sulla strada del total look e delle mille collezioni, una strada che al femminile è quella sposata anche da Max Mara della famiglia Maramotti.
Nell’ultimo ventennio, con la globalizzazione, si è assistito a una estrema polarizzazione del lusso, dalle grandi griffe riservate a pochi al fast fashion con tanti marchi più o meno accessibili. Armani non ha mai voluto rinunciare a rivolgersi a tutti, chissà se i suoi eredi proseguiranno su questa via. Ma la prima cosa che dovranno definire è la nuova governance del gruppo. Re Giorgio assommava su di sé tre ruoli: presidente, ad e stilista, non c’è una persona sola capace di colmare il vuoto che lascia.
In attesa dell’apertura del testamento e di sapere quante azioni e di quale categoria (ce ne sono sei diverse) verranno distribuite tra i parenti (la sorella Rosanna e i nipoti Andrea Camerana, Silvana e Roberta Armani), il compagno e braccio destro Leo Dell’Orco e la sua Fondazione, in molti sono pronti a scommettere che il presidente sarà scelto tra uno dei suoi cari, mentre un amministratore delegato di standing verrà individuato – nel tempo – selezionandolo dall’esterno.
La scelta fatta nel 2016 di creare una Fondazione (a cui verosimilmente andrà una quota di maggioranza relativa), e la volontà spesso ribadita di un passaggio «graduale», lascia immaginare che per un po’ la Giorgio Armani spa andrà avanti da sola.
Forte di un patrimonio di oltre 4 miliardi e con una liquidità che a fine dicembre era poco meno di 600 milioni, l’azienda è sana e ha le risorse per nuovi investimenti. Tuttavia nello statuto della spa, rivisto nel 2023, è anche prevista la possibilità di una quotazione in Borsa, ma non prima di cinque anni dalla successione. Infine la presenza nel triumvirato del cda della Fondazione di un banchiere d’affari come Irving Bellotti, il cui padre era un amico di Giorgio Armani, lascia aperta la porta a una possibile – anche se futura – vendita dell’azienda o di una sua parte. Il gruppo, oltre a sei marchi, possiede fabbriche, immobili (tra cui lo storico palazzo di via Borgonuovo), negozi «con canoni di affitto ai prezzi di mercato» e vari cespiti di attività tutti prudenzialmente «valutati al prezzo di costo». Armani è sempre stato allergico ai debiti e alla finanza, ha sempre reinvestito in azienda buona parte degli utili generati e perfino la liquidità in cassa è stata investita in forme di risparmio sicure come i Buoni del tesoro.