MILANO – Si entra in punta di piedi, già avvolti nel profumo Bois d’Encens, accolti da un sontuoso abito nero a pois bianchi, ma ormai qui prevale il nero del lutto perché tutto il mondo Armani è in lutto, gli impiegati che escono nerovestiti dagli uffici di via Bergognone, e quelli del Silos Armani, dall’altra parte della strada, accogliendo mestamente i visitatori dell’ultima mostra sulla Haute Couture che lui presentava in passerella giusto da vent’anni.
E il suo popolo — donne, uomini — che spesso mai ha comprato un capo di tale livello e manco un paio di occhiali, ora osserva la futura camera ardente, gli operai trasportano velluti neri e rivestono di nero le transenne stradali, una raffinatezza così a Milano non si è proprio mai vista. Il Silos, che lui battezzò con nome industriale perché industria era, in quanto magazzini abbandonati della Nestlè, e «lì venivano conservate le granagli…
MILANO – Si entra in punta di piedi, già avvolti nel profumo Bois d’Encens, accolti da un sontuoso abito nero a pois bianchi, ma ormai qui prevale il nero del lutto perché tutto il mondo Armani è in lutto, gli impiegati che escono nerovestiti dagli uffici di via Bergognone, e quelli del Silos Armani, dall’altra parte della strada, accogliendo mestamente i visitatori dell’ultima mostra sulla Haute Couture che lui presentava in passerella giusto da vent’anni.
E il suo popolo — donne, uomini — che spesso mai ha comprato un capo di tale livello e manco un paio di occhiali, ora osserva la futura camera ardente, gli operai trasportano velluti neri e rivestono di nero le transenne stradali, una raffinatezza così a Milano non si è proprio mai vista. Il Silos, che lui battezzò con nome industriale perché industria era, in quanto magazzini abbandonati della Nestlè, e «lì venivano conservate le granaglie, materiale per vivere. E così, come il cibo, anche il vestire serve per vivere», parole sue, firmate Giorgio Armani. Questo Silos, ormai già Pantheon, nella sfilata di 150 manichini-vestali, ora fotografati nei dettagli da portare a casa come souvenir del Grand Tour milanese, così come i selfie che ci si scatta davanti al logo famoso.
Ma è tale la mestizia, ora che è morto, che al quarto piano si incontra una Mary Lynn di Taiwan, con qualche lacrima sul viso. «Ho appena sentito la sua voce, e ho pensato che è davvero una perdita enorme per lo stile del mondo, per l’eleganza che nessuno potrà mai replicare». In effetti, scorre un documentario in cui Armani agisce, nel retro sfilate, in un gruppo di assistenti uomini in camice bianco, e lui richiama una meravigliosa modella che fa un mezzo giro, in abito nero a grandi balze, e la congeda dicendo «un po’ drammatico, ma va bene. Tiratene fuori un altro». Il tono è secco, ultimativo, drammatico come l’abito, ma del resto il mondo della moda deve essere questa cosa qui, che uno crea, un processo magico, e altri realizzano in concreto, e poi il capo interviene, critica, giudica, benedice, o respinge.
L’uomo non era una mammola, si capisce benissimo, e dietro l’apparenza sfarzosa, gli chiffon e le paillettes, c’era il duro lavoro di team e del boss soprattutto, che sulla prossima sfilata si giocava il nome, oltre che il business. Questo gli si riconosce. Che sia stato un lavoratore, lo dice una matrona del Texas, o Tennessee, che nell’agenda aveva messo «la Canestra di Caravaggio all’Ambrosiana. Il Duomo (I love it). Armani. Uno che lavorava duro». Indossa sneaker comode, un vestito taglie forti. Riconosce a distanza «lo stile inconfondibile. E poi, ha vestito le star».
Spicca un abito nero da gran sera (indossato da Cate Blanchett, a Venezia l’anno scorso). Velluto nero, sulla schiena una cascata di perle, forse solo lei poteva portare una “robe” così, lei così algida. Courtney, da New York City: «Ho lavorato due anni nel suo negozio americano. È stato importante, ho imparato lo stile» (e chiede una foto con il marito Zach, sotto il logo Armani/Silos).
Tremano nell’aria condizionata le piume di un abito che sembra anni Venti, ma non lo è. Risuonano vari echi — Giappone, e i Quaranta, con certi cappelli a larghe tese, ma di plastica — e qui parla Emanuela, con la figlia Maria: «Siamo molto tristi per la scomparsa di Giorgio. E questi sono tutti capolavori». Doris, di Milano: «Gli abiti evocano il nostro immaginario, in uno stile fuori dal tempo. Come ha potuto creare queste cose?». Intanto, quattro ragazze spagnole fotografano tutti i 150 abiti esposti (studiano in una scuola di moda di Madrid, le quattro).
E brilla un monumentale abito bianco, indossato da Jennifer Lopez (con strascico). Quante star hanno portato questi abiti, quasi sempre cuciti su misura sulle loro misure (Nicole Kidman, un fuscello). Ci sono certi dettagli, di mani sapienti che cuciono a mano, e uno per uno, certi ricami su sete preziose, di cui vediamo bagliori nel buio). Ma in tutto questo sfarzo, negli arancioni smorzati, nei rosa che sono poi dei corallo appassiti, nei rossi invece di fuoco, prevale ormai sempre il tono funereo. Una sfilata impressionante del lavoro di un uomo solo al comando, che tanto ha inventato, lo dicono anche le sorelle milanesi Ester e Mary, «l’eleganza assoluta, che noi già rimpiangiamo. La finezza del dettaglio. E noi, siamo solo due semplici impiegate in pensione, e neanche da Armani».