L’appello di Grossman: “La pace è possibile, non arrendiamoci all’odio e alla paura”
di Francesca CaferriFirenze – È difficile immaginare il futuro in questa realtà che ci soffoca, che ci toglie il domani: quello nostro, quello dei nostri figli e quello dei nostri nipoti. Eppure resto convinto che bisogna combattere contro la paura. Ricordo la storia di un uomo che durante tutta la guerra del Vietnam andava a protestare davanti alla Casa Bianca. Un giorno, un giornalista gli chiese: “Pensi veramente di cambiare il mondo?”. L’uomo rispose: “No, ma non voglio che il mondo cambi me”». Il mondo non ha cambiato David Grossman, e neanche le migliaia di persone come lui che — in Israele e in Palestina — continuano a combattere per una pace equa fra i due popoli.
Le critiche per la parola ‘genocidio’
Lo scrittore era alla prima uscita pubblica dopo gli attacchi subiti per aver usato — in un’intervista con questo giornale — la parola “genocidio” in riferimento alle azioni di Israele a Gaza: a Firenze ha scelto di spiegare perché, in direzione ostinata e contraria, rifiuta di abbandonare la strada…
Firenze – È difficile immaginare il futuro in questa realtà che ci soffoca, che ci toglie il domani: quello nostro, quello dei nostri figli e quello dei nostri nipoti. Eppure resto convinto che bisogna combattere contro la paura. Ricordo la storia di un uomo che durante tutta la guerra del Vietnam andava a protestare davanti alla Casa Bianca. Un giorno, un giornalista gli chiese: “Pensi veramente di cambiare il mondo?”. L’uomo rispose: “No, ma non voglio che il mondo cambi me”». Il mondo non ha cambiato David Grossman, e neanche le migliaia di persone come lui che — in Israele e in Palestina — continuano a combattere per una pace equa fra i due popoli.
Le critiche per la parola ‘genocidio’
Lo scrittore era alla prima uscita pubblica dopo gli attacchi subiti per aver usato — in un’intervista con questo giornale — la parola “genocidio” in riferimento alle azioni di Israele a Gaza: a Firenze ha scelto di spiegare perché, in direzione ostinata e contraria, rifiuta di abbandonare la strada del dialogo. Una strada che tenacemente perseguono il movimento pacifista israeliano e quello palestinese, che sul palco del Salone dei Cinquecento, hanno testimoniato della difficoltà ma anche della necessità di immaginare un futuro diverso per i due popoli.
L’occasione è stata l’evento di lancio di “Re-Imagine Peace: a light ahead” organizzato dalla cantante Noa, figura di spicco del movimento per la pace israeliano. Il festival vero e proprio si svolgerà in primavera a Firenze e l’artista lo ha dedicato «alle migliaia di sognatori che in Israele sono costantemente sotto attacco perché vogliono la fine di questa guerra e una pace con i palestinesi».
Una pace possibile
Una pace difficile, difficilissima, eppure ancora possibile, secondo le parole di Grossman e dello scrittore arabo israeliano Muhammad Ali Taha, che hanno conversato con il giornalista Wlodeck Goldkorn. «Per tutta la vita ho lottato perché so che solo un accordo fra noi e i palestinesi potrebbe dare a noi ebrei quel senso di solidità, quell’idea di avere un nostro posto nel mondo, che tanto a lungo ci è mancato», ha detto lo scrittore ebreo. «Il problema — gli ha fatto eco Taha — è l’Occupazione. Se liberiamo i nostri due popoli da questo peso che si chiama Occupazione, possiamo iniziare a seminare speranza. Forse oggi siamo una minoranza, ma siamo un seme: se andremo avanti, da noi cresceranno migliaia di semi di pace».
Una pace di cui si sente un disperato bisogno: come hanno dimostrato le parole di Mahmud e Safah al Tarhaouni, coppia di palestinesi fuggiti da Gaza e accolti a Firenze, raccontando alla sindaca Sara Funaro la fame, le bombe, la mancanza di cure e di medicine. E due dei membri della Global Flotilla, in procinto di salpare per portare aiuti nella Striscia: perché la realtà, così come è ora, è insostenibile.
Il dramma dei bambini
«Non passa un’ora senza che io pensi al destino dei 48 ostaggi che vivono l’inferno nelle mani di Hamas — ha concluso Grossman — così come non passa ora senza che io pensi alle migliaia di bambini palestinesi che sono stati uccisi in questa guerra: i loro sogni, i loro talenti, le loro fantasie non ci sono più. È per me una cosa inconcepibile che si siano potuti uccidere così tanti futuri. Spetta a noi adulti cambiare, far sì che questo si fermi. Non lasciatevi sequestrare dall’odio».