Quando ha bussato alla porta del centro antiviolenza di Sulmona, la voce le si è spezzata: «Non ce la faccio più». Aveva difficoltà a raccontare quello che le era successo, di essere stata violentata e filmata per mesi da un quattordicenne e da un diciottenne. Lei, dodici anni, per tutto l’inverno è rimasta in silenzio, sperando che con il tempo l’incubo sarebbe svanito, che l’estate l’avrebbe liberata, che il cambio di orari, di abitudini, potesse interrompere la catena.
Si sbagliava. Il ricatto è continuato fino a luglio: sesso in cambio di silenzio. Per non vedere diffuse le immagini che lei stessa, in un gesto di fiducia, aveva consegnato a un ragazzino che frequentava: un quattordicenne, nato in Italia da genitori stranieri, bravo a scuola e nello sport, sempre con il pallone tra i piedi. Ma lui non era solo. Al suo fianco, un diciottenne, già conosciuto dalla ragazzina. Nella Conca di Sulmona le frazioni si sfiorano, le compagnie si mischiano.
Quando ha bussato alla porta del centro antiviolenza di Sulmona, la voce le si è spezzata: «Non ce la faccio più». Aveva difficoltà a raccontare quello che le era successo, di essere stata violentata e filmata per mesi da un quattordicenne e da un diciottenne. Lei, dodici anni, per tutto l’inverno è rimasta in silenzio, sperando che con il tempo l’incubo sarebbe svanito, che l’estate l’avrebbe liberata, che il cambio di orari, di abitudini, potesse interrompere la catena.
Si sbagliava. Il ricatto è continuato fino a luglio: sesso in cambio di silenzio. Per non vedere diffuse le immagini che lei stessa, in un gesto di fiducia, aveva consegnato a un ragazzino che frequentava: un quattordicenne, nato in Italia da genitori stranieri, bravo a scuola e nello sport, sempre con il pallone tra i piedi. Ma lui non era solo. Al suo fianco, un diciottenne, già conosciuto dalla ragazzina. Nella Conca di Sulmona le frazioni si sfiorano, le compagnie si mischiano.
L’incubo è iniziato a gennaio. Fotografie usate come arma. Minacce. Poi gli incontri nelle case dei due, le violenze, i telefoni accesi per riprenderle. I video che iniziano a girare tra le chat dei coetanei. Giada (nome inventato per proteggere la sua identità) ha spezzato il meccanismo in una mattina di fine luglio. Ha parlato con i genitori, arrivati in Italia tanti anni fa. Con loro è andata in un centro antiviolenza. Poi il suo racconto è approdato tra le stanze della procura dei minori, a L’Aquila.
La pm Angela D’Egidio ha aperto un fascicolo ipotizzando due reati: violenza sessuale e revenge porn. Ha chiesto ai carabinieri del nucleo di Sulmona di verificare, ha fatto ascoltare Giada in audizione protetta, affiancata da una psicologa. Un racconto lucido, quello della ragazza, privo di contraddizioni: il rapporto sporadico con il quattordicenne, le foto inviate, il mutarsi dell’affetto in ricatto, la comparsa del diciottenne. Per questo motivo l’indagine si è sdoppiata, perché uno degli indagati è maggiorenne. Il primo settembre, il fascicolo da L’Aquila è stato trasmesso anche a Sulmona. Il procuratore Luciano D’Angelo ha aperto a sua volta un’inchiesta, con gli stessi capi d’accusa. Anche lui indaga sui sei mesi in cui i due ragazzi avrebbero costretto Giada a seguirli nelle loro case, minacciando di diffondere le immagini che la vittima aveva concesso in un momento di intimità. Gli indagati avrebbero ripreso le violenze con un cellulare. I video – è il sospetto – sono finiti in una chat WhatsApp.
I magistrati non hanno imposto misure cautelari ma sabato i carabinieri hanno sequestrato ai due ragazzi smartphone, tablet, computer. Tutto ciò che possa contenere fotogrammi. Sarà un perito nominato dai pm ad analizzare i dispositivi, cercando tracce digitali capaci di confermare le parole di Giada.
Alla vista dei militari, il quattordicenne è rimasto immobile. «Si ritiene estraneo a ogni accusa. In questa fase preferisco mantenere il massimo riserbo – dice il suo avvocato, Alessandro Margiotta – Vanno rispettate le indagini ma anche la vita della vittima e quella degli indagati». Una linea di difesa prudente, mentre l’inchiesta è in corso. Gli indagati potrebbero aumentare. Perché chiunque abbia condiviso quei video potrebbe trovarsi coinvolto.