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L'esposto di Mediterranea: “Le milizie governative libiche trafficano uomini. La prova in un video”

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E’ stato presentato in procura a Trapani. Dai video registrati durante la prima missione emerge che la stessa barca che ha minacciato nave e equipaggio due giorni dopo ha lanciato dieci persone in mare. Casarini: “E’ con questa gente che l’Italia fa accordi”
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Le milizie inquadrate nell’apparato istituzionale di sicurezza del governo libico, per Italia e Ue “interlocutore privilegiato” nel cosiddetto “contenimento delle partenze”, sono coinvolte nel traffico di esseri umani. Lo denunciano da anni agenzie Onu e associazioni per i diritti umani, è filone investigativo per la Corte penale internazionale. E adesso, per la prima volta, c’è una prova video e fotografica che conferma rapporti e denunce.

L'esposto di Mediterranea: "Ecco la prova del coinvolgimento libico nel traffico di uomini"

La porta all’attenzione della procura di Trapani l’ong Mediterranea Saving Humans, con un esposto che denuncia «il coinvolgimento inequivocabile dei militari libici dell’80mo battaglione operazioni speciali della 111ma brigata». A testimoniarlo ci sono anche foto e video raccolti da Repubblica, a bordo della nuova nave dell’ong durante la pri…

Le milizie inquadrate nell’apparato istituzionale di sicurezza del governo libico, per Italia e Ue “interlocutore privilegiato” nel cosiddetto “contenimento delle partenze”, sono coinvolte nel traffico di esseri umani. Lo denunciano da anni agenzie Onu e associazioni per i diritti umani, è filone investigativo per la Corte penale internazionale. E adesso, per la prima volta, c’è una prova video e fotografica che conferma rapporti e denunce.

L'esposto di Mediterranea: "Ecco la prova del coinvolgimento libico nel traffico di uomini"

La porta all’attenzione della procura di Trapani l’ong Mediterranea Saving Humans, con un esposto che denuncia «il coinvolgimento inequivocabile dei militari libici dell’80mo battaglione operazioni speciali della 111ma brigata». A testimoniarlo ci sono anche foto e video raccolti da Repubblica, a bordo della nuova nave dell’ong durante la prima missione. Il primo risale al 18 agosto. La nave è in acque internazionali quando viene raggiunta e circondata da otto motovedette, motoscafi e gommoni veloci dei libici. A bordo ci sono uomini armati con fucili e pistole che mostrano più volte, mentre dalla radio arrivano minacce e intimazioni: «Andare via, a Nord». Una delle barche è particolare: lo scafo è bianco, le fiancate nere, dipinte in modo irregolare. Da lontano, sembra vecchia e malandata, ma osservando meglio si nota che ha motori potenti.

Otto lance si avvicinano a Mediterranea: a bordo uomini in mimetica e armati

Passano due giorni e mezzo. È notte, Mediterranea naviga tra Tripoli e Zawiyah quando scatta l’allarme: c’è un’imbarcazione vicina, va piano, sembra in difficoltà. I team di soccorso si preparano, i rhib (i gommoni veloci) vengono calati in acqua. È buio pesto, non c’è luna, il cielo sembra incollarsi sul mare, quasi soffoca. Quella barca che il radar mostrava così vicina sembra sparita, poi improvvisamente le torce dei soccorritori la illuminano. Ci sono ragazzini che si affollano lungo la fiancata. «Calmi — dicono — vi passiamo i giubbotti di salvataggio». Non c’è il tempo. Un miliziano inizia a lanciarli in acqua. Quando gli spintoni non bastano, usa calci e pedate. Nel giro di pochi secondi tra le onde ci sono dieci persone che annaspano. Piangono, urlano, chiedono aiuto, cercano amici, cugini, fratelli che erano con loro.

Salvataggio da brividi per Mediterranea, dieci persone soccorse mentre erano già in acqua

Nel frattempo, l’imbarcazione da cui sono stati lanciati giù si allontana. È veloce e ha un profilo familiare. I video registrati quella notte anche da Repubblica lo confermano. Si tratta di una delle barche che il 18 agosto per ore è rimasta attaccata a Mediterranea, tanto vicino da poter ascoltare distintamente gli insulti dei miliziani e vedere le patch appuntate sulle loro mimetiche.

«Comparando le immagini con i video reperiti sui social network FaceBook e Tik Tok — si legge nell’esposto — si può osservare che il simbolo ritratto sul patch è riconducibile a militari dell’80mo battaglione per le operazioni speciali della 111ma Brigata di Abdul Salam Al-Zoubi».

Non è un personaggio di seconda fila. Viceministro della Difesa, è l’uomo su cui il premier Dbeibeh punta per spazzare via milizie come la Rada, la Ssa, la polizia giudiziaria di Almasri fino a qualche tempo fa parte integrante dell’apparato di sicurezza, attive a terra e in mare nel cosiddetto “contenimento delle partenze”. In realtà, denunciano rapporti Onu e conferma il mandato di cattura della Cpi che grazie all’Italia Almasri è riuscito a dribblare, gestivano detenzioni arbitrarie, intercettazioni e partenze. Un business che tanti adesso si contendono. «Questo — dice il cofondatore di Mediterranea, Luca Casarini — dimostra che i reali percettori dei soldi italiani sono i trafficanti di esseri umani, che la presunta “lotta agli scafisti lungo tutto il globo terracqueo” è solo una gigantesca bugia e che il governo Meloni è complice di chi lo gestisce». E con Al Zoubi — fa notare — ha anche pubblici rapporti. Il 4 settembre scorso, a pochi giorni dall’incontro segreto a Roma fra le due Libie di Haftar e Dbeibeh, Al Zoubi si è riunito con il ministro Piantedosi, che con nota ufficiale si è detto soddisfatto della «proficua collaborazione».

«L’Italia — commenta Casarini — è ormai un Paese che protegge i ricercati dalla Cpi, finanzia gli appartati che sparano contro le ong e scaraventano ragazzini fra le onde. Piantedosi non parli di sicurezza». E anche questo, annuncia, presto verrà segnalato alla Cpi.

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